L’America dovrebbe intervenire in Ucraina? – The American Conservative

La banalità con cui viene liquidata la minaccia nucleare di Putin è un pericoloso errore di valutazione della serietà delle minacce dei russi

Tratto e tradotto da un articolo di opinione di David Sacks per The American Conservative

Le stesse fonti mediatiche che ci hanno detto che Vladimir Putin è un pazzo ora ci assicurano, senza alcun senso di contraddizione, che non userebbe mai armi nucleari tattiche per evitare la sconfitta totale in Ucraina. “Non lasciate che Putin ci bluffi”, ha esortato Max Boot, un esempio del pensiero sbagliato dei falchi neocon da quando ci ha spinto alla guerra in Iraq con bugie sulle armi di distruzione di massa e sul legame di Saddam Hussein con l’11 settembre. Avendo sbagliato su così tante cose negli ultimi vent’anni, ci si aspetterebbe più umiltà e meno certezze da persone come Max Boot, che sogghignano con sicurezza davanti alla minaccia nucleare di Putin. Ma a Washington, il neoconservatorismo significa non dover mai chiedere scusa.

I neoconservatori non sono le uniche voci nei media e nei circoli accademici che stanno lì ad assicurarci che Vladimir Putin sta bluffando. L’ex ambasciatore americano in Russia, ora professore a Stanford, Michael McFaul, entusiasta del successo della controffensiva ucraina, ha dichiarato che questo è il momento per gli Stati Uniti “di andare all-in” in Ucraina, con “armi sempre più potenti e sanzioni sempre più severe”. Chiaramente, anche lui respinge l’esistenza di una minaccia nucleare.

Charles Pierce ha deriso Putin su Esquire, affermando che “ha deciso di fare sul serio per il pubblico” e che “il suo discorso puzza di un monumentale bluff“. L’editorialista del Philadelphia Inquirer Trudy Rubin si è scrollata di dosso la minaccia ed ha chiesto all’Occidente di intensificare il suo sostegno all’Ucraina, scrivendo che “Putin e la sua cerchia hanno fatto spesso minacce nucleari negli ultimi anni – e sono sempre state un bluff“. Michael Clarke, professore di studi sulla guerra al King’s College di Londra, ha dichiarato alla NBC News che Putin “sta raddoppiando politicamente perché sta perdendo militarmente… Dice: ‘Questo non è un bluff’, il che dimostra che lo è”.

Rinchiusi tra le alte mura dei media, dell’accademia o della burocrazia governativa, la maggior parte di questi commentatori non ha mai svolto un lavoro che richiedesse una seria assunzione di rischi. Non hanno condotto un’analisi costi-benefici e non hanno mai giocato una mano di poker con un alta posta in palio. Eppure sostengono di sapere esattamente quali carte abbia in mano Putin e come le giocherà. I giocatori di poker più intelligenti sanno che non possono conoscere con precisione la mano dell’avversario, per cui cercano di metterlo su una gamma di possibilità e poi valutano se le sue azioni precedenti raccontano una storia più coerente con una mano credibile oppure con un bluff.

Quale storia sta raccontando Putin sull’Ucraina? Dal 2008, Mosca ha avvertito che l’ammissione dell’Ucraina nella NATO era una linea rossa inaccettabile per la sicurezza russa, perché significava truppe, armi e basi americane direttamente sul suo confine più vulnerabile. L’attuale direttore della CIA, Bill Burns, che all’epoca era il nostro emissario a Mosca, ha riportato queste preoccupazioni a Washington nel suo ormai famoso promemoria “Nyet Means Nyet“. Da allora, Putin e il suo ministro degli Esteri Sergei Lavrov hanno ripetutamente avvertito che Mosca considera le armi della NATO all’interno dell’Ucraina, in particolare i sistemi missilistici americani che potrebbero colpire Mosca in pochi minuti, come una minaccia esistenziale. Putin ha ripetutamente avvertito che avrebbe invaso l’Ucraina se i suoi problemi di sicurezza non fossero stati affrontati, ed in effetti lo ha fatto quando non lo sono stati. Questa decisione è stata immorale, criminale e barbara, ma non è stata l’azione di un bluff.

Vladimir Putin ha dimostrato di essere un assassino spietato e calcolatore quando viene minacciato, come dimostra il numero di oppositori ed ex alleati di Putin che sono misteriosamente morti cadendo dalle scale, dalle finestre oppure ingerendo inavvertitamente rari veleni. Mentre Joe Biden e l’Occidente aumentano la pressione, Putin affronta solo maggiori minacce alla sua sopravvivenza. Gli integralisti russi pensano già che abbia combattuto questa guerra con truppe, armi e ferocia insufficienti e considerano la parziale mobilitazione di 300.000 uomini una mezza misura. Una sconfitta totale della Russia in Ucraina, secondo l’Occidente, significa non solo tornare ai confini del 23 febbraio, ma anche restituire la Crimea, che ospita la poderosa base navale russa di Sebastopoli e la sua flotta nel Mar Nero. Putin si troverebbe probabilmente di fronte ad un violento colpo di Stato se accettasse una tale sconfitta e quindi sarebbe incentivato ad usare ogni arma a sua disposizione per evitarla.

Ma forse la ragione migliore per pensare all’impensabile sull’uso del nucleare in Ucraina è che i nostri stessi leader hanno usato queste armi o sono stati disposti a usarle in almeno tre diverse occasioni. Gli Stati Uniti sono ancora l’unico Paese al mondo ad aver impiegato delle armi nucleari nel bel mezzo di una guerra. Di fronte all’alternativa di una sanguinosa invasione terrestre che avrebbe potuto costare la vita a centinaia di migliaia di soldati americani, il presidente Truman decise di sganciare due bombe atomiche sul Giappone. È una scelta che sicuramente lo ha tormentato fino alla morte, ma che comunque abbiamo considerato razionale e persino difendibile, date le circostanze.

Cinque anni dopo, il generale Douglas MacArthur sostenne l’impiego di venti o trenta bombe atomiche per vincere la guerra di Corea. Il suo piano prevedeva di impedire la re-invasione della Cina dal Nord, irradiando il confine in modo tale che un esercito invasore non avrebbe più potuto attraversarlo in sicurezza almeno per mezzo secolo o anche più. Qualcuno potrebbe sostenere che MacArthur avesse perso la bussola, ma era l’uomo più ammirato d’America quando Truman lo licenziò. Di conseguenza, l’indice di gradimento di Truman scese a tal punto da impedirgli di ricandidarsi nel 1952. Chiaramente, non tutti pensavano che le idee di MacArthur fossero folli.

Durante la crisi dei missili di Cuba del 1962, i nostri generali presentarono al Presidente Kennedy piani di attacco alle installazioni missilistiche russe a Cuba e piani più ampi per una guerra nucleare con la Russia in caso di ritorsione. Fortunatamente, JFK possedeva un temperamento sornione e freddo e, rendendosi conto delle terribili implicazioni di ciò che stavano proponendo, si oppose. Mandò invece suo fratello Bobby ad avviare negoziati con i sovietici. Bobby fece un accordo segreto in base al quale noi ritiravamo i nostri missili Jupiter dalla Turchia in cambio del ritiro dei missili sovietici da Cuba. JFK negò il quid pro quo di fronte alle teste calde dell’esercito e del Congresso, ma salvò il mondo da un possibile annientamento.

Se i nostri generali erano disposti a usare le armi nucleari per vincere le guerre, salvare le vite dei nostri soldati e impedire che un vicino si unisse a un’alleanza militare ostile, è davvero così impensabile che Putin possa giungere a conclusioni simili, soprattutto se messo alle strette?

Non è lo scenario più probabile: Putin ha altre opzioni, come dimostra la mobilitazione parziale, e ci sono altri gradini intermedi sulla scala dell’escalation prima di arrivare al giorno del giudizio. Tuttavia, l’uso del nucleare rientra nella gamma dei possibili esiti se il conflitto continuerà ad aggravarsi. Paradossalmente, più l’Occidente riuscirà ad indebolire Putin e la Russia in Ucraina con le armi convenzionali, più alto sarà il rischio che i russi ricorrano ad armi non convenzionali.

Perché i falchi della guerra e i loro alleati mediatici vogliono minimizzare la minaccia nucleare? Perché se i rischi venissero illustrati in modo esauriente, il popolo americano si chiederebbe perché gli Stati Uniti siano diventati un co-belligerante in una guerra per procura contro la Russia. Forse non siamo stati noi a premere il grilletto, ma abbiamo armato ed addestrato l’esercito ucraino, abbiamo commando sul terreno che coordinano il flusso di armi e di intelligence, abbiamo fornito l’artiglieria per uccidere i generali russi ed affondare la nave ammiraglia russa Moskva, ed abbiamo condotto la pianificazione dell’ultima controffensiva ucraina. E piuttosto che fare tutto questo in modo segreto, secondo le regole della Guerra Fredda, i funzionari dell’amministrazione continuano a vantarsi di ciò che stanno facendo, anche se forniscono un controllo più stretto delle operazioni e sistemi d’arma sempre più avanzati.

Vladimir Putin vede tutto questo e trae la conclusione, non del tutto infondata, che l’Occidente è già in guerra contro la Russia. Dovremmo almeno avere le idee chiare sulle potenziali conseguenze. Nella terminologia del poker, questo non è un free-roll.

Max Boot ha ragione sul ricatto nucleare: “Se l’Occidente dovesse cedere al suo ricatto nucleare, cosa gli impedirebbe di annunciare domani che anche Kiev è territorio russo (cosa di cui è chiaramente convinto)? O Tallinn? O Tbilisi? O addirittura Varsavia o Helsinki? Non possiamo vivere in un mondo in cui un dittatore malvagio può ridisegnare i confini internazionali a suo piacimento con minacce di annientamento nucleare”.

A parte la sua ridicola teoria neocon del domino (semmai la guerra d’Ucraina dimostra che l’esercito di Putin può a malapena funzionare al di là delle sue immediate linee di rifornimento in Russia), Max Boot ha ragione nel dire che non possiamo arrenderci di fronte alle minacce di Putin. Tuttavia, la guerra e l’acquiescenza non sono le nostre uniche opzioni. Nel suo discorso, Putin ha lasciato aperto uno spiraglio per una soluzione diplomatica, elogiando gli sforzi di pace della Turchia che sembravano dare frutti prima che Boris Johnson li vanificasse. Gli Stati Uniti potrebbero rilanciare un accordo simile: La neutralità ucraina in cambio di armi e garanzie di sicurezza occidentali, ed un referendum tenuto sotto gli auspici delle forze di pace e degli osservatori elettorali delle Nazioni Unite per determinare il destino della Crimea e del Donbass.

Vladimir Putin sostiene che i referendum fasulli che sta tenendo in quattro regioni occupate dell’Ucraina servono a sostenere il principio dell’autogoverno. È una battuta, ma perché non usare le sue parole contro di lui proponendo referendum liberi ed equi sotto l’egida delle Nazioni Unite e sfidandolo ad opporvisi? Un’offerta diplomatica di questo tipo non rappresenterebbe un’acquiescenza, ma piuttosto il principio dell’autodeterminazione. Se gli Stati Uniti stanno davvero conducendo una lotta globale tra democrazia e autocrazia, come l’amministrazione ci dice costantemente, come possiamo negare la democrazia al popolo della Crimea o del Donbass?

È profondamente irresponsabile non tentare la via della diplomazia quando la posta in gioco è così alta. Come esorta David Ignatius, collega di Max Boot al Washington Post, nella sua ultima rubrica, l’amministrazione dovrebbe “studiare la crisi missilistica cubana per trarre lezioni sull’Ucraina. Ma come abbiamo discusso, la lezione chiave di quella crisi è stata quella di evitare i consigli militari dei falchi e di perseguire un compromesso dietro le quinte. Invece di provare a farlo, continuiamo a liquidare le preoccupazioni di Mosca per la sicurezza come esagerate, non valide o come un mero pretesto per un’aggressione militare. La Russia ha ignorato le nostre preoccupazioni per la sicurezza all’inizio della crisi dei missili di Cuba. Fortunatamente, nel 1962 i nostri leader continuarono a cercare una soluzione diplomatica e trovarono un modo creativo per trovare un accordo.

Washington sta giocando a poker contro un avversario che ha appena dichiarato la sua volontà di andare fino in fondo. Siamo pronti a fare lo stesso, come incoraggia il professor McFaul? I giocatori di poker più forti sanno che devono controllare le dimensioni del piatto per evitare di essere spinti a prendere una decisione indesiderata con tutte le loro fiches. I momenti di all-in creano una varianza inutile per un giocatore superiore che è ben posizionato per vincere nel tempo. Noi siamo quel giocatore superiore ed il tempo è dalla nostra parte. Se dovessimo affrontare una minaccia esistenziale alla nostra sicurezza, potremmo essere disposti ad assumerci un rischio maggiore, ma non siamo di fronte a una minaccia del genere.

Non ha senso che gli Stati Uniti si giochino tutte le fiches su una regione, il Donbass, che nessun presidente americano ha mai dichiarato essere un interesse vitale. Rischiare la Terza Guerra Mondiale con un avversario disperato e dotato di armi nucleari, senza interessi vitali per la sicurezza nazionale e senza aver esaurito ogni opzione diplomatica, non è un buon controllo del piatto. Anzi, non è nemmeno poker. È una roulette russa.


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The American Conservative è una rivista pubblicata dall’American Ideas Institute, fondata nel 2002. Esiste per promuovere un conservatorismo che si oppone al potere incontrollato sia del governo che degli affari; promuovere la fioritura delle famiglie e delle comunità attraverso un mercato dinamico e le persone libere; abbraccia il realismo e la moderazione in politica estera, che deve essere basata sugli interessi nazionali dell’America, altrimenti noto come paleoconservatorismo.