Il Trump brasiliano sta colmando il divario – The American Conservative

La sorprendente performance elettorale di Jair Bolsonaro ci ricorda che il fenomeno populista è ancora in gran parte inspiegabile

Tratto e tradotto da un articolo di Micah Meadowcroft per The American Conservative

I sondaggisti si sono sbagliati di nuovo, enormemente. Sebbene l’ex presidente e galeotto Luiz Inácio Lula da Silva – solitamente chiamato solo “Lula” – sia uscito dalle elezioni di domenica in Brasile con un vantaggio di cinque punti in vista del ballottaggio del 30 ottobre con il presidente Jair Bolsonaro, i recenti sondaggi avevano suggerito che avrebbe dovuto vincere in maniera netta, raccogliendo già al primo turno il necessario 50% + 1 dei voti.

Il 48,4% finale di Lula è stato un risultato inferiore alle aspettative, ma la vera sorpresa, forse familiare agli osservatori statunitensi, è stato il 43,2% di Bolsonaro, molto più forte del previsto, e la vittoria del suo partito sui liberal e sulla sinistra sulla scheda. Gli ultimi sondaggi del ciclo, provenienti da istituzioni apparentemente rispettabili, avevano collocato la quota di Bolsonaro più vicina al 36%, oltre a prevedere il sorpasso di Lula.

Come le elezioni in Italia, dove Giorgia Meloni sembra destinata a diventare il primo presidente del consiglio donna della nazione ed un contrappeso conservatore al globalismo dell’Unione Europea, i risultati del Brasile al primo turno suggeriscono che gli ambienti rispettabili non sanno ancora chi siano in realtà questi populisti di destra. Non è del tutto colpa loro: gli strumenti dei sondaggi e della sociologia sono stati costruiti in un’epoca di fiducia diffusa nei tecnocrati e nelle competenze. Se c’è qualcosa che ha definito l’ultimo decennio – ad esempio dal movimento Occupy Wall Street, almeno negli Stati Uniti – è stato il crescente sospetto nei confronti delle credenziali e delle autorità, un sospetto che, con Donald Trump, la Brexit, lo stesso Jair Bolsonaro e il COVID-19, è diventato culturalmente codificato come “di destra”. Bolsonaro ha avvertito i suoi elettori di non credere ai sondaggi; perché dovrebbero fidarsi abbastanza dei sondaggisti, a dire la verità?

Si noti l’espressione “diventare culturalmente codificati come di destra“. Per la maggior parte degli anni ’90 e 2000, la sfiducia nell’ufficialità è stata la chiave del leggendario ferro di cavallo politico americano. Sia la frangia di sinistra che quella di destra lo facevano; era questo che le rendeva tali. Ma ora, grazie al nostro regime di censura dei termini di servizio, al controllo dei giornali di prestigio ed all’isteria televisiva, la frangia stessa è stata trasformata in qualcosa di implicitamente od esplicitamente “nazista”.

In queste condizioni, alcune persone sono abbastanza sensibili all’etichetta da cercare a tutti i costi di ritornare “normali”. Sono disposte a smettere di fare domande e a tirare la leva. Ma molte persone non lo sono, e mentre una decina di anni fa erano rocker crust-punk, coltivatori di erba nelle comunità e primi adottatori straight-edge del poliamore, oggi si ritrovano sposati e si sentono dire che sono “nazionalisti”. Come si può misurare una fazione che non vuole essere misurata e che si oppone alla misurazione?

Lo stesso problema si riscontra nei tentativi di descrivere Bolsonaro stesso, quasi invariabilmente impiegando qualsiasi etichetta venga usata per Donald Trump. (Ma la tentazione fondamentale è quella di interpretare un uomo come un’ideologia, un insieme di dottrine che possono essere etichettate, dimenticando che le etichette seguono i loro leader). È confondere un uomo con un’idea, un uomo con un’istituzione. La prudenza è ciò che fa l’uomo prudente. E l’individuo può contenere moltitudini (o legioni, il che dovrebbe farci riflettere). Aspettarsi una coerenza di tipo matematico significa dimenticare tutte le piccole contraddizioni contenute in se stessi.

Si consideri che, ora che è in grado di combattere per un altro giorno, Bolsonaro ha anticipato le date di consegna di uno dei programmi sociali bimestrali del Brasile, in modo che i soldi arrivino sui conti prima che gli elettori si rechino alle urne. Lula non poteva fare di meglio.

Tuttavia, gli accademici, gli scribacchini e le teste parlanti devono avere la loro etichetta da utilizzare. Non importa se Bolsonaro sarà spodestato da Lula, il suo movimento è qui per restare. Spetterà ai commentatori decidere se impareranno la lezione sui leader e sulle fazioni politiche implicita in quel “suo” – stanno ancora lottando qui negli Stati Uniti. Brian Winter, caporedattore di Americas Quarterly, ha descritto la situazione in questo modo in una carrellata di reazioni ai risultati elettorali:

Alcuni credevano che Bolsonaro avrebbe perso alla grande e che sarebbe passato alla storia del Brasile come una sorta di aberrazione. Ora è tutto finito. Bolsonaro e il bolsonarismo sono qui per restare, anche se Lula dovesse vincere al ballottaggio. Con i risultati di ieri e l’ondata di personaggi favorevoli a Bolsonaro eletti al Congresso e ai governatorati, il presidente può affermare in modo credibile di essere il leader di un movimento conservatore con energia e forza di resistenza. La comunità cristiana evangelica brasiliana è in crescita, la società in generale è più conservatrice rispetto a 20 anni fa e credo che stiamo ancora cercando di capire le implicazioni di questo fenomeno per il futuro.

Quattro anni fa, Matthew A. Richmond della London School of Economics ha cercato di descrivere i brasiliani della classe operaia attratti da Bolsonaro, il Bolsonarismo popolare, per il mensile Sociological Review. Richmond scrisse: “In definitiva, si tratta di correggere quella che viene vista come una profonda ingiustizia: coloro che lavorano duramente non ottengono ciò che credono di meritare – come l’istruzione, l’assistenza sanitaria e la sicurezza – e coloro che non lavorano duramente ottengono cose che non meritano“.

Poi scritto: “Non è una coincidenza che Bolsonaro incentri il suo discorso sulla figura del cidadão de bem, il cittadino onesto e rispettoso della legge. Molti nelle periferie si riconoscono in questo idealtipo”. Ed ha concluso, ostentando le sue credenziali come uno dei buoni: “Questa è una crociata di cittadini di seconda classe contro i non-cittadini, orchestrata da coloro i cui diritti e privilegi non sono mai in dubbio”.

Senza dilungarmi sulle ovvie ragioni per cui potrebbero volerlo, permettetemi di suggerire che i conservatori americani hanno tutto il diritto di esultare per una performance migliore del previsto di Bolsonaro e del suo partito in Brasile. Non essendo elettori brasiliani, non spetta a noi giustificare la preferenza per un candidato rispetto ad un altro. Noi americani non dobbiamo soppesare i peccati e le colpe di entrambi i presidenti brasiliani e concludere quale sarà il male minore; non avendo alcun potere in queste elezioni, non abbiamo nemmeno alcuna responsabilità. Inoltre, la politica è un’arte della prudenza, non della perfezione.

Una vittoria di Bolsonaro rappresenta una sconfitta per la Sinistra internazionale, un colpo alla stessa coalizione di Big Philanthropy, ONG e burocrati globalizzatori che minano la verità, la giustizia e la via. Il ballottaggio del 30 ottobre in Brasile, che probabilmente sarà contestato, una settimana e mezzo prima delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti – l’inizio di novembre nell’emisfero occidentale – potrebbe essere davvero molto interessante.

Micah Meadowcroft è il redattore del sito di The American Conservative. È anche Robert Novak journalism fellow per il Fund for American Studies nel 2021-22 e Lincoln fellow per il Claremont Institute nel 2022. Prima di entrare a far parte del The American Conservativecome redattore capo nel febbraio 2021, ha ricoperto il ruolo di collegamento con la Casa Bianca presso l’Agenzia per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti, dove ha collaborato alla stesura dei discorsi. Ha conseguito un master in scienze sociali presso l’Università di Chicago, dove ha scritto di teoria politica. In precedenza, ha lavorato come redattore associato del Washington Free Beacon. Si è laureato in storia all’Hillsdale College, dove ha conseguito anche la specializzazione in giornalismo. Viene dal Pacifico nordoccidentale e, come Ulisse, spera di tornare a casa un giorno dopo un lungo esilio in Oriente.


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The American Conservative è una rivista pubblicata dall’American Ideas Institute, fondata nel 2002. Esiste per promuovere un conservatorismo che si oppone al potere incontrollato sia del governo che degli affari; promuovere la fioritura delle famiglie e delle comunità attraverso un mercato dinamico e le persone libere; abbraccia il realismo e la moderazione in politica estera, che deve essere basata sugli interessi nazionali dell’America, altrimenti noto come paleoconservatorismo.