Liz Cheney non è una martire. È solo un altro membro ricco e titolato dell’establishment di Washington – The Federalist

Liz Cheney non ha sacrificato nulla andando contro Donald Trump e perdendo il suo seggio alla Camera

Tratto e tradotto da un articolo di Victoria Marshall per The Federalist

La deputata Liz Cheney ha perso con un distacco di oltre 30 punti le primarie in Wyoming. Ma a lei non sembra importare molto. Da tempo nota negli ambienti di Washington come assoluta detestatrice delle interazioni con gli americani medi al di fuori della cerchia che conta, rappresentare gli elettori del Wyoming non è mai stato considerato un aspetto particolarmente importante del suo ruolo a Washington.

Ascoltando i media aziendali e l’establishment di Washington, si potrebbe pensare che Liz Cheney sia il più grande eroina della storia, una “martire politica” che ha anteposto “i principi al Partito” e che si è coraggiosamente opposta anche agli elettori repubblicani ed al loro forte sostegno all’ultimo presidente espresso del Partito, sostegno che gli “addetti ai lavori” trovano “sconveniente”.

Questi slogan semplicistici e pieni di errori funzionano bene a Washington, ma non nel resto dell’America. La CNN si è recata in Wyoming per difendere Liz Cheney come “sostenitrice dello stato di diritto, baluardo a difesa della Costituzione”, riferendosi al suo lavoro nel processo-fasta sul 6 gennaio. Un elettore del Wyoming, Brett Kupec, se ne è fatto ben poco di questo punto di vista. “Se quello è lo ‘Stato di diritto’, perché [Donald Trump] non ha un team di difensori in quell’aula?” si è chiesto Kupec. “Non è lo stato di diritto. È una corte di canguri. Non è il modo di fare qui nel Wyoming“.

In effetti, non c’è nulla di eroico nel negare ai nemici politici il giusto processo, o nell’aiutare gli avversari politici dei propri elettori con i loro processi show stalinisti. L’odio per Trump non è un principio, o almeno non vale la pena di difenderlo a spese della Repubblica e della sua salute.

Non è l’eroina che i suoi fan mediatici sostengono che sia. Non è nemmeno una martire. Non si tratta di una coraggiosa abitante del Wyoming che si è fatta forza per principio dopo non essere riuscita a convincere i suoi elettori a seguirla. Liz Cheney ha sempre usato il Wyoming ed il Partito Repubblicano per ambizione personale e per promuovere una politica estera screditata e politicamente tossica.

La prima volta che ha cercato di imporsi agli abitanti del Wyoming è stata nel 2014, sorprendendo il precedente senatore del Wyoming, Mike Enzi, ed annunciando il suo piano di sfidarlo alle primarie per il seggio al Senato degli Stati Uniti. Il suo post su Facebook in cui annunciava la sua candidatura era però stato lanciato dalla sua vera casa a McLean, in Virginia, un luogo popolato da burocrati governativi, appaltatori della difesa e lobbisti. I jeans che indossava per fingere di far propri i valori del Wyoming le hanno macchiato le mani di blu perché erano veramente nuovi di ballino. Si è dovuta ritirare da quella corsa in disgrazia, ma è stata eletta alla Camera degli Stati Uniti nel 2016 dopo le dimissioni della deputata Cynthia Lummis. Raramente tornava “a casa” in Wyoming, ed era nota per aver cancellato eventi o semplicemente per non essersi presentata.

Liz Cheney ha poi rapidamente scalzato Cathy McMorris Rogers per diventare la presidente della Conferenza dei Repubblicani alla Camera, ma è stata lei stessa estromessa da quella posizione nel giro di pochi anni. Non si trattava solo per il fatto che si fosse unita al complotto della presidente della Camera Nancy Pelosi per l’impeachment del presidente Donald Trump, ma anche per il fatto che non sia mai riuscita ad essere un’efficace presidente di quella conferenza, avendo sempre sfruttato la situazione per fini personali. A differenza di McMorris Rogers o di Elise Stefanik, che ha preso il suo posto a capo di quella conferenza, Liz Cheney non è mai riuscita a raccogliere fondi significativi per gli altri membri del Congresso.

Liz Cheney ha contribuito a diffondere false voci sul pagamento di taglie da parte dei russi in Afghanistan, una storia che è stata ampiamente utilizzata dagli avversari all’interno del Partito Repubblicano per danneggiare Donald Trump e i suoi sostenitori. Ma è rimasta in disparte ed ha fatto poco o nulla quando Joe Biden ha diretto il disastroso ritiro dall’Afghanistan.

Liz Cheney non è un eroina, né una martire, ma una figlia privilegiata dell’establishment di Washington, così tanto dipendente dal nome della sua famiglia che pure nel suo discorso in cui ha riconosciuto la sconfitta ha usato la dinastia in cui è nata come stampella.

L’inquadratura da Giovanna d’Arco da parte dei media era già in atto da tempo, dopo che Liz Cheney è diventata una stella di primaria grandezza nel successo televisivo di quest’estate – le audizioni della commissione della Camera sul 6 gennaio (la seconda stagione andrà in onda a settembre) – ed ha giurato di fare tutto ciò che è in suo potere per impedire a Donald Trump di diventare di nuovo presidente. Un profilo del New York Times ha descritto la probabile sconfitta della Cheney alle primarie come “il suo martirio” ed “un terreno di prova per la sua nuova crociata”. Un altro articolo del New Yorker fa sembrare la Cheney come uno dei 300 spartani che hanno dato la vita per difendere la Grecia nella battaglia delle Termopili. Il democratico ed attore Alec Baldwin ha definito Liz Cheney il “Nalvany della nostra attuale cultura politica”. E un articolo del Washington Post accenna ad una sua possibile candidatura alle presidenziali.

I donatori della Sinistra sono accorsi in massa per riempire le casse della campagna di Liz Cheney. Ha ricevuto 950.000 dollari di contributi solo dai big del Texas. Ha raccolto il triplo della sua avversaria, decine di milioni di dollari. Eppure nessuno si pone le domande vere e proprie sul perché i sondaggi danno liz Cheney perdente di quasi 30 punti.

Forse le élite della Beltway dovrebbero togliersi gli occhiali dell’ideologia e parlare con l’elettore medio del Wyoming per scoprire perché la canonizzazione di Liz Cheney potrebbe essere stata un po’ prematura. I Repubblicani del Wyoming sono preoccupati per l’inflazione e per gli alti prezzi dell’energia. Vogliono qualcuno che lavori per lo Stato del Wyoming e per i suoi elettori e che rappresenti i valori conservatori. E sì, sono d’accordo con la stragrande maggioranza degli elettori Repubblicani sul fatto che Donald Trump sia stato un ottimo presidente che merita credito per aver combattuto l’establishment di Washington che sta distruggendo il Paese. Odiano la politica estera di Liz Cheney e ciò che ha fatto alla sicurezza nazionale.

Gli americani e i loro desideri sono solo degli ostacoli nella mente di chi vive all’interno della cintura di Washington. Ecco perché, dopo la sconfitta di Liz Cheney alle primarie, inizieranno a prepararla per una corsa alle presidenziali (“Liz Cheney ed un piccolo ma influente blocco di Repubblicani anti-Trump hanno deciso che ci deve essere un candidato per il 2024 che si candiderà come oppositrice senza riserve sia dell’ex presidente che di altri contendenti che sputano falsità sulle elezioni del 2020”, riporta il Washington Post). Le verranno offerti contratti multimilionari per la pubblicazione di libri, si imbarcherà in un tour di “Scusateci per Trump” e si intratterrà con le élite di Never-Trump ai cocktail party di Georgetown. Liz Cheney trarrà profitto da queste nuove impreseil suo patrimonio netto è già stimato in 15 milioni di dollari – mentre il suo capitale politico aumenta e i donatori, di destra e di sinistra, si mobilitano per la sua causa.

Liz Cheney non ha sacrificato nulla andando contro Donald Trump e perdendo il suo seggio alla Camera. Con i suoi contratti con i media, i suoi libri e le sue posizioni di rilievo nel complesso militare-industriale, sarà continuamente accolta da applausi scroscianti da parte dell’establishment di Washington, che si è sempre più distaccato dagli americani. Non è una martire.

Victoria Marshall è una redattrice di The Federalist. I suoi articoli sono stati pubblicati sul New York Post, National Review e Townhall. Si è laureata all’Hillsdale College nel maggio 2021 con una specializzazione in politica e una in giornalismo.


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