Lo Stato profondo sta dando la caccia a Joe Biden? – Real Clear Politics

OPINIONE

La seconda metà del mandato di Joe Biden è ufficialmente iniziata in una maniera ignominiosa

Tratto e tradotto da un articolo di opinione di Josh Hammer per Real Clear Politics

All’inizio della scorsa settimana, la CBS News ha rivelato per la prima volta che Joe Biden aveva conservato documenti riservati, presi dal suo precedente incarico di vicepresidente di Barack Obama, presso il “think tankPenn Biden Center for Diplomacy and Global Engagement, finanziato dalla Cina. I documenti classificati sono stati identificati per la prima volta dagli avvocati personali di Biden, ha riferito la CBS, il 2 novembre del 2022, ben sei giorni prima delle elezioni di midterm. Richard Sauber, il consulente speciale di Biden, ha affermato che l’ufficio legale della Casa Bianca ha rapidamente informato l’Archivio Nazionale, che ha sequestrato i documenti in fretta e furia.

Questo sarebbe già abbastanza grave per qualcuno che ha deriso l’ex presidente Donald Trump all’indomani dell’irruzione senza precedenti dell’FBI all’alba dello scorso agosto a Mar-a-Lago, la tenuta di Palm Beach di Trump, a causa dello scandalo della conservazione di documenti riservati dello stesso Trump. Biden si era chiesto apertamente al programma della CBS News “60 Minutes“, settimane dopo l’irruzione dell’FBIn “come si possa essere così irresponsabili”.

L’ipocrisia del caso del Penn Biden Center sarebbe stata già abbastanza grave. Ma la situazione di Joe Biden è peggiorata ulteriormente.

Come se non bastasse, sono state rinvenute nella casa privata di Biden a Wilmington, nel Delaware, due distinte tranche di altri documenti riservati dell’amministrazione Obama-Biden. Tutti i documenti, tranne uno, sono stati trovati in un deposito nel garage di Biden. Il garage era “chiuso a chiave”, ha subito precisato Biden in un tentativo inconsulto di distensione, ed ospitava anche la sua preziosa Corvette. Un altro documento classificato è stato però trovato in giro per la casa, fuori dal garage.

Il procuratore generale Merrick Garland ha risposto alla notizia con la nomina di un procuratore speciale per indagare sulle malefatte di Biden. Garland, ovviamente, aveva fatto lo stesso per Trump quasi due mesi prima, il 18 novembre. Almeno dal punto di vista di Garland, sembra che entrambi gli uomini siano abbastanza “irresponsabili” e che presentino delle posizioni sufficientemente delicate dal punto di vista politico da richiedere la nomina di un procuratore speciale.

Ma, a parte le ovvie somiglianze – e quindi l’evidente ipocrisia di Biden derivante dal suo precedente tentativo di accreditarsi un’alta posizione morale – in queste situazioni, ci sono alcune differenze cruciali. Queste differenze non si riflettono bene sull’attuale occupante della Casa Bianca.

La differenza di gran lunga più importante è la distinzione costituzionale tra gli status dei due uomini al centro di questa saga a due voci: Donald Trump era il Presidente degli Stati Uniti, mentre Joe Biden era solo un vicepresidente degli Stati Uniti nel periodo in cui si era appropriato di questi documenti riservati.

Questa distinzione può non sembrare una questione importante, ma da un punto di vista costituzionale fa tutta la differenza del mondo. L’articolo II della Costituzione degli Stati Uniti conferisce al solo Presidente degli Stati Uniti il potere esecutivo” del governo federale. Questo prosaico truismo testuale costituisce il nocciolo di ciò che i giuristi costituzionali – che, essendo giuristi, fanno sembrare le cose più complicate di quanto non siano nella realtà – chiamano Teoria dell’esecutivo unitario“. Il Vicepresidente degli Stati Uniti, infatti, non possiede più “potere esecutivo” di un funzionario di Gabinetto, di un inserviente della Casa Bianca o persino di un lettore di questo articolo.

Il risultato è che, come sostenuto da queste colonne dopo il raid dell’FBI di agosto a Mar-a-Lago, “Trump aveva l’autorità unilaterale e plenaria di declassificare qualsiasi documento che volesse declassificarePunto“. Biden non aveva un potere simile (lo ha ora, come presidente, ma non ce l’aveva all’epoca). Inoltre, come si legge in queste stesse colonne ad agosto, “tutti gli ex-presidenti ricevono vari accessori finanziati dai contribuenti, tra cui uno staff con nulla osta di sicurezza e strutture sicure (SCIF) per la conservazione di documenti classificati”. Biden, in quanto ex-vicepresidente e non ex-presidente, non aveva tali comodità; aveva semplicemente un garage con una serratura abbastanza sicura per la sua Corvette. Inoltre, il Presidential Records Act consente ai presidenti uscenti di fare delle copie personali dei loro documenti; lo statuto non prevede però un privilegio simile per i vicepresidenti uscenti.

Da un punto di vista legale, vedremo dove andrà a parare il procuratore speciale Robert Hur, fresco di nomina, con le sue indagini. Ma dal punto di vista politico, la stupefacente ipocrisia dell’amministrazione Biden su questo tema subirà sicuramente un contraccolpo.

Ma forse la domanda più impellente è: perché? Perché la fuga di notizie è avvenuta solo ora, oltre due mesi dopo che i legali di Biden avevano scoperto la prima tranche di documenti riservati nelle viscere di un ufficio del Penn Biden Center? Perché c’è stata una fuga di notizie così lenta, goccia a goccia, e drammatica, di varie tranche di documenti riservati per un intera settimana?

Non sorprende affatto che l’apparato di polizia federale e i media corporativi abbiano insabbiato la notizia delle malefatte di Biden proprio a ridosso delle elezioni di midterm. Il “complesso democratico-mediatico”, come lo ha definito il defunto Andrew Breitbart, non richiede altro che tale complicità.

Ma la tempistica della fuga di notizie da parte di vari soggetti delle forze dell’ordine federali, proprio quando Biden sta iniziando la seconda metà del suo mandato, suggerisce che sia sia una vera e propria agitazione interna nel Comitato Nazionale Democratico (DNC). Forse qualcuno al DNC ha convinto le spie dello Stato profondo che questo sarebbe stato un momento particolarmente propizio per far trapelare sordidi dettagli ai media. Forse qualcuno al DNC ha pensato che Joe Biden abbia fatto il suo lavoro guidando il Partito attraverso le elezioni di metà mandato senza soccombere alla tanto temuta “onda rossa”, ma che ora debba essere considerato come usa e gettae che sia ora di sostituirlo per il voto nel 2024, magari con il governatore della California Gavin Newsom. Per quanto mi dispiaccia fare speculazioni, è difficile pensare ad una spiegazione più solida del perché, solo ora, tutto questo stia venendo fuori.

Ci sono molte, molte domande aperte. Speriamo che il procuratore speciale Robert Hur possa fornire qualche risposta.

Josh B. Hammer è un commentatore politico conservatore americano, avvocato, editorialista e studioso di diritto. È editorialista e opinionista di Newsweek, dove conduce anche il Josh Hammer Show.


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