Cause e conseguenze della crisi ucraina – The National Interest

La guerra in Ucraina è un disastro multidimensionale, che probabilmente peggiorerà molto nel prossimo futuro

Tratto e tradotto da un discorso di John J. Mearsheimer per The National Interest

Nota dell’editore: Questo discorso è stato tenuto all’Istituto Universitario Europeo (IUE) di Firenze giovedì 16 giugno.

La guerra in Ucraina è un disastro multidimensionale, che probabilmente peggiorerà molto nel prossimo futuro. Quando una guerra ha successo, si presta poca attenzione alle sue cause, ma quando l’esito è disastroso, capire come è successo diventa fondamentale. La gente vuole sapere: come siamo finiti in questa terribile situazione?

Ho assistito a questo fenomeno due volte nella mia vita: la prima con la guerra del Vietnam e la seconda con la guerra in Iraq. In entrambi i casi, gli americani volevano sapere come il loro Paese avesse potuto sbagliare così tanto i calcoli. Dato che gli Stati Uniti ed i loro alleati dei Paesi membri della NATO hanno giocato un ruolo cruciale negli eventi che hanno portato alla guerra in Ucraina – ed ora stanno giocando un ruolo centrale nella conduzione di quella guerra – è opportuno valutare la responsabilità dell’Occidente in questa calamità.

Oggi esporrò due argomenti principali.

In primo luogo, gli Stati Uniti di Joe Biden sono i principali responsabili della crisi ucraina. Questo non significa negare che Vladimir Putin abbia iniziato la guerra e che sia responsabile della sua conduzione. Non si vuole nemmeno negare che gli alleati dell’America abbiano una certa responsabilità, ma che seguano in larga misura la guida di Washington sull’Ucraina. La mia affermazione centrale è che gli Stati Uniti di Biden hanno portato avanti politiche nei confronti dell’Ucraina che Putin ed altri leader russi vedono come una minaccia esistenziale, come hanno ripetutamente fatto per molti anni. In particolare, mi riferisco all’ossessione americana di far entrare l’Ucraina nella NATO e di farne un baluardo dell’Occidente al confine con la Russia. L’amministrazione Biden non era disposta ad eliminare questa minaccia con la diplomazia ed, anzi, nel 2021 ha riaffermato la volontà degli Stati Uniti di far entrare l’Ucraina nella NATO. Putin ha risposto invadendo l’Ucraina il 24 febbraio di quest’anno.

In secondo luogo, l’amministrazione Biden ha reagito allo scoppio della guerra inasprendo la lotta contro la Russia. Washington e i suoi alleati occidentali si sono impegnati a sconfiggere con decisione la Russia in Ucraina e a ricorrere a sanzioni globali per indebolire notevolmente il potere russo. Gli Stati Uniti non sono seriamente interessati a trovare una soluzione diplomatica alla guerra, il che significa che la guerra probabilmente si trascinerà per mesi, se non per anni. Nel frattempo, l’Ucraina, che ha già sofferto molto, subirà un danno ancora maggiore. In sostanza, gli Stati Uniti stanno aiutando l’Ucraina ad imboccare il sentiero della primula. Inoltre, c’è il rischio che la guerra si inasprisca, perché i Paesi membri della NATO potrebbero essere trascinati nei combattimenti e potrebbero essere impiegate delle armi nucleari. Viviamo in tempi pericolosi.

Vorrei ora esporre la mia argomentazione in modo più dettagliato, iniziando con una descrizione della convinzione generale sulle cause del conflitto ucraino.

La convinzione generale

In Occidente si è diffusa la convinzione che Vladimir Putin sia l’unico responsabile della crisi ucraina e certamente della guerra in corso. Si dice che abbia ambizioni imperiali, cioè che sia intenzionato a conquistare l’Ucraina ed anche altri Paesi, allo scopo di creare una “Grande Russia” che assomigli in qualche modo all’ex Unione Sovietica. In altre parole, l’Ucraina è il primo obiettivo di Putin, ma non sarebbe l’ultimo. Come ha detto uno studioso, Putin “agisce per un obiettivo sinistro e a lungo perseguito: cancellare l’Ucraina dalla mappa del mondo”. Visti i presunti obiettivi di Putin, ha perfettamente senso che la Finlandia e la Svezia si uniscano alla NATO e che l’alleanza aumenti i suoi livelli di forza nell’Europa orientale. La Russia imperiale, dopo tutto, deve essere contenuta.

Sebbene questa narrazione venga ripetuta in continuazione dai media tradizionali e da quasi tutti i leader occidentali, non ci sono prove a sostegno. Nella misura in cui i sostenitori di queste tesi convenzionali forniscono delle prove, queste hanno poca o nessuna attinenza con le motivazioni che hanno spinto Vladimir Putin ad invadere l’Ucraina. Ad esempio, alcuni sottolineano che Putin ha detto che l’Ucraina è uno “Stato artificiale” o non uno “Stato vero”. Tali commenti opachi, tuttavia, non dicono nulla sulle ragioni che lo hanno spinto a entrare in guerra. Lo stesso vale per la dichiarazione di Putin che considera russi e ucraini come “un unico popolo” con una storia comune. Altri sottolineano che ha definito il crollo dell’Unione Sovietica “la più grande catastrofe geopolitica del secolo”. Naturalmente, Putin ha anche detto: “Chi non ha nostalgia dell’Unione Sovietica non ha cuore. Chi la rivuole indietro non ha cervello”. Altri ancora fanno riferimento ad un discorso in cui ha dichiarato che “l’Ucraina moderna è stata interamente creata dalla Russia o, per essere più precisi, dalla Russia bolscevica e comunista”. Ma come ha continuato a dire in quello stesso discorso, in riferimento all’indipendenza dell’Ucraina di oggi: “Certo, non possiamo cambiare gli eventi passati, ma dobbiamo almeno ammetterli apertamente e onestamente”.

Per sostenere che Vladimir Putin fosse intenzionato a conquistare tutta l’Ucraina e ad incorporarla alla Russia, è necessario fornire le prove che, in primo luogo, pensava che fosse un obiettivo desiderabile, in secondo luogo, pensava che fosse un obiettivo fattibile e, in terzo luogo, che intendesse perseguirlo. Non c’è alcuna prova nei documenti pubblici che Putin stesse pensando, né tanto meno intendesse, porre fine all’Ucraina come Stato indipendente e renderla parte della “Grande Russia” quando ha inviato le sue truppe in Ucraina il 24 febbraio.

In realtà, ci sono prove significative che Vladimir Putin abbia riconosciuto l’Ucraina come Paese indipendente. Nell’articolo del 12 luglio 2021 sulle relazioni russo-ucraine, che i sostenitori delle tesi convenzionali spesso indicano come prova delle sue ambizioni imperiali, Putin dice al popolo ucraino: “Volete creare un vostro Stato: siete i benvenuti!”. Per quanto riguarda il modo in cui la Russia dovrebbe trattare l’Ucraina, scrive: “C’è solo una risposta: con rispetto”. Conclude questo lungo articolo con le seguenti parole: “E cosa sarà l’Ucraina, spetta ai suoi cittadini deciderlo”. È difficile conciliare queste dichiarazioni con l’affermazione di voler incorporare l’Ucraina in una “Grande Russia”.

Nello stesso articolo del 12 luglio 2021 ed in un altro importante discorso tenuto il 21 febbraio di quest’anno, Vladimir Putin ha sottolineato che la Russia accetta la nuova realtà geopolitica che ha preso forma dopo la dissoluzione dell’URSS“. Lo ha ribadito per la terza volta il 24 febbraio, quando ha annunciato che la Russia avrebbe invaso l’Ucraina. In particolare, ha dichiarato che “non è nostra intenzione occupare il territorio ucraino” ed ha chiarito di rispettare la sovranità ucraina, ma solo fino ad un certo punto: “la Russia non può sentirsi sicura, svilupparsi ed esistere mentre affronta una minaccia permanente dal territorio dell’attuale Ucraina”. In sostanza, Putin non era interessato a fare dell’Ucraina una parte della Russia; era interessato ad assicurarsi che non diventasse un “trampolino di lancio” per l’aggressione occidentale contro la Russia, un argomento di cui parlerò meglio tra poco.

Si potrebbe obiettare che Vladimir Putin stesse solamente mentendo sulle sue reali motivazioni, che stesse cercando di mascherare le sue ambizioni imperiali. Ho scritto un libro sulla menzogna in politica internazionale – Why Leaders Lie: The Truth about Lying in International Politics – e mi sembra chiaro che Putin non stesse mentendo. Tanto per cominciare, una delle mie principali scoperte è che i leader non mentono molto quando sono tra di loro; mentono più spesso al proprio pubblico. Per quanto riguarda Putin, qualunque cosa si pensi di lui, non ha una reputazione di racconta frottole con altri leader. Sebbene alcuni sostengano che menta spesso e che non ci si possa fidare di lui, ci sono poche prove che menta ad un pubblico straniero. Inoltre, negli ultimi due anni ha espresso pubblicamente il suo pensiero sull’Ucraina in numerose occasioni ed ha sempre sottolineato che la sua principale preoccupazione sono le relazioni dell’Ucraina con l’Occidente, in particolare con i Paesi membri della NATO. Non ha mai accennato a voler far diventare l’Ucraina parte della Russia. Se questo comportamento facesse parte di una gigantesca campagna di inganno, non avrebbe precedenti nella storia.

Forse il miglior indicatore del fatto che Vladimir Putin non sia intenzionato a conquistare ed assorbire l’Ucraina è la strategia militare che Mosca ha impiegato fin dall’inizio della campagna. L’esercito russo non ha cercato di conquistare tutta l’Ucraina. Ciò avrebbe richiesto una classica strategia della “guerra lampo” che mirava a conquistare rapidamente tutta l’Ucraina con forze corazzate supportate da una potenza aerea tattica. Questa strategia, tuttavia, non era fattibile, perché l’esercito d’invasione russo contava solo 190.000 soldati, una forza troppo esigua per sconfiggere ed occupare l’Ucraina, che non solo è il Paese più grande tra l’Oceano Atlantico e la Russia, ma ha anche una popolazione di oltre 40 milioni di abitanti. Non sorprende che i russi abbiano perseguito una strategia dagli obiettivi più limitati, che si è concentrata sulla cattura o sulla minaccia attorno a Kiev e sulla conquista di un’ampia fascia di territorio nell’Ucraina orientale e meridionale. In breve, la Russia non aveva la capacità di sottomettere tutta l’Ucraina, tanto meno di conquistare altri Paesi dell’Europa orientale.

Come ha osservato Ramzy Mardini, un altro indicatore significativo degli obiettivi limitati di Vladimir Putin è che non ci sono prove che la Russia stesse preparando un governo fantoccio per l’Ucraina, coltivando dei leader filorussi a Kiev o perseguendo misure politiche che avrebbero reso possibile l’occupazione dell’intero Paese e la sua eventuale integrazione nella Russia.

Per fare un ulteriore passo in avanti, Vladimir Putin e gli altri leader russi hanno sicuramente capito dalla Guerra Fredda che l’occupazione di paesi nell’era del nazionalismo è invariabilmente una ricetta per problemi senza fine. L’esperienza sovietica in Afghanistan è stato un esempio lampante di questo fenomeno, ma più rilevante per la questione in oggetto sono le relazioni di Mosca con i suoi alleati in Europa orientale. L’Unione Sovietica ha mantenuto un’enorme presenza militare in quella regione ed è stata coinvolta nella politica di quasi tutti i Paesi che vi si trovano. Questi alleati, tuttavia, erano spesso una spina nel fianco di Mosca. Nel 1953, l’Unione Sovietica sedò una grande insurrezione nella Germania dell’Est, invadendo poi l’Ungheria nel 1956 e la Cecoslovacchia nel 1968 per tenerli in riga. In Polonia si verificarono gravi problemi nel 1956, nel 1970 e di nuovo nel 1980-1981. Sebbene le autorità polacche fossero riuscite ad affrontare questi eventi, essi sono serviti a ricordare che l’intervento diretto sarebbe stato comunque un fattore necessario. L’Albania, la Romania e la Jugoslavia causavano regolarmente problemi a Mosca, ma i leader sovietici tendevano a tollerare il loro comportamento scorretto, perché la loro posizione li rendeva meno importanti per scoraggiare i Paesi membri della NATO.

E l’Ucraina contemporanea? È evidente dal saggio di Putin del 12 luglio 2021 che in quel momento aveva capito che il nazionalismo ucraino è una forza potente e che la guerra civile nel Donbass, in corso dal 2014, aveva fatto molto per avvelenare le relazioni tra Russia e Ucraina. Sapeva sicuramente che la forza d’invasione russa non sarebbe stata accolta a braccia aperte dagli ucraini e che sarebbe stato un compito erculeo per la Russia sottomettere l’Ucraina se avesse avuto le forze necessarie per conquistare l’intero Paese, cosa che non aveva.

Infine, vale la pena notare che quasi nessuno ha sostenuto che Vladimir Putin avesse ambizioni imperiali dal momento in cui ha preso le redini del potere nel 2000 fino allo scoppio della crisi ucraina, il 22 febbraio 2014. In realtà, il leader russo è stato invitato al vertice NATO dell’aprile 2008 a Bucarest, dove l’alleanza ha annunciato che l’Ucraina e la Georgia sarebbero diventate paesi membri. L’opposizione di Putin a quell’annuncio non ha avuto quasi alcun effetto su Washington, perché la Russia è stata giudicata troppo debole per fermare un ulteriore allargamento della NATO, così come era stata troppo debole per fermare le ondate di espansione del 1999 e del 2004.

A questo proposito, è importante notare che l’espansione della NATO prima del febbraio 2014 non mirasse affatto a contenere la Russia“. Dato il triste stato della potenza militare russa, Mosca non era in grado di perseguire politiche revansciste in Europa orientale. L’ex ambasciatore americano a Mosca Michael McFaul osserva che la presa della Crimea da parte di Putin non era stata pianificata prima dello scoppio della crisi nel 2014; è stata una mossa impulsiva in risposta al colpo di Stato che ha rovesciato il leader filorusso dell’Ucraina. In breve, l’allargamento della NATO non aveva lo scopo di contenere la minaccia russa, ma era invece parte di una politica più ampia volta a diffondere l’ordine internazionale liberale nell’Europa orientale e a far assomigliare l’intero continente all’Europa occidentale.

È stato solo quando è scoppiata la crisi ucraina nel febbraio 2014 che gli Stati Uniti e i loro alleati hanno improvvisamente iniziato a descrivere Vladimir Putin come un leader pericoloso con ambizioni imperiali e la Russia come una seria minaccia militare che doveva essere contenuta. Cosa ha causato questo cambiamento? Questa nuova retorica è stata concepita per uno scopo essenziale: permettere all’Occidente di incolpare Putin per lo scoppio dei problemi in Ucraina. E ora che la crisi si è trasformata in una guerra su larga scala, è imperativo assicurarsi che sia l’unico responsabile di questa disastrosa svolta degli eventi. Questo gioco dello scaricabarile spiega perché Putin è ora ampiamente dipinto come un imperialista qui in Occidente, anche se non c’è quasi nessuna prova a sostegno di questa prospettiva.

Passiamo ora alla vera causa della crisi ucraina.

La vera causa dei problemi

La radice della crisi è lo sforzo guidato dagli americani di fare dell’Ucraina un baluardo occidentale ai confini della Russia. Questa strategia si articola su tre assi: integrare l’Ucraina nell’UE, trasformarla in una democrazia liberale filo-occidentale e, soprattutto, incorporarla nella NATO. La strategia è stata messa in moto al vertice annuale della NATO a Bucarest nell’aprile 2008, quando l’alleanza ha annunciato che l’Ucraina e la Georgia “diventeranno membri”. I leader russi hanno reagito immediatamente con sdegno, chiarendo che vedevano questa decisione come una minaccia esistenziale e che non avevano intenzione di lasciare che nessuno dei due Paesi entrasse nella NATO. Secondo un autorevole giornalista russo, Vladimir Putin “è andato su tutte le furie” e ha avvertito che “se l’Ucraina entra nella NATO, lo farà senza la Crimea e le regioni orientali. Semplicemente cadrà a pezzi”.

William Burns, oggi a capo della CIA, ma ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca all’epoca del vertice di Bucarest, scrisse una nota all’allora Segretario di Stato Condoleezza Rice che descrive sinteticamente il pensiero russo in materia. Nelle sue parole: “L’ingresso dell’Ucraina nella NATO è la più brillante di tutte le linee rosse per l’élite russa (non solo per Putin). In più di due anni e mezzo di conversazioni con i principali attori russi, dai tirapiedi negli oscuri recessi del Cremlino ai più acuti critici liberali di Putin, non ho ancora trovato nessuno che veda l’Ucraina nella NATO come qualcosa di diverso da una sfida diretta agli interessi russi“. La NATO, ha detto, “sarebbe vista… come un lancio del guanto di sfida strategico. La Russia di oggi risponderà. Le relazioni russo-ucraine entreranno in un gelo profondo… Si creerà un terreno fertile per l’ingerenza russa in Crimea e nell’Ucraina orientale“.

William Burns, naturalmente, non era l’unico politico a capire che l’ingresso dell’Ucraina nella NATO era pericoloso. Al Vertice di Bucarest, infatti, sia la Cancelliera tedesca Angela Merkel che il Presidente francese Nicolas Sarkozy si erano opposti all’adesione dell’Ucraina alla NATO perché sapevano che avrebbe allarmato e irritato la Russia. La Merkel ha recentemente spiegato la sua opposizione: “Ero molto sicura… che Putin non avrebbe permesso che ciò accadesse. Dal suo punto di vista, sarebbe stata una dichiarazione di guerra”.

L’amministrazione di George W. Bush, tuttavia, si è preoccupata poco delle “linee rosse più luminose” di Mosca e ha fatto pressione sui governi francese e tedesco affinché accettassero di rilasciare un comunicato pubblico in cui si dichiarava che l’Ucraina e la Georgia si sarebbero unite all’alleanza.

Non sorprende che lo sforzo guidato dagli americani per integrare la Georgia nella NATO sia sfociato in una guerra tra la Georgia e la Russia nell’agosto 2008, quattro mesi dopo il vertice di Bucarest.

Ciononostante, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno continuato a portare avanti i loro piani per fare dell’Ucraina un bastione occidentale ai confini della Russia. Questi sforzi hanno finito per scatenare una grave crisi nel febbraio 2014, dopo che una rivolta sostenuta dagli Stati Uniti ha causato la fuga del presidente filorusso Viktor Yanukovych. Questi è stato sostituito dal primo ministro più filo-americano Arseniy Yatsenyuk. In risposta, la Russia si è impossessata della Crimea ed ha contribuito ad alimentare una guerra civile tra i separatisti filorussi e il governo ucraino nella regione del Donbass, nell’Ucraina orientale.

Spesso si sente dire che negli otto anni trascorsi tra lo scoppio della crisi nel febbraio 2014 e l’inizio della guerra nel febbraio 2022, gli Stati Uniti e i loro alleati abbiano prestato poca attenzione all’ingresso dell’Ucraina nella NATO. In effetti, la questione era stata tolta dal tavolo e quindi l’allargamento della NATO non poteva essere una causa importante dell’escalation della crisi nel 2021 e del successivo scoppio della guerra all’inizio di quest’anno. Questa linea di argomentazione è falsa. In realtà, la risposta occidentale agli eventi del 2014 è stata quella di intensificare la strategia esistente e di avvicinare ulteriormente l’Ucraina alla NATO. L’Alleanza ha iniziato ad addestrare l’esercito ucraino nel 2014, con una media di 10.000 truppe addestrate all’anno negli otto anni successivi. Nel dicembre 2017, l’amministrazione Trump ha deciso di fornire a Kiev “armi difensive”. Altri Paesi membri della NATO sono entrati presto in azione, inviando ancora più armi all’Ucraina.

L’esercito ucraino ha inoltre iniziato a partecipare ad esercitazioni militari congiunte con le forze dei Paesi membri della NATO. Nel luglio 2021, Kiev e Washington hanno ospitato congiuntamente l’Operazione Sea Breeze, un’esercitazione navale nel Mar Nero che comprendeva le marine di 31 Paesi ed aveva come obiettivo diretto la Russia. Due mesi dopo, nel settembre 2021, l’esercito ucraino ha condotto Rapid Trident 21, che l’Esercito degli Stati Uniti ha descritto come “un’esercitazione annuale progettata per migliorare l’interoperabilità tra le nazioni alleate e partner, per dimostrare che le unità sono pronte a rispondere a qualsiasi crisi”. Lo sforzo dei Paesi membri della NATO per armare ed addestrare le forze armate ucraine spiega in buona parte perché queste si siano comportate così bene contro le forze russe nella guerra in corso. Come titola il Wall Street Journal, “Il segreto del successo militare dell’Ucraina: Anni di addestramento NATO”.

Oltre ai continui sforzi dei Paesi membri della NATO per rendere l’esercito ucraino una forza combattente più formidabile, nel 2021 è cambiata la politica che circonda l’adesione dell’Ucraina alla NATO e la sua integrazione nell’Occidente. Sia a Kiev che a Washington c’è stato un rinnovato entusiasmo nel perseguire questi obiettivi. Il Presidente Zelensky, che non aveva mai mostrato grande entusiasmo per l’ingresso dell’Ucraina nella NATO e che era stato eletto nel marzo 2019 su una piattaforma che chiedeva di lavorare con la Russia per risolvere la crisi in corso, all’inizio del 2021 ha invertito la rotta e non solo ha abbracciato l’adesione alla NATO, ma ha anche adottato un approccio più duro nei confronti di Mosca. Ha compiuto una serie di mosse – tra cui la chiusura di stazioni televisive filorusse e l’accusa di tradimento ad un amico intimo di Vladimir Putin – che hanno sicuramente irritato Mosca.

Joe Biden, insediatosi alla Casa Bianca nel gennaio 2021, si era da tempo impegnato a far entrare l’Ucraina nella NATO ed era anche un “super falco” nei confronti della Russia. Non sorprende che il 14 giugno 2021, in occasione del vertice annuale di Bruxelles, la NATO abbia emesso il seguente comunicato:

Ribadiamo la decisione presa al Vertice di Bucarest del 2008, secondo cui l’Ucraina diventerà membro dell’Alleanza con il Piano d’Azione per l’Adesione (MAP) come parte integrante del processo; riaffermiamo tutti gli elementi di quella decisione, così come le decisioni successive, compreso il fatto che ogni partner sarà giudicato in base ai propri meriti. Sosteniamo fermamente il diritto dell’Ucraina di decidere il proprio futuro e il proprio corso di politica estera senza interferenze esterne.

Il 1° settembre 2021, Zelensky ha visitato la Casa Bianca, dove Biden ha chiarito che gli Stati Uniti sono “fermamente impegnati” nelle “aspirazioni euro-atlantiche dell’Ucraina”. Il 10 novembre 2021, poi, il Segretario di Stato Antony Blinken e il suo omologo ucraino, Dmytro Kuleba, hanno firmato un importante documento: la “Carta del partenariato strategico USA-Ucraina“. L’obiettivo di entrambe le parti, si legge nel documento, è quello di “sottolineare… l’impegno per l’attuazione da parte dell’Ucraina delle riforme profonde e complete necessarie per la piena integrazione nelle istituzioni europee ed euro-atlantiche”. Questo documento si basa esplicitamente non solo sugli “impegni presi per rafforzare il partenariato strategico Ucraina-Stati Uniti dai presidenti Zelensky e Biden”, ma ribadisce anche l’impegno degli Stati Uniti alla “Dichiarazione del vertice di Bucarest del 2008”.

In breve, ci sono pochi dubbi sul fatto che a partire dall’inizio del 2021 l’Ucraina abbia iniziato a muoversi rapidamente verso l’adesione alla NATO. Tuttavia, alcuni sostenitori di questa politica dicono che Mosca non avrebbe dovuto preoccuparsi, perché “la NATO è un’alleanza difensiva e non rappresenta una minaccia per la Russia”. Ma non è così che Putin e gli altri leader russi pensano della NATO ed è quello che pensano che conta. Non c’è dubbio che l’adesione dell’Ucraina alla NATO sia rimasta la “linea rossa più luminosa” per Mosca.

Per far fronte a questa crescente minaccia, Vladimir Putin ha dislocato un numero sempre maggiore di truppe russe al confine con l’Ucraina tra il febbraio 2021 e il febbraio 2022. Il suo obiettivo era quello di costringere Biden e Zelensky a cambiare rotta e ad interrompere i loro sforzi per integrare l’Ucraina nell’Occidente. Il 17 dicembre 2021, Mosca ha inviato lettere separate all’amministrazione Biden e alla NATO chiedendo una garanzia scritta che: 1) l’Ucraina non sarebbe entrata a far parte della NATO, 2) nessuna arma offensiva sarebbe stata posizionata vicino ai confini della Russia e 3) le truppe e le attrezzature della NATO trasferite in Europa orientale dal 1997 sarebbero state riportate in Europa occidentale.

In questo periodo Vladimir Putin ha fatto numerose dichiarazioni pubbliche che non lasciano dubbi sul fatto che considera l’espansione della NATO in Ucraina come una minaccia esistenziale. Parlando al Consiglio del Ministero della Difesa il 21 dicembre 2021, ha dichiarato: “Quello che stanno facendo, o cercando o pianificando di fare in Ucraina, non sta accadendo a migliaia di chilometri di distanza dal nostro confine nazionale. È alle porte di casa nostra. Devono capire che non abbiamo più un posto dove ritirarci. Pensano davvero che non vediamo queste minacce? O pensano che resteremo inerti a guardare le minacce alla Russia?”. Due mesi dopo, in una conferenza stampa del 22 febbraio 2022, pochi giorni prima dell’inizio della guerra, Putin ha dichiarato: “Siamo categoricamente contrari all’ingresso dell’Ucraina nella NATO perché questo rappresenta una minaccia per noi, e abbiamo argomenti a sostegno. Ne ho parlato ripetutamente in questa sala”. Ha poi chiarito che riconosce che l’Ucraina sta diventando un membro de facto della NATO. Gli Stati Uniti e i loro alleati, ha detto, “continuano a rifornire le attuali autorità di Kiev di armi moderne”. Ha poi aggiunto che se questo non verrà fermato, Mosca “si ritroverebbe con una ‘anti-Russia’ armata fino ai denti. Questo è totalmente inaccettabile”.

La logica di Vladimir Putin dovrebbe avere perfettamente senso per gli americani, che da tempo sono impegnati nella Dottrina Monroe, che stabilisce che nessuna grande potenza lontana è autorizzata a piazzare forze militari nell’emisfero occidentale.

Vorrei far notare che in tutte le dichiarazioni pubbliche di Putin nei mesi precedenti la guerra, non c’è un briciolo di prova che egli stesse pensando di conquistare l’Ucraina e renderla parte della Russia, tanto meno di attaccare altri Paesi dell’Europa orientale. Anche altri leader russi – tra cui il ministro della Difesa, il ministro degli Esteri, il vice ministro degli Esteri e l’ambasciatore russo a Washington – hanno sottolineato la centralità dell’espansione della NATO come causa della crisi ucraina. Il Ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha chiarito il punto in una conferenza stampa del 14 gennaio 2022, quando ha affermato che “la chiave di tutto è la garanzia che la NATO non si espanderà verso est”.

Tuttavia, gli sforzi di Lavrov e di Putin per convincere gli Stati Uniti e i loro alleati ad abbandonare il piano di fare dell’Ucraina un baluardo occidentale al confine con la Russia sono completamente falliti. Il Segretario di Stato Antony Blinken ha risposto alle richieste russe di metà dicembre dicendo semplicemente: “Non c’è nessun cambiamento. Non ci sarà alcun cambiamento”.

Vladimir Putin ha quindi lanciato un’invasione dell’Ucraina per eliminare la minaccia che vedeva nella NATO.

Nota dell’editore: Questo discorso è stato tenuto all’Istituto Universitario Europeo (IUE) di Firenze giovedì 16 giugno.

Dove siamo ora e dove stiamo andando?

La guerra in Ucraina infuria da quasi quattro mesi. Vorrei ora offrire alcune osservazioni su ciò che è accaduto finora e su dove la guerra potrebbe essere diretta. Affronterò tre questioni specifiche: 1) le conseguenze della guerra per l’Ucraina; 2) le prospettive di escalation, compresa quella nucleare; 3) le prospettive di porre fine alla guerra nel prossimo futuro.

Questa guerra è un disastro totale per l’Ucraina. Come ho osservato in precedenza, Putin ha chiarito nel 2008 che la Russia avrebbe distrutto l’Ucraina per impedirle di aderire alla NATO. Sta mantenendo la promessa. Le forze russe hanno conquistato il 20% del territorio ucraino ed hanno distrutto o gravemente danneggiato molte città e paesi ucraini. Più di 6,5 milioni di ucraini sono fuggiti dal Paese e più di 8 milioni sono sfollati al suo interno. Molte migliaia di ucraini – compresi civili innocenti – sono morti o gravemente feriti e l’economia ucraina è in crisi. La Banca Mondiale stima che l’economia ucraina si ridurrà di quasi il 50% nel corso del 2022. Si stima che siano stati inflitti all’Ucraina danni per circa 100 miliardi di dollari e che ci vorrà quasi 1 trilione di dollari per ricostruire il Paese. Nel frattempo, Kiev ha bisogno di circa 5 miliardi di dollari di aiuti al mese solo per far funzionare il suo governo.

Inoltre, sembra che ci siano poche speranze che l’Ucraina possa riottenere presto l’uso dei suoi porti sul Mar d’Azov e sul Mar Nero. Prima della guerra, circa il 70% di tutte le esportazioni e importazioni ucraine – e il 98% delle esportazioni di grano – passavano attraverso questi porti. Questa è la situazione di base dopo meno di 4 mesi di combattimenti. È spaventoso pensare a come sarà l’Ucraina se questa guerra si protrarrà ancora per qualche anno.

Quindi, quali sono le prospettive di negoziare un accordo di pace e di porre fine alla guerra nei prossimi mesi? Mi dispiace dire che non vedo alcuna possibilità che questa guerra finisca presto, un’opinione condivisa da importanti politici come il generale Mark Milley, presidente del JCS, ed il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg. La ragione principale del mio pessimismo è che sia la Russia che gli Stati Uniti sono profondamente impegnati a vincere la guerra ed è impossibile trovare un accordo che veda la vittoria di entrambe le parti. Per essere più precisi, la chiave di un accordo dal punto di vista della Russia è rendere l’Ucraina uno Stato neutrale, ponendo fine alla prospettiva di integrare Kiev nell’Occidente. Ma questo risultato è inaccettabile per l’amministrazione Biden e per gran parte dell’establishment della politica estera americana, perché rappresenterebbe una vittoria per la Russia.

I leader ucraini hanno naturalmente la possibilità di agire e si potrebbe sperare che spingano per la neutralità per risparmiare ulteriori danni al loro Paese. In effetti, Zelensky ha menzionato brevemente questa possibilità nei primi giorni della guerra, ma non l’ha mai perseguita seriamente. Ci sono poche possibilità, tuttavia, che Kiev spinga per la neutralità, perché gli ultranazionalisti ucraini, che detengono un potere politico significativo, non hanno alcun interesse a cedere alle richieste della Russia, specialmente a quelle che dettano l’allineamento politico dell’Ucraina con il mondo esterno. È probabile che l’amministrazione Biden e i Paesi della sponda orientale della NATO, come la Polonia e gli Stati baltici, sostengano gli ultranazionalisti ucraini su questo tema.

Per complicare ulteriormente le cose, come ci si comporta con le ampie porzioni di territorio ucraino che la Russia ha conquistato dall’inizio della guerra e con il destino della Crimea? È difficile immaginare che Mosca rinunci volontariamente a uno qualsiasi dei territori ucraini che ora occupa, tanto meno a tutti, poiché gli obiettivi territoriali di Putin oggi non sono probabilmente gli stessi che aveva prima della guerra. Allo stesso tempo, è altrettanto difficile immaginare che un leader ucraino accetti un accordo che permetta alla Russia di mantenere qualsiasi territorio ucraino, tranne forse la Crimea. Spero di sbagliarmi, ma è per questo che non vedo la fine di questa guerra rovinosa.

Passiamo ora alla questione dell’escalation. È opinione diffusa tra gli studiosi di relazioni internazionali che le guerre prolungate abbiano una forte tendenza all’escalation. Con il tempo, altri Paesi possono essere trascinati nella lotta ed il livello di violenza è destinato ad aumentare. La possibilità che ciò accada nella guerra in Ucraina è reale. C’è il rischio che gli Stati Uniti ed i suoi alleati della NATO vengano trascinati nei combattimenti, cosa che sono stati in grado di evitare fino a questo momento, anche se stanno già conducendo una guerra per procura contro la Russia. C’è anche la possibilità che vengano usate armi nucleari in Ucraina e che si arrivi a uno scambio nucleare tra Russia e Stati Uniti. La ragione di fondo per cui questi esiti potrebbero realizzarsi è che la posta in gioco è così alta per entrambe le parti e quindi nessuna può permettersi di perdere.

Come ho sottolineato, Vladimir Putin e i suoi luogotenenti ritengono che l’adesione dell’Ucraina all’Occidente sia una minaccia esistenziale per la Russia che deve essere eliminata. In termini pratici, ciò significa che la Russia deve vincere la sua guerra in Ucraina. La sconfitta è inaccettabile. L’amministrazione Biden, invece, ha sottolineato che il suo obiettivo non è solo quello di sconfiggere in modo decisivo la Russia in Ucraina, ma anche di usare le sanzioni per infliggere danni massicci all’economia russa. Il Segretario alla Difesa Lloyd Austin ha sottolineato che l’obiettivo dell’Occidente è quello di indebolire la Russia al punto da impedirle di invadere nuovamente l’Ucraina. In effetti, l’amministrazione Biden è impegnata a far uscire la Russia dal novero delle grandi potenze. Allo stesso tempo, lo stesso Joe Biden ha definito la guerra della Russia in Ucraina un “genocidio” ed ha accusato Putin di essere un “criminale di guerra” che dovrebbe affrontare un “processo per crimini di guerra” dopo la guerra. Una tale retorica non si presta certo a negoziare la fine della guerra. Dopo tutto, come si fa a negoziare con uno Stato genocida?

La politica americana ha due conseguenze significative. Innanzitutto, amplifica notevolmente la minaccia esistenziale che Mosca deve affrontare in questa guerra e rende più importante che mai la sua vittoria in Ucraina. Allo stesso tempo, significa che gli Stati Uniti sono profondamente impegnati ad assicurarsi che la Russia perda. L’amministrazione Biden ha investito così tanto nella guerra in Ucraina – sia materialmente che retoricamente – che una vittoria russa rappresenterebbe una sconfitta devastante per Washington.

Ovviamente, entrambe le parti non possono vincere. Inoltre, esiste la seria possibilità che una delle due parti inizi a perdere pesantemente. Se la politica americana avrà successo e i russi perderanno contro gli ucraini sul campo di battaglia, Putin potrebbe ricorrere alle armi nucleari per salvare la situazione. Il direttore dell’intelligence nazionale statunitense, Avril Haines, ha dichiarato a maggio alla Commissione per i servizi armati del Senato che questa è una delle due situazioni che potrebbero portare Putin ad usare le armi nucleari in Ucraina. Per coloro che pensano che questo sia improbabile, ricordiamo che la NATO ha pianificato l’uso di armi nucleari in circostanze simili durante la Guerra Fredda. Se la Russia dovesse impiegare armi nucleari in Ucraina, è impossibile dire come reagirebbe l’amministrazione Biden, ma sicuramente sarebbe sottoposta a forti pressioni per una ritorsione, sollevando così la possibilità di una guerra nucleare tra grandi potenze. C’è un paradosso perverso in gioco: più gli Stati Uniti e i loro alleati riescono a raggiungere i loro obiettivi, più è probabile che la guerra diventi nucleare.

Ribaltiamo la situazione e chiediamoci cosa accadrebbe se gli Stati Uniti ed i loro alleati della NATO sembrino avviarsi verso una sconfitta, il che significa che i russi stanno distruggendo l’esercito ucraino e che il governo di Kiev si muova per negoziare un accordo di pace volto a salvare la maggior parte possibile del Paese. In tal caso, gli Stati Uniti e i loro alleati subirebbero forti pressioni per un coinvolgimento ancora più profondo nei combattimenti. Non è probabile, ma certamente possibile, che truppe americane o forse polacche vengano coinvolte nei combattimenti, il che significa che la NATO sarebbe letteralmente in guerra con la Russia. Questo è l’altro scenario, secondo Avril Haines, in cui i russi potrebbero ricorrere alle armi nucleari. È difficile dire con precisione come si svolgeranno gli eventi se questo scenario dovesse realizzarsi, ma è indubbio che ci sarà un serio potenziale di escalation, compresa l’escalation nucleare. La sola possibilità di questo esito dovrebbe far venire i brividi.

È probabile che questa guerra abbia altre conseguenze disastrose, che non posso discutere in dettaglio per motivi di tempo. Per esempio, c’è ragione di pensare che la guerra porterà ad una crisi alimentare mondiale in cui moriranno molti milioni di persone. Il presidente della Banca Mondiale, David Malpass, sostiene che se la guerra in Ucraina continuerà, ci troveremo di fronte ad una crisi alimentare globale che sarà una “catastrofe umana”.

Inoltre, le relazioni tra la Russia e l’Occidente sono state così profondamente avvelenate che ci vorranno molti anni per ripararle. Nel frattempo, questa profonda ostilità alimenterà l’instabilità in tutto il mondo, ma soprattutto in Europa. Qualcuno dirà che c’è un lato positivo: le relazioni tra i Paesi occidentali sono nettamente migliorate per effetto della guerra in Ucraina. Questo è vero per il momento, ma ci sono profonde spaccature sotto la superficie, destinate a riaffiorare col tempo. Ad esempio, è probabile che le relazioni tra i Paesi dell’Europa orientale ed occidentale si deteriorino con il protrarsi della guerra, perché i loro interessi e le loro prospettive sul conflitto non sono gli stessi.

Infine, il conflitto sta già danneggiando l’economia globale in modo significativo e la situazione è destinata a peggiorare con il tempo. Jamie Diamond, amministratore delegato di JPMorgan Chase, sostiene che dovremmo prepararci ad un “uragano” economico. Se ha ragione, questi shock economici influenzeranno la politica di tutti i Paesi occidentali, minando la democrazia liberale e rafforzando i suoi oppositori sia a Destra che a Sinistra. Le conseguenze economiche della guerra in Ucraina si estenderanno ai Paesi di tutto il pianeta, non solo all’Occidente. Come ha affermato l’ONU in un rapporto pubblicato la settimana scorsa: “Gli effetti a catena del conflitto stanno estendendo la sofferenza umana ben oltre i suoi confini. La guerra, in tutte le sue dimensioni, ha esacerbato una crisi globale del costo della vita mai vista da almeno una generazione, compromettendo vite, mezzi di sussistenza e le nostre aspirazioni ad un mondo migliore entro il 2030″.

Conclusione

In poche parole, il conflitto in corso in Ucraina è un disastro colossale che, come ho notato all’inizio del mio intervento, porterà le persone di tutto il mondo a cercarne le cause. Coloro che credono nei fatti e nella logica scopriranno rapidamente che gli Stati Uniti ed i loro alleati sono i principali responsabili di questo disastro ferroviario. La decisione dell’aprile 2008 di far entrare l’Ucraina e la Georgia nella NATO era destinata a portare a un conflitto con la Russia. L’amministrazione Bush è stata la principale artefice di quella fatidica scelta, ma le amministrazioni Obama, Trump e Biden hanno intensificato questa politica in ogni occasione e gli alleati dell’America hanno doverosamente seguito la guida di Washington. Anche se i leader russi hanno detto chiaramente che l’ingresso dell’Ucraina nella NATO avrebbe significato oltrepassare “la più luminosa delle linee rosse”, gli Stati Uniti si sono rifiutati di assecondare le più profonde preoccupazioni della Russia in materia di sicurezza e si sono invece mossi senza sosta per fare dell’Ucraina un baluardo occidentale al confine con la Russia.

La tragica verità è che se l’Occidente non avesse perseguito l’espansione della NATO in Ucraina, è improbabile che oggi ci sia una guerra in Ucraina e che la Crimea non faccia ancora parte dell’Ucraina. In sostanza, Washington ha avuto un ruolo centrale nel condurre l’Ucraina sulla strada della distruzione. La storia giudicherà duramente gli Stati Uniti e i loro alleati per la loro politica straordinariamente insensata sull’Ucraina. Grazie.

John J. Mearsheimer è R. Wendell Harrison Distinguished Service Professor di Scienze politiche all’Università di Chicago. Tra i suoi numerosi libri ricordiamo “The Great Delusion: Liberal Dreams and International Realities” e “The Tragedy of Great Power Politics”.


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The National Interest è una rivista bimestrale di relazioni internazionali in lingua inglese. Il periodico adotta la linea editoriale della scuola realista, senza per questo rinunciare a mettere in rilievo il contributo delle ideologie ed il modo in cui le differenze socio-culturali, le innovazioni tecnologiche, la storia e la religione possono influenzare il comportamento degli stati in politica estera. Si rivolge a un pubblico internazionale e vari dei suoi articoli sono stati citati dal The New York Times, dal Financial Times, dal The Australian, dall’International Herald Tribune, da Shin Dong-A, dal The Spectator, dall’austriaca Europäische Rundschau e da siti online come il russo InoSMI.ru.

Fondata nel 1985 dall’editorialista americano e sostenitore del neoconservatorismo Irving Kristol, la rivista è stata diretta fino al 2001 dall’accademico australiano Owen Harries fino a quando, nel 2001, è stato acquisito da “The Center for the National Interest”, un think tank di politica pubblica con sede a Washington, D.C. fondato dall’ex presidente degli Stati Uniti Richard Nixon il 20 gennaio 1994, come “Nixon Center for Peace and Freedom”. Il presidente onorario è Henry Kissinger.

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