Joe Biden e il Medio Oriente: la realtà alla fine ha colpito duro – Washington Examiner

Joe Biden e il Medio Oriente: la realtà alla fine ha colpito duro

Tratto e tradotto da un articolo di opinione di Jonathan Schanzer per il Washington Examiner

Per essere uno che ha cercato di allontanarsi dal Medio Oriente, di concentrare la politica estera americana verso le sue alleanze tradizionali e di porre fine alla dipendenza dal petrolio dell’America, la politica di Joe Biden di trattare i sauditi come se fossero dei “paria” non ha mai avuto molto senso. La sua annunciata visita nel regno del deserto ne è la certificazione.

L’opinione pubblica ne ha semplicemente abbastanza del Medio Oriente, dopo aver visto i suoi governi che si sono succeduti nel corso di due decenni fallire nel trasformare la regione attraverso prima le “guerre calde”, poi le “guerre con i droni” e infine le “guerre per i cuori e le menti”. Gli studenti universitari sono troppo giovani per ricordare l’11 settembre. Gli americani più anziani se lo ricordano, ma ora risentono del sangue e dei tesori sperperati per ottenere poco o nulla. La guerra al terrorismo è finita (o forse è sospesa fino al prossimo grande attacco). Nel bene e nel male, sono finiti i giorni in cui si esportavano i valori tradizionali americani all’estero. Gli americani sono più interessati a gridare l’uno contro l’altro su vaccini, mascherine ed altri aspetti della guerra culturale.

Insieme al ridispiegamento, il “giro di boa” nella politica sul Medio Oriente significa che l’America rinuncia a cercare di organizzare dei cambiamenti di regime. Eppure, questo era esattamente ciò che Biden sembrava volere. Dopo il brutale assassinio del giornalista Jamal Khashoggi nel 2018 per mano di una squadra di sicari sauditi in Turchia, Biden ed il suo Partito volevano “punire Riyadh“. Le violazioni saudite dei diritti umani in patria, tra cui l’incarcerazione di detrattori del regime, hanno ulteriormente irritato i Democratici (e i Repubblicani in numero minore). La guerra nello Yemen mal condotta e che ha ucciso troppi civili ha solo peggiorato le cose. L’obiettivo principale era il principe ereditario, Mohammed Bin Salman, noto più comunemente come MBS, il sovrano de facto del Paese ed il successore designato dal re, la cui ascesa, secondo alcuni Democratici, potrebbe teoricamente essere ancora ostacolata prima che diventi anche de jure.

Ironia della sorte, anche se il principe ereditario deve combattere contro questi detrattori di peso, è anche colui che ha spinto il suo Paese arretrato nel XXI secolo. La temuta mutawa (la polizia religiosa) non si vede più in giro. I chierici radicali stanno perdendo influenza. Le donne guidano e possono viaggiare senza il permesso dei mariti o dei padri. In altre parole, alcune delle riforme che l’America ha cercato di incoraggiare negli ultimi due decenni stanno ora avvenendo senza un impegno intenso da parte di Washington, ed in un momento in cui le relazioni tra l’Arabia Saudita e Stati Uniti sono tra le più tese di sempre.

Il principe ereditario, come un pugile messo all’angolo, ha giocato alla “corda” mentre i suoi detrattori americani si sfiancavano. Non c’è stato alcun colpo da “ko”. Lo scontro è terminato quando è stato superato da altri eventi. L’invasione dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin a febbraio ha spinto il mondo in una crisi energetica. L’America, nel tentativo di calibrare le sanzioni contro il Cremlino mantenendo i rifornimenti di fonti energetiche, ha ora bisogno di allinearsi con il governo saudita, che siede in cima ad una delle più grandi riserve di petrolio conosciute del mondo. L’Arabia Saudita può anche influenzare il cartello petrolifero dell’OPEC ad aumentare la produzione.

Naturalmente, l’America può produrre i propri combustibili fossili. Solo pochi anni fa, gli Stati Uniti erano virtualmente indipendenti dal punto di vista energetico. Ma per presunte ragioni ambientali, tuttavia, Joe Biden si è sottratto dalla produzione interna di energia. Finché ciò sarà vero, Biden dovrà quindi affidarsi alla formula di politica estera che ha guidato le relazioni tra Stati Uniti e Arabia Saudita per quasi un secolo: una fornitura sicura ed affidabile di petrolio saudita in cambio della sicurezza e del sostegno diplomatico americano.

In altre parole, dopo due anni di errori, Joe Biden si è sottomesso alla superiorità dello status quo. La sua visita in Arabia Saudita del 13-15 luglio è un riconoscimento di questo fatto.

Ma la visita di Joe Biden ha un aspetto interessante. Arriverà in Arabia Saudita direttamente da Israele. L’itinerario del suo viaggio suggerisce da solo straordinarie opportunità diplomatiche, con la possibilità di non limitarsi ad abbracciare il successo della cooperazione sunnita-israeliana, ma di costruirci sopra.

I sauditi e gli israeliani si sono silenziosamente avvicinati nell’ultimo decennio, in gran parte grazie al reciproco disprezzo per la folle diplomazia sul nucleare guidata dai Democratici americani d’intesa con il nemico comune, la Repubblica islamica dell’Iran. Questo disprezzo è stato alla base degli accordi di normalizzazione del 2020 mediati dall’amministrazione di Donald Trump tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, il Marocco e il Sudan.

Si diceva che l’Arabia Saudita sarebbe stata la prossima ad entrare in scena se Donald Trump avesse vinto un secondo mandato. Tuttavia, da quando Joe Biden è entrato in carica, ha sconfessato lo slancio del suo predecessore, nonostante i significativi risultati diplomatici che sembravano improvvisamente possibili. La politica di parte del suo Partito era chiaramente in gioco. Per un certo periodo il portavoce del Dipartimento di Stato non ha voluto nemmeno pronunciare le parole “Accordi di Abramo“.

Ma c’era di più nell’ambivalenza di Joe Biden. Aveva capito che la pericolosa diplomazia americana con il principale Stato sponsor del terrorismo al mondo contribuiva in modo significativo alla nascente alleanza saudita-israeliana. Era vicepresidente quando era iniziata l’improvvida contrattazione sul nucleare con l’Iran voluta da Barack Obama e continua a sostenere ancora oggi una politica di arricchimento del regime teocratico iraniano in cambio di fugaci concessioni sul nucleare. Ciò ha ulteriormente messo a dura prova i legami con Riyadh e, in misura minore, con Israele.

Recentemente, tuttavia, il panorama ha iniziato a cambiare. L’ostinazione di Teheran ha bloccato i recenti colloqui sul nucleare. La squadra dei negoziatori statunitensi, nonostante gli imbarazzanti tentativi di placare il regime, sembra aver esaurito le concessioni, mentre quella iraniana si rifiuta di fare un solo passo avanti. La Casa Bianca si sta lentamente adattando ad una nuova consapevolezza, ovvero che il regime iraniano potrebbe non voler entrare a far parte della comunità delle nazioni “responsabili”, come invece credevano ingenuamente Obama e Biden.

Nel frattempo, i sauditi e gli israeliani si sono recentemente impegnati in un accordo diplomatico che segnala un riconoscimento reciproco. L’Egitto ha cercato di cedere il controllo di due isole del Mar Rosso – Tiran e Sanafir – all’Arabia Saudita. Tuttavia, le isole erano soggette all’accordo di pace del 1979 tra Egitto e Israele. Affinché l’Egitto potesse completare il trasferimento, Israele doveva dare la sua approvazione all’accordo. E così è stato.

Improvvisamente, Joe Biden era pronto a portare la normalizzazione saudita-israeliana al livello successivo. Doveva semplicemente abbracciare la politica di normalizzazione che il suo predecessore aveva messo in atto.

Con l’annuncio del suo viaggio in Medio Oriente il mese prossimo, Joe Biden ha fatto il suogiro di boa“. Ma ora si profilano nuove complicazioni. Il sistema politico israeliano è in fibrillazione a causa del crollo della coalizione di governo. Le elezioni sono previste per ottobre.

Non è chiaro se Joe Biden cercherà di portare avanti la normalizzazione con un governo pro tempore. Da un lato, qualsiasi passo in questa direzione sarà indiscutibilmente rispettato ed attuato dai futuri governi israeliani. D’altra parte, iniziative diplomatiche importanti come questa sono raramente intraprese con governi ad interim, a causa della politica dichiarata dell’America di rimanere fuori dalla politica elettorale degli altri paesi. Un accordo mediato dagli Stati Uniti darebbe probabilmente una spinta al tandem della leadership composto da Naftali Bennett e Yair Lapid, che si oppone alla sfida lanciata dall’ex Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

Resta da vedere se Biden aspetterà l’autunno o se si impegnerà sin da ora per ottenere una rara vittoria in politica estera. Ironia della sorte, tutto potrebbe dipendere dalle decisioni della corte reale di Riyadh. A prescindere dall’esito, l’imminente visita di Joe Biden in Medio Oriente rappresenta una correzione di rotta che era attesa da tempo.

Jonathan Schanzer, ex analista finanziario del terrorismo per il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, è vicepresidente senior per la ricerca della Foundation for Defense of Democracies.


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