Il significato di Martin Luther King – The Spectator

COMMENTO

Ricordare Martin Luther King ignorando la sua fede non significa affatto ricordare Martin Luther King

Tratto e tradotto da un articolo di opinione di Theo Hobson per il The Spectator

Perché gli Stati Uniti sembrano andare in pezzi? L’ideale che un tempo univa gli americani sembra aver fallito in qualche modo. “Libertà e giustizia per tutti” è la sintesi migliore. Certo, è sempre stato un credo fragile e le sue interpretazioni sono state diverse, ma comunque ha funzionato. Ha semi-funzionato.

Questo credo ha fallito in un modo molto paradossale. È stato espresso troppo bene, troppo puramente. Il suo più grande interprete è stato il dottor Martin Luther King, che viene commemorato con una festa nazionale statunitense celebrata di lunedì. (Ronald Reagan ha firmato la legge sul Martin Luther King Day nel 1983, in tempi meno polarizzati).

Il problema, naturalmente, era che il Dr. King era nero. Metà dell’America bianca trovava difficile accettare che l’incarnazione dell’ideale nazionale non assomigliasse a loro. Ma anche un altro aspetto della sua identità servì ad alienargli circa la metà degli americani: Martin Luther King era un cristiano protestante liberale. Era soprattutto un sacerdote, come suo padre, suo nonno e il suo bisnonno prima di lui.

Tutto ciò che faccio per i diritti civili lo faccio perché lo considero parte del mio ministero“, ha detto. “Non ho altre ambizioni nella vita se non quella di raggiungere l’eccellenza nel ministero cristiano. Non ho intenzione di candidarmi a nessuna carica politica. Non ho intenzione di fare altro che rimanere un predicatore”.

Ricordare Martin Luther King ignorando la sua fede significa non ricordarlo affatto. Eppure oggi è spesso venerato da coloro che hanno ben poco interesse per il suo messaggio cristiano protestante. La sua ripetuta enfasi sul perdono e sull’amore per i nemici non è lo spirito che anima le statue di oggi.

Perché il protestantesimo liberale di Martin Luther King era un fondamento così cruciale dell’ideale americano? Perché era in grado, più o meno, di tenere insieme i conservatori religiosi (i famosi calvinisti dal cappello alto ed i loro eredi) e gli altri. È il collante dell’America. O almeno lo era, perché oggi sembra essersi esaurito.

Martin Luther King si è imbattuto nella politica durante il suo primo vero lavoro, come giovane ministro battista a Montgomery, in Alabama. Quando il boicottaggio degli autobus di Rosa Parks diventò argomento virale, aveva bisogno di un catalizzatore. Pochi mesi prima Emmett Till era stato linciato in Mississippi, per cui la rappresaglia violenta sembrava una possibilità. Ma, invece, Martin Luther King iniziò a vedersi come un pacificatore, su scala nazionale. Nel 1957 fondò la Southern Christian Leadership Conference con lo slogan “Per salvare l’anima dell’America”. In realtà, il suo obiettivo era globale, poiché egli collegò il suo lavoro alla decolonizzazione in corso in Africa. Alla cerimonia per l’indipendenza del Ghana pregò dicendo che “arriverà entro questa generazione: il giorno in cui tutti gli uomini riconosceranno la paternità di Dio e la fratellanza dell’uomo”.

Questa fusione tra Bibbia e umanesimo era il punto fermo dei college teologici liberali, tra cui l’Università di Boston dove aveva studiato. L’atmosfera era influenzata da esuli dal nazismo come Paul Tillich, e anche da missionari protestanti che erano diventati appassionati sostenitori dell’uguaglianza razziale ed erano aperti alle idee di altre fedi, compresa la protesta non violenta di Gandhi. I cristiani liberali più moderati erano rassicurati dalla presenza avicurante di Reinhold Niebuhr, arci-provocatore della compatibilità del cristianesimo con la democrazia liberale. In breve, il protestantesimo liberale era in un’audace fase espansiva.

All’inizio degli anni Sessanta, la retorica di Martin Luther King si concentrò maggiormente sull’identità spirituale dell’America. Nel suo famoso discorso di Washington, andò dritto alla giugulare spirituale. “Quando gli architetti della nostra grande Repubblica scrissero le magnifiche parole della Costituzione e della Dichiarazione d’Indipendenza, stavano firmando una cambiale di cui ogni americano doveva essere l’erede. Questa cambiale era una promessa che a tutti gli uomini, sì, ai neri come ai bianchi, sarebbero stati garantiti i diritti inalienabili della vita, della libertà e della ricerca della felicità”. E nella perorazione è tornato sul tema: “Ho ancora un sogno. È un sogno profondamente radicato nel sogno americano. Sogno che un giorno questa nazione si sollevi e viva il vero significato del suo credo. Riteniamo che queste verità siano evidenti: tutti gli uomini sono creati uguali”.

Martin Luther King saluta i sostenitori durante la “Marcia su Washington”, 28 agosto 1963 (AFP via Getty)

Nessun bianco avrebbe potuto far rivivere quella retorica fondativa con tanta forza. Egli capì che tale retorica apparteneva più ai neri che ai bianchi, in un certo senso, perché i bianchi avevano perso il diritto di pronunciarla con sincerità. Non si trattava di un’intuizione nuova: l’attivista nero W.E.B. Du Bois aveva detto decenni prima: “Oggi non ci sono esponenti più veri del puro spirito umano della Dichiarazione di Indipendenza che i negri americani”. Ma Martin Luther King non si limitò ad afferrare il punto, lo eseguì anche in televisione.

Da un lato, quel discorso fu un’efficace campagna per una maggiore uguaglianza razziale. Da un altro lato, era un sermone profetico, intriso di utopismo cristiano. Ma l’elemento religioso si rifiuta di rimanere chiuso in una scatola: Martin Luther King insiste sul fatto che questa visione stravagante è al centro della politica della nazione. Questo è ciò che siamo, se il “noi” deve avere un significato. Ma può una nazione convivere con un tale ethos? Forse è troppo esigentemente cristiana, o cristiano-umanista. Forse il suo rifiuto del tribalismo è irrealistico, in contrasto con la natura umana.

Allo stesso modo, una minoranza oppressa può affrontare le conseguenze che il ruolo annunciato da Martin Luther King comporta? La sua politica di non violenza, che ha sempre spiegato essere la missione della Bibbia, si confonde con una sorta di culto della sofferenza sacra. Non molte persone vogliono sentirsi dire che il loro dovere politico è quello di subire la violenza senza mai vendicarsi. Martin Luther King citava Abraham Lincoln chiedendo: “Non distruggo forse i miei nemici quando li rendo miei amici?” e diceva ai razzisti bianchi: “Noi eguaglieremo la vostra capacità di infliggere sofferenza con la nostra capacità di sopportare la sofferenza… mandate i vostri autori di violenza incappucciati nella nostra comunità all’ora di mezzanotte, picchiateci e lasciateci mezzi morti e noi vi ameremo ancora”. Il contraccolpo violento del Potere Nero non fu una sorpresa. Le lotte storiche per la giustizia raramente sono state pacifiche: perché ci si aspettava che questa fosse mite e pacifica?

Perché, diceva Martin Luther King, l’unica via per la vera pace è la non violenza e il perdono. Amare i propri nemici, diceva, è la parte più difficile della Bibbia.

Il Martin Luther King Day è un prevedibile motivo di scontro online, con fazioni woke e anti-woke che denunciano con rabbia l’altra parte per aver osato reclutare l’uomo. Sembra che preferiscano questa denuncia al tentativo di riflettere su ciò che ha detto e fatto. Non c’è molto amore per il nemico in entrambe le fazioni.

Siamo tutti separati dalla visione che abbiamo di Martin Luther King da un immenso abisso. La sua visione era radicata in una particolare cultura religiosa, che è crollata in modo abbastanza drammatico nei decenni successivi alla sua morte. Le chiese “mainstream” si sono svuotate rapidamente. In parte si trattava di bianchi che decidevano che il cristianesimo (così come Martin Luther King lo presentava) fosse troppo esigente e troppo minaccioso per la loro idea di sé. La visione liberale sembrava più persuasiva in forma secolare, privata della parte biblica.

Ammetto che la scomparsa della teologia protestante liberale sembra una preoccupazione di nicchia, ma potrebbe essere al centro dei crescenti problemi ideologici dell’America.


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