La rivincita per Mar-a-Lago sarà brutale – The Wall Street Journal

Quello che è successo a Mar-a-Lago presenterà un severo conto da pagare ai Democratici quando saranno i Repubblicani a controllare il Dipartimento della Giustizia e l’FBI

Tratto e tradotto da un articolo di opinione di Kimberley A. Strassel per il Wall Street Journal

La Trump derangement syndrome ha il curioso pregio di stravolgere il pensiero critico e coerente. Ne è testimonianza la cieca insistenza del complesso mediatico al servizio dei Democratici sul fatto che l’irruzione del Dipartimento di Giustizia nella casa di Donald Trump sia stata “giusta e necessaria”, piuttosto che una mossa pericolosa per il loro Partito e per il Paese.

Con l’irruzione a Mar-a-Lago, il Dipartimento della Giustizia ed il Federal Bureau of Investigation (FBI) hanno fatto entrare gli Stati Uniti nella categoria dei Paesi i cui partiti al potere usano il potere esecutivo per indagare sui rivali politici. Nessun procuratore generale ha mai autorizzato un’incursione nella casa di un ex presidente, in quella che potrebbe essere la base per un’accusa penale.

Eppure, a leggere i media di sinistra, la perquisizione di lunedì 8 agosto è stata una giornata di “lotta al crimine”. La stampa della Beltway ha fatto quadrato attorno al procuratore generale Merrick Garland ed ha ripetuto a pappagallo la posizione della Speaker Nancy Pelosi secondo cui “nessuno è al di sopra della legge“. “Il raid di Mar-a-Lago dimostra che gli Stati Uniti non sono una Repubblica delle Banane”, ha dichiarato l’Atlantic, chiaramente preoccupato che i lettori potessero concludere il contrario. È “principio fondamentale” che coloro che “commettono crimini debbano risponderne”, si leggeva.

Aaron Blake del Washington Post afferma che è assolutamente normale indagare sui presidenti – guardate a Israele! Il New York Times spiega con tranquillità che i pubblici ministeri “avrebbero ponderato attentamente la decisione” e che quindi l’indagine deve essere per forza “seria”. Roll Call ha citato un professore di legge per ricordare a tutti che un giudice ha dovuto firmare un affidavit (dichiarazione giurata scritta, n.d.r.) che è alla base di ogni perquisizione.

L’ultima volta che abbiamo ricevuto un tale livello di rassicurazioni sulla professionalità delle forze dell’ordine federali è stato all’apice della bufala del Russiagate.

Se avete dubbi sulla professionalità delle forze dell’ordine, siete fuori di testa e dei senza legge. Il Washington Post ha citato “esperti di estremismo” che hanno spiegato che tutte le dichiarazioni del GOP che “delegittimano il governo” sono “pulsioni verso la violenza”. Uno di loro ha detto: “Usano eventi come questo per alimentare questa fantasia che hanno contribuito a creare assieme ai loro sostenitori”. Diversi organi di stampa hanno affermato che le critiche dei Repubblicani al Dipartimento della Giustizia e all’FBI erano poco più che uno sforzo per “tutelarsi” contro eventuali indagini.

Tuttavia, nemmeno il Dipartimento di Giustizia è così sempliciotto. Da tempo hanno delle linee guida sulle indagini politicamente “sensibili”, soprattutto in prossimità di un’elezione. Le linee guida riflettono il riconoscimento dell’impossibilità di escludere la politica dalle indagini politiche, e che un presunto crimine debba essere “grave” da poter permettere di superare il rischio di macchiare irrimediabilmente il Dipartimento della Giustizia e lasciare adito a dubbi che sia un “agenzia politicizzata o corrotta”. L’indagine deve anche valere il rischio di innescare il prevedibile ciclo tossico di rappresaglie e di escalation nel dibattito pubblico.

L’asticella è sempre stata posta al massimo soprattutto quando l’indagine coinvolge un ex presidente. A maggior ragione quando l’ex presidente rimane in lizza per riottenere nuovamente la carica.

Merrick Garland ha ignorato tutta questa storia e complessità nella sua dichiarazione “la legge è uguale per tutti” di giovedì scorso, ed ha anche espresso indignazione per il fatto che qualcuno possa addirittura diffidare del suo Dipartimento e dell’ufficio che ci ha regalato il dossier Steele e le intercettazioni a Carter Page.

I Democratici potrebbero comunque scommettere che la copertura negativa su Donald Trump li possa aiutare nelle elezioni di novembre o nel 2024. È meglio che lo sperino. I loro difensori dei media ignorano sconsideratamente la storia del boomerang dei poteri governativi quando vengono scatenati ed il pericolo politico sul lungo termine nella violazione di precedenti e norme. Fu proprio un Congresso in mano ai Democratici che promulgò, e Jimmy Carter firmò, la prima legge sui procuratori indipendenti nel 1978. Due decenni dopo quella legge portò all’impeachment di Bill Clinton.

Al contrario, la percezione di una persecuzione politica nei confronti di Donald Trump potrebbe aiutarlo a ottenere un secondo mandato. E come 47° presidente sarebbe ancora più sfrenato di quanto non lo sia stato come 45°. L’incursione di Merrick Garland ha reso perseguibili anche le figure politiche più alte, ed il nuovo standard dei media è che il Dipartimento della Giustizia non può essere messo in discussione mentre si assicura che “nessuno sia al di sopra della legge“. Vedremo cosa diranno quando un futuro Dipartimento di Giustizia guidato dai Repubblicani inizierà a fare irruzione nelle case di Joe Biden, Hillary Clinton, Barack Obama, Eric Holder, James Comey e John Brennan.

Ma la vendetta potrebbe arrivare anche prima. I Democratici hanno toccato il fondo con il loro circo ucraino dell’impeachment e l’anno prossimo una Camera in mano al GOP potrebbe riproporre lo stesso circo. Preparatevi a qualche altra commissione parlamentaremagari escludendo il partito di minoranza, come hanno fatto i Democratici con la commissione sul 6 gennaioper indagare sul Dipartimento politicizzato di Garland o sulle finanze di Hunter Biden. Osservateli mentre citeranno in giudizio i rappresentanti Democratici, come ha fatto la commissione sul 6 gennaio con i Repubblicani. I rappresentanti Adam Schiff, Ilhan Omar ed Eric Swalwell potrebbero ritrovarsi in panchina con una nuova maggioranza repubblicana, desiderosa di seguire l’esempio della signora Nancy Pelosi privando i membri della squadra avversaria di incarichi in commissione.

Tutto questo botta e risposta minerà ulteriormente le istituzioni dell’America e polarizzerà la nazione, ma questa è la natura della vendetta nella politica. Ecco perché la difesa a oltranza degli eventi a cui stiamo assistendo in queste settimane da parte dei Democratici e dei media è così sconsiderata. Entrambi i Partiti hanno capito da tempo che la moderazione politica non è tanto una questione di civiltà quanto di autoconservazione. Ciò che gira rigira e torna sempre indietro. Quello che è successo in queste settimane si ripresenterà con forza.

Kimberley Strassel è membro del comitato editoriale del Wall Street Journal. Scrive editoriali, così come la rubrica politica settimanale Potomac Watch, dalla sua base in Alaska. La Strassel è entrata a far parte di Dow Jones & Co. nel 1994, lavorando nel dipartimento di notizie del Wall Street Journal Europe a Bruxelles e poi a Londra. Si è trasferita a New York nel 1999 e poco dopo è entrata a far parte della pagina editoriale del WSJ, lavorando come redattrice di servizi e poi come scrittrice editoriale. Ha assunto la sua attuale posizione nel 2005. Vincitrice del Premio Bradley 2014, collabora regolarmente ai talk show politici, tra cui “Face the Nation” della CBS, “Fox News Sunday” e “Meet the Press” della NBC. È l’autrice di “The Intimidation Game: How the Left Is Silencing Free Speech”, che racconta i recenti attacchi alle organizzazioni non profit conservatrici, alle imprese ed ai donatori. Nata in Oregon, ha conseguito una laurea in politiche pubbliche ed affari internazionali presso la Princeton University. Vive in Alaska con i suoi tre figli.


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