La totale sconfitta del GOP di Bush, Cheney e Romney – Seth Barron, UnHerd

Il neoconservatorismo di Liz Cheney è morto. La sua sconfitta in Wyoming segna la fine di un’epoca

Tratto e tradotto da un articolo di opinione di Seth Barron per UnHerd

La sonora sconfitta di Liz Cheney nella sua candidatura per l’unico seggio del Wyoming alla Camera dei Rappresentanti segna ancora una volta la sconfitta totale dell’era Bush-Cheney-Romney nel Partito Repubblicano. Il periodo del dominio neoconservatore nel Partito Repubblicano è terminato quando Donald Trump ha sbaragliato il campo durante la stagione delle primarie del 2016. Ma gli spettri di questa tendenza politica – a favore dell’avventurismo militare all’estero e di un “libero mercato” volutamente messo tra virgolette – continuano ad apparire come fantasmi al banchetto, dove scuotono le loro catene mentre insistono ad aleggiare sopra la sala.

Sostenitrice di Donald Trump fino alla sommossa del 6 gennaio al Campidoglio, la rappresentante Liz Cheney ha abbracciato ogni singola parte della narrazione dei Democratici riguardo al presunto tentativo di Trump di ignorare i risultati delle elezioni, fare a meno della Costituzione e di stabilirsi alla Casa Bianca come un “Cesare sul Potomac”. Dopo che la presidente della Camera Nancy Pelosi ha respinto i Repubblicani nominati per far parte della sua commissione speciale per indagare su quella rivolta, ha nominato Liz Cheney come rappresentante della minoranza per preservare l’apparenza di un bipartitismo. Liz Cheney ha accettato di buon grado la nomina a co-presidente della commissione ed ha accettato il ruolo che le è stato dato nell’inchiesta.

Liz Cheney ha così assaporato l’opportunità di sedersi davanti alle telecamere e di recitare la parte dell’ultimo repubblicano patriota rimasto, un difensore della nazione e dei suoi valori democratici. La sua partecipazione alla commissione sul 6 gennaio è stata letta da tutti i membri del suo Partito – al di fuori di quella provincia di pochi scrittori di opuscoli il cui pubblico principale è quell’altro – come la perfidia più pura. La sua blanda recita delle più assurde affermazioni dei Democratici sulla slealtà di Donald Trump è stata presa come un oltraggio.

Detto questo, perché Liz Cheney si è presa la briga di candidarsi per la rielezione, in uno Stato che ha votato più di ogni altro per Donald Trump, e per ben due volte? Quella che la stampa definisce una “spaccatura” nel Partito Repubblicano – tra i sostenitori di Trump da un lato ed i repubblicani tradizionali dall’altro – in realtà non è affatto una scissione o una questione di fazioni. Assomiglia piuttosto ad una banchisa su cui è stato mandato alla deriva un residuo decrepito ed inutile di quel Partito.

I neoconservatori che hanno annunciato con orgoglio che avrebbero votato per Biden nel 2020 perché loro si che antepongono “il Paese al Partito”, ora attendono compiaciuti nel loro splendido palazzo dei principi che il resto dei Repubblicani, rinsaviti, si rituffi vergognosamente indietro, chiedendo una nuova guida. Ma aspetteranno ancora invano.

Gli elettori Repubblicani più mainstream, anche quelli che non amano particolarmente Donald Trump, abbracciano il programma del Nuovo GOP: niente più nuove guerre, legge ed ordine, fine della cultura estremista della Sinistra (c.d. Woke) nelle scuole pubbliche e politiche ragionevoli a favore della famiglia che non includono l’immiserimento intenzionale della classe media attraverso costi energetici esponenzialmente gonfiati.

Ma questo non significa che la coorte Bush-Cheney-Romney scomparirà. Possono ancora fare rumore e sventolare le loro bandiere di battaglia ormai a brandelli, minacciando persino di organizzare sfide di retroguardia alle convention nazionali. Dick Cheney, in uno spot-parodia-di-sé-stesso a sostegno della campagna della figlia, ha guardato la telecamera insistendo sul fatto che “non c’è mai stato un individuo che abbia rappresentato una minaccia più grande per la nostra Repubblica come Donald Trump“. Ma quando dicono “la nostra repubblica”, come quando dicono “la nostra democrazia”, deve essere sempre recepita con un accento possessivo: quando Dick Cheney o Nancy Pelosi dicono “nostra” intendono la loro. La minaccia di Trump al potere costituito è sempre stata meno ideologica e più una questione legata al possesso di un bene.

Il discorso di concessione di Liz Cheney ha incluso una grandiosa citazione del discorso di Gettysburg di Abramo Lincoln – la parte in cui egli disse “noi qui decidiamo fermamente che questi morti non saranno morti invano” – con la bizzarra implicazione che lei, come una martire salvatrice dell’Unione, intenda salvare il Partito di suo padre candidandosi alla presidenza.

Ma il problema per Liz Cheney, Dick Cheney, i Bush ed i loro compagni d’esilio è che non sono più i ben voluti dal loro stesso Partito, che l’altro Partito “li vede più come degli amici” e che mancano dell’elemento più importante per ottenere il potere in un sistema elettorale: un collegio elettorale.


UnHerd.com

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