Byron York: La recessione di Joe Biden

Byron York’s Daily Memo – La recessione di Joe Biden

Il Dipartimento del Commercio ha recentemente annunciato che l’economia si è contratta dello 0,9% nel secondo trimestre del 2022. Ciò avviene dopo che lo scorso aprile era stata annunciata una contrazione dell’economia dell’1,6% nel primo trimestre di quest’anno. Ora, gli Stati Uniti hanno registrato due trimestri consecutivi di crescita economica negativa, che è la definizione comunemente accettata per indicare che ci si trova in recessione. Quindi è ufficiale: Gli Stati Uniti sono in recessione.

Ma… non è ufficiale. Negando gli standard adottati da lungo tempo, l’amministrazione Biden non vuole ammettere che l’economia è in recessione. Per giorni prima dell’annuncio del Dipartimento del Commercio, gli alti funzionari dell’amministrazione hanno sostenuto che “due trimestri di crescita negativa non equivalgono necessariamente ad una recessione” e che in questo caso, sebbene una situazione del genere sia estremamente rara, l’economia abbia sperimentato effettivamente due trimestri di “contrazione” ma non è assolutamnete in recessione.

Gli alleati e i sostenitori dell’amministrazione stanno accettando questa argomentazione. “Alcuni media liberal stanno iniziando ad allinearsi con la tesi dell’amministrazione Biden di ridefinire il concetto di recessione“, ha riferito Fox News la scorsa settimana. “C’è stata una forte spinta da parte della Casa Bianca a dichiarare preventivamente che, anche se l’economia degli Stati Uniti si è ridotta per due trimestri consecutivi, ciò non significhi necessariamente che l’economia si trovi in recessione”. Per citare un esempio, la sera prima della pubblicazione del rapporto, POLITICO ha descritto i dati governativi in arrivo come “la prima lettura, forse imprecisa e sicuramente da rivedere, della performance economica degli Stati Uniti nel secondo trimestre di questo anno economico profondamente strano”.

Ma perché Joe Biden e i suoi collaboratori si sono spinti a tanto avanti pur di negare che gli Stati Uniti si trovino in recessione? Forse il posto migliore per cercare una risposta è la media dei sondaggi di RealClearPolitics.

L’indice di gradimento di Biden si attesta ora attorno al 37% nella media di RealClearPolitics. Ricordate quando l’indice di gradimento di Biden sembrava bloccato nella parte bassa dei 40? È rimasto lì per circa sei mesi, ma verso maggio di quest’anno, i numeri sono scesi al di sotto della barriera del 40% ed ora sembrano avvicinarsi alla zona mediana del 30%. Secondo il sito di analisi FiveThirtyEight, questo è “il peggior dato di qualsiasi presidente eletto a questo punto della sua presidenza dalla fine della Seconda Guerra Mondiale“.

Perché Biden è sceso così in basso? Soprattutto per l’economia. Un numero enorme di persone ritiene che il Paese stia andando nella direzione sbagliata e la maggior parte cita l’economia come la ragione per cui le cose sono andate male. Sempre da FiveThirtyEight: “Molti fattori stanno guidando questo sentimento generale di insoddisfazione tra gli americani, ma l’inflazione è probabilmente la ragione più grande. L’inflazione, che è al punto più alto dall’inizio degli anni ’80, è sempre stata al primo posto tra i problemi che preoccupano gli americani. […] Nell’ultimo sondaggio FiveThirtyEight/Ipsos, il 62% degli americani ci ha detto come l’inflazione, o l’aumento dei prezzi, sia uno dei problemi più importanti per il Paese, molto più di qualsiasi altro argomento che abbiamo chiesto”.

Le cose vanno male ora, ma potrebbero sempre peggiorare. Ed è per questo che la Casa Bianca ha mostrato puro terrore di fronte alla prospettiva di una recessione che si aggiunge all’inflazione.

Riuscite ad immaginare cosa accadrà ora all’indice di gradimento di Biden se gli elettori dovessero incolparlo anche di aver fatto precipitare la nazione in recessione, oltre che di aver fatto aumentare i prezzi? Quando i sondaggisti chiedono di Biden, la sua gestione dell’economia è già la più bassa tra le varie misure della performance lavorativa. Per esempio, nell’ultimo sondaggio della Quinnipiac University, solo il 28% degli intervistati approva il modo in cui Biden sta gestendo l’economia, contro il 65% che lo disapprova. Un 28 a 65 è una notizia piuttosto brutta se si è seduti nello Studio Ovale.

Così la Casa Bianca ha semplicemente reagito ad una notizia ancora più negativa. “Anche se il numero [della crescita del PIL] è negativo, non siamo in recessione“, ha detto il Segretario al Tesoro Janet Yellen a Meet the Press. “E vorrei, insomma, avvertire che non dovremmo definirla una recessione”.

La Casa Bianca continuerà quindi a sostenere che l’economia odierna abbia qualcosa di unico per cui la misura tradizionale dei due trimestri consecutivi di crescita negativa non si applica più alla definizione di recessione.

Se ciò fosse vero, sarebbe la prima volta in 75 anni. “È raro che si verifichino due trimestri consecutivi di PIL negativo senza che si verifichi una recessione”, ha osservato recentemente il Washington Post. “Infatti, la professoressa Tara Sinclair della George Washington University ha dichiarato che l’unica volta che sia mai stata registrata sembra essere stata nel 1947″.

È una tesi piuttosto debole, ma è tutto ciò che ha in mano la Casa Bianca. “Non siamo in recessione”, ha detto Joe Biden. “Il tasso di occupazione è ancora uno dei più bassi della storia, al 3,6%. Ci troviamo ancora con persone che investono. La mia speranza è che si passi da una crescita rapida a una crescita costante. E quindi vedremo una certa riduzione. Ma non credo che arriveremo – se Dio vuole – non credo che assisteremo ad una recessione”.

I cittadini americani dovrebbero sperare che Joe Biden abbia ragione. Ma tutti temono che si sbagli.


WashingtonExaminer.com

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Byron York è il corrispondente politico capo del Washington Examiner e un collaboratore di Fox News. Ha seguito le amministrazioni Bush, Obama, Trump e ora Biden, così come il Congresso ed ogni campagna presidenziale sin dal 2000. È l’autore di “The Vast Left Wing Conspiracy”, un resoconto dell’attivismo liberal nelle elezioni del 2004. Già corrispondente dalla Casa Bianca per il National Review, i suoi scritti sono stati pubblicati sul Wall Street Journal, Washington Post, Atlantic Monthly, Foreign Affairs e New Republic. Laureato all’Università dell’Alabama e all’Università di Chicago, vive a Washington, D.C.

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