Hunter e Joe Biden hanno bisogno di Donald Trump – Wall Street Journal

La stampa non potrà continuare a mentire sulla storia del portatile di Hunter Biden qualora Donald Trump non si dovesse ricandidare

Tratto e tradotto da un articolo di opinione di Holman W. Jenkins, Jr. per il Wall Street Journal

Quando i Democratici e i media avranno finito di cercare di squalificare Donald Trump per il 6 gennaio, avranno un lavoro simile da fare anche su Joe Biden. Il procuratore generale degli Stati Uniti Merrick Garland deve fare non una ma ben due scelte in vista del 2024: se perseguire Trump per i presunti crimini commessi il 6 gennaio oppure se continuare a distogliere lo sguardo da Hunter Biden e dalle prove di corruzione della famiglia Biden.

Nel fare quella telefonata al presidente ucraino Volodymyr Zelensky che ha portò al suo primo impeachment, il presidente Donald Trump, molti lo dimenticano, si era rifatto alle controversie su Hunter Biden, descritte in lunghi reportage dal New York Times, dal New Yorker, da ABC News e da altri organi della stampa tradizionale, salvo poi essere prontamente abbandonate e persino soppresse una volta che l’anziano Biden era diventato il “campione dei media” per disarcionare il presidente Trump.

Aggiornate la vostra idea della corruzione della stampa. Non si tratta tanto delle bugie che dicono, quanto delle verità che nascondono. Lasciate anche solo che Joe Biden paventi di diventare l’icona delle speranze dei progressisti e dei Democratici nel 2024, e la storia di Hunter Biden sparirà di nuovo in fretta. In realtà, sta già accadendo, ma in un modo che rimarrà a metà finché il nome di Eric Schwerin non inizierà a comparire nei resoconti dei media mainstream, l’uomo che il New York Post definisce “un pianificatore finanziario de facto per l’intera famiglia Biden“.

Tutti i temi sono riconducibili ad un messaggio vocale che il Daily Mail ha estratto dal portatile di Hunter Biden. La sera del 12 dicembre 2018, si sente Joe Biden congratularsi con il figlio per essere sopravvissuto ad un articolo del New York Times sui suoi rapporti con un magnate cinese caduto in disgrazia. Il futuro inquilino della Casa Bianca dice al figlio Hunter che la storia “era buona”. Una dichiarazione che sembrerebbe silurare molte delle ripetute affermazioni della Casa Bianca secondo cui Joe Biden non avrebbe mai discusso di affari con Hunter.

Da qui in avanti, la nevrosi sarà la compagna costante della stampa mainstream nel tentativo di smentire la precedente soppressione della storia del portatile. Nel suo reportage di marzo, il Washington Post ha optato per un’esibizione di finto rigore per addurre una ragione del suo ritardo nel riconoscere l’esistenza stessa del portatile, indicando che anche ora non si sarebbe abbassato a riportare le e-mail viste solo in modalità anteprima, il che significa che i metadati che le accompagnano non sono stati conservati.

Si tratta di una scrupolosità che raramente si riscontra nei servizi del Washington Post, infarciti come sono di solito di citazioni alla cieca, fonti anonime e dicerie. È anche un’idiozia: se un’e-mail è importante, bisogna verificare se è corredata o meno di metadati – anche i metadati possono essere falsificati -, citando le fonti, esaminando altri documenti, ecc.

Il falso rigore serve chiaramente a permettere al Washington Post di ignorare un’email in particolare. In una barra laterale “come è stata riportata questa storia”, un lettore diligente scopre che si tratta della famigerata e-mail del “pezzo grosso” che sembrava indicare che Hunter Biden avesse cercato di negoziare una partecipazione segreta in un affare cinese per suo padre. Rifiutandosi di riportare questa e-mail, il Washington Post raggiunge vette olimpiche di circospezione, perché c’è effettivamente una fonte credibile nell’associato di Hunter, Tony Bobulinski, disposta a confermare il contenuto dell’e-mail.

Immaginatevi un gruppo di giornalisti e redattori seduti ad architettare l’elusione dei metadati. Immaginate che nessuno si alzi per dire: “Non dovremmo fare un vero reportage e scoprire se l’e-mail è vera?”. Il compito della stampa è quello di scoprire le cose, non di distogliere lo sguardo da situazioni dannose per i propri beniamini.

La trafila nevrotica del Washington Post sottolinea quanto possa essere importante l’episodio del portatile, in cui la stampa ha disertato la sua missione fondamentale, sopprimendo ciò che sapeva essere una storia vera e degna di nota.

Dopo tutto, nell’ottobre 2020, con il portatile sono emerse rapidamente questioni molto più importanti di quelle che riguardano Hunter Biden. Se il portatile fosse stato veramente unostratagemma russo“, come suggerito da ben 51 ex funzionari dell’intelligence statunitense, si sarebbe trattato di una notizia. Se il portatile invece fosse stato reale, sarebbe stata una notizia. Se decine di ex funzionari dell’intelligence stavano invece mentendo al pubblico per influenzare le elezioni, questa sarebbe stata una notizia.

La conseguenza più duratura, tuttavia, si può trovare nelle recenti parole di Joe Biden. In una serie di dichiarazioni pubbliche, ha detto di volere che Donald Trump si ricandidi. E perché non dovrebbe? Non importa che la maggior parte degli americani non voglia nessuno di questi due uomini al voto. Di fronte alla presunta maggiore corruzione di Trump, la stampa non continuerebbe ad ignorare le straripanti prove su Hunter Biden? I Democratici non si tapperebbero il naso e non rinominerebbero Joe Biden perché ha già battuto Trump una volta?

Mi viene da pensare che Hunter e suo padre abbiano bisogno che Donald Trump si ricandidi. Questo, a mio avviso, potrebbe essere l’unico modo per evitare che le rivelazioni sul laptop esplodano e mettano fine alla vita politica di Biden.

Ma anche così, le ricche e variegate patologie del figlio minore potrebbero esplodere comunque, trascinando Joe Biden verso il basso e consegnando le elezioni a Donald Trump.

Holman W. Jenkins, Jr. è un Opinion Columnist, Business World, The Wall Street Journal ed è membro del comitato editoriale del Wall Street Journal.


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