Byron York: Chissà perché sono arrabbiati per il raid contro Donald Trump

Byron York’s Daily Memo – Chissà perché sono arrabbiati per il raid contro Donald Trump

Oltre a riportare i dettagli dell’irruzione senza precedenti dell’FBI nella casa dell’ex presidente Donald Trump a Palm Beach, in Florida, molti media si sono concentrati sui suoi sostenitori, arrabbiati, che vengono dipinti come dei fomentati dai politici Repubblicani e agitatori targati “Make America Great Again“.

Questo è quanto ha scritto il Washington Post, circa ventiquattr’ore dopo la notizia della perquisizione:

Gli organizzatori dell’estremismo hanno cercato di mantenere lo slancio costruito negli ultimi anni trovando cause di grande portata attorno alle quali le diverse fazioni potessero riunirsi, come l’opposizione alle restrizioni della pandemia, il negazionismo della validità delle elezioni e il movimento “Stop the Steal” od un immaginario “indottrinamento” socialista degli scolari. Ad ogni iterazione, secondo gli analisti, le reti sono diventate più sofisticate e più violente, come dimostra la rivolta in Campidoglio del 6 gennaio 2021. La ricerca di documenti riservati da parte dell’FBI a Mar-a-Lago viene ora presentata come un “punto di svolta”, una minaccia esistenziale per gli Stati Uniti che i veri patrioti devono sventare.

Ma alcune delle lamentele dei sostenitori di Donald Trump, come l’insoddisfazione per le restrizioni draconiane per la pandemia, sono reali e condivise da molti altri elettori. Altre sono immaginarie, secondo me, come la loro visione delle elezioni rubate del 2020. Ma ciò che colpisce di molte analisi dei media sui sostenitori di Donald Trump arrabbiati è che trascurano la ragione principale della loro rabbia. Sono arrabbiati perché il raid di Mar-a-Lago si inserisce in uno schema di comportamento che ha preso di mira Donald Trump ed i suoi collaboratori da parte dell’FBI, del Dipartimento della Giustizia e della Comunità dei servizi segreti – uno schema che risale ai mesi precedenti all’insediamento di Donald Trump nel gennaio 2017.

È necessario ripercorrerlo? Una versione breve del problema è contenuta in questa newsletter dell’11 dicembre 2020, che chiedeva a Donald Trump di porre fine alle sue contestazioni elettorali:

Un’alleanza di antagonisti di Trump nelle forze dell’ordine federali, nell’intelligence e nei media ha cercato di delegittimarlo fin dal primo momento. Dall’abile manovra per pubblicizzare le calunnie del Dossier Steele allo sforzo per inchiodare il generale Michael Flynn, al gioco di James Comey di assicurare a Trump di non essere indagato lasciando al contempo l’impressione pubblica che lo fosse, fino all’indagine di Mueller, durata anni, in cui il procuratore speciale ha scoperto presto che l’accusa di collusione non poteva essere confermata, ma ha permesso che l’indagine andasse avanti e continuasse – in tutto questo, Trump ha affrontato sforzi senza precedenti volti ad indebolire la sua presidenza e ad assicurarsi che non sarebbe stato rieletto. Alla fine del 2019, i Democratici della Camera hanno addirittura messo sotto impeachment il presidente, nella speranza di indebolirlo a tal punto da impedirgli di avere un secondo mandato.

Questo non è un elenco completo di lamentele. Altri esempi includono il trattamento pesante dell’FBI nei confronti dei collaboratori di Trump Paul Manafort e Roger Stone. Nelle prime ore del mattino del 26 luglio 2017, gli agenti dell’FBI, con le pistole spianate, sono entrati nell’abitazione di Paul Manafort ad Alexandria, in Virginia, per eseguire un mandato di perquisizione mentre lui e sua moglie erano a casa in pigiama, senza avere idea di chi stesse bussando alla porta. “L’irruzione, avvenuta senza preavviso… segnala un nuovo approccio aggressivo da parte del procuratore speciale Robert Mueller”, riportava il Washington Post.

Poi c’è stato l’arresto di Roger Stone, con gli agenti armati fino ai denti, avvenuto il 25 gennaio 2019 nella sua casa in Florida. Le telecamere del sistema di sicurezza della sua casa hanno mostrato gli agenti in equipaggiamento tattico con armi d’assalto spianate che si muovevano verso la sua porta. Hanno tenuto le armi puntate su uno Stone visibilmente assonnato quando ha aperto la porta ed è stato immediatamente ammanettato.

Entrambe le azioni sono sembrate eccessive. Non perché Manafort e Stone fossero innocenti – Manafort è stato condannato per evasione fiscale e Stone per aver mentito al Congresso – ma perché le tattiche erano sproporzionate rispetto alla situazione. E così sembra anche per il raid di Mar-a-Lago. Mai prima d’ora nella storia degli Stati Uniti l’FBI aveva fatto irruzione nella residenza di un ex presidente. A detta di tutti, si è trattato di una “importante escalation” dell’indagine su Donald Trump.

Ma un’indagine su cosa? Al momento, sembra che l’irruzione sia avvenuta per una disputa sulla gestione dei documenti. Quando la notizia è apparsa per la prima volta, molti commentatori, tra cui alcuni molto critici nei confronti di Donald Trump, hanno affermato che un’azione così importante – un’incursione nella casa di un ex presidente – doveva essere stata compiuta per motivi ben più importanti di un conflitto di interpretazione della legge sulla conservazione dei documenti presidenziali. POLITICO Playbook ha scritto: “Un aspetto che lascia perplessi della perquisizione di Mar-a-Lago, almeno per alcuni analisti legali, è che il crimine su cui si sta indagando non sembra corrispondere alla tattica senza precedenti di un’irruzione dell’FBI nella residenza di un ex presidente”.

“Hanno attraversato il Rubicone”, ha detto l’avvocato anti-Trump George Conway commentando le azioni del Dipartimento della Giustizia. “Nemmeno la casa di Richard Nixon a San Clemente è stata perquisita dall’FBI, per quanto ne so. … Si deve concludere che c’è qualcosa dietro il sipario che ci sorprende”.

L’opinione prevalente era quindi che, se l’FBI faceva qualcosa di così aggressivo, doveva essere per un motivo davvero importante. Si trattava di una tacita ammissione che le tattiche dell’FBI apparivano eccessive se la questione era semplicemente una possibile violazione del Presidential Records Act. Eppure, almeno per il momento, questo è lo stato migliore delle nostre conoscenze sul raid. Christina Bobb, uno degli avvocati di Donald Trump che si trovava a Mar-a-Lago e ha visto il mandato di perquisizione, ha dichiarato al podcast di Dinesh D’Souza: “Si tratta del NARA [National Archives and Records Administration] e del Records Preservation Act. Per quanto ne so, non ha nulla a che fare con il 6 gennaio. Dicono che stavano cercando documenti presidenziali… e potenziali crimini che riguardano la divulgazione di informazioni classificate, o qualcosa del genere. In pratica hanno trasformato l’FBI in bibliotecari troppo zelanti“.

Chissà qual è la realtà? Alla fine potrebbe risultare che le impressioni iniziali erano giuste, che il raid riguardava davvero qualcosa di più degli Archivi Nazionali e del Presidential Records Act. Ma al momento sembra che l’FBI si sia nuovamente impegnata nella sua tipica tracotanza anti-Trump. Ed è per questo che molti sostenitori dell’ex presidente sono arrabbiati. Questo non giustifica la violenza da parte di nessuno. Non giustifica una brutta sommossa come quella del 6 gennaio. Ma è ovvio che i sostenitori di Donald Trump sono arrabbiati con l’FBI. Dal loro punto di vista, si tratta del vecchio trattamento ingiusto che si ripete.


WashingtonExaminer.com

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Byron York è il corrispondente politico capo del Washington Examiner e un collaboratore di Fox News. Ha seguito le amministrazioni Bush, Obama, Trump e ora Biden, così come il Congresso ed ogni campagna presidenziale sin dal 2000. È l’autore di “The Vast Left Wing Conspiracy”, un resoconto dell’attivismo liberal nelle elezioni del 2004. Già corrispondente dalla Casa Bianca per il National Review, i suoi scritti sono stati pubblicati sul Wall Street Journal, Washington Post, Atlantic Monthly, Foreign Affairs e New Republic. Laureato all’Università dell’Alabama e all’Università di Chicago, vive a Washington, D.C.

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