Byron York: La grande teoria della cospirazione che è solo nella mente della Commissione che indaga sul 6 gennaio

Byron York’s Daily Memo – La grande teoria della cospirazione nella mente della Commissione della Camera che indaga sul 6 gennaio

Si è capito che c’era qualcosa di strano quando le notizie che circondano il Comitato sul 6 gennaio dei Democratici della Camera hanno cominciato a cambiare.

Un mese fa, il membro della commissione Jamie Raskin aveva detto che le audizioni della commissione avrebbero fatto letteralmentesaltare il tetto del Campidoglio“. Le settimane successive erano state piene di entusiasmo in attesa della prima udienza, che si sarebbe tenuta in prima serata per ottenere la massima esposizione televisiva e che sarebbe stata organizzata addirittura da un ex presidente di ABC News con competenza specifica nel settore dello spettacolo.

Poi è arrivato il ridimensionamento. In un articolo pubblicato poche ore prima dell’inizio dell’udienza, il Washington Post riportava: “Gli assistenti della commissione hanno cercato di mitigare le aspettative sulle rivelazioni scioccanti che sarebbero potuto uscire nell’udienza del 9 giugno, inquadrando invece la sessione come un’arringa iniziale”. Il giornale aveva citato un anonimo collaboratore della Commissione che aveva dichiarato: “Molte cose sono state riferite e frammenti di esse sono stati già condivisi. Il nostro obiettivo è quello di collegare tutto questo in un racconto completo“.

Questo però è molto lontano dal farsaltare il tetto del Campidoglio“. Ed infatti, quando quella sera arrivò il momento dello spettacolo, il tetto del Campidoglio è rimasto dov’era.

Come ha detto l’assistente rimasto anonimo, la Commissione ha offerto solamente pezzi e frammentidi informazioni sul 6 gennaio.

Una notizia vera e propria c’è stata quando la rappresentante della commissione Liz Cheney (Repubblicana del Wyoming) ha detto che il rappresentante Scott Perry (Repubblicano della Pennsylvania) avrebbe “contattato la Casa Bianca nelle settimane successive al 6 gennaio per chiedere il perdono presidenziale”. “Anche molti altri deputati Repubblicani hanno chiesto la grazia presidenziale per il loro ruolo nel tentativo di rovesciare le elezioni del 2020″. Ci sono state notizie frammentarie riguardo agli altri membri del Congresso, ma la notizia su Scott Perry era una notizia, anche se non abbastanza grande da giustificare quel clamore mediatico.

Il gruppo di nomina democratica responsabile della messa in onda, guidato dall’ex capo di ABC News James Goldston, ha mostrato molti video del 6 gennaio, che i media hanno definito “mai visti prima“. In effetti, alcuni di essi non erano mai stati visti, ma, come era prevedibile, assomigliavano molto alle centinaia di ore di video del 6 gennaio che sono già stati mostrati finora.

La situazione è simile a quella che la Commissione ha già affrontato l’anno scorso, quando aveva tenuto la sua primissima udienza – una sessione nel luglio 2021 dedicata principalmente alla “messaggistica”. Si parlò molto di video “mai visti prima”, ma che si rivelarono del tutto “simili agli agghiaccianti 13 minuti di video che i Democratici mandarono in onda durante il secondo processo di Impeachment di Donald Trump”, secondo Axios. E naturalmente, chiunque sia interessato ha già potuto guardare le lunghe compilation di video create dalle principali organizzazioni mediatiche. Quindi nulla nei video presentati il 9 giugno ha sorpreso o fatto notizia. La rivolta del Campidoglio comprendeva scene spiacevoli e brutali di manifestanti che combattevano contro la polizia, e sono spiacevoli e brutali ancora oggi.

Quindi la notizia non era terribilmente degna di nota, nel senso di rivelare qualcosa che non si sapeva già prima. E le immagini non sono state molto “nuove”, nel senso di aggiungere qualcosa alla nostra comprensione di ciò che è avvenuto il 6 gennaio.

Ma le audizioni della Commissione sul 6 gennaio ci hanno già detto molto su una cosa: il retro pensiero della Commissione che indaga sul 6 gennaio. L’obiettivo principale della Commissione, come è ovvio, è Trump, Trump, Trump. Sì, i membri esamineranno il ruolo dei gruppi come i Proud Boys e gli Oath Keepers che però hanno formato solo una piccola parte della folla che si è radunata davanti al Campidoglio il 6 gennaio e che sono stati accusati di “cospirazione sediziosa”. Ma sono interessati a questi gruppi solo nella misura in cui la Commissione cercherà di collegarli direttamente a Donald Trump e di dimostrare come il presidente abbiacospirato con i gruppi dell’estrema destraper scatenare una rivolta come parte di unsuo piano per rimanere in carica dopo la sconfitta elettorale.

Nel quadro generale, ciò che la Commissione cercherà di fare è collegare due serie separate di eventi. Il primo è la rivolta. Il secondo è l’impegno di un gruppo di avvocati vicini a Donald Trump, guidati da John Eastman, che ha cercato di trovare un modo per far sì che il Congresso annullasse i voti del Collegio Elettorale di un numero sufficiente di Stati che Trump aveva perso per tentare dicambiare il risultato finale delle elezioni“.

La Commissione sembra avere unaGrande Teoria Unificatasul caso, ovvero che Donald Trump abbia arruolato i rivoltosi per causare un tale disordine al fine di costringere il Congresso ad assecondare il piano di John Eastman. Si è trattato per loro di una “gigantesca cospirazione“, ordita ed eseguita dallo stesso Donald Trump.

Il problema è che la Commissione dovrà dimostrare molte connessioni che potrebbero non esistere o che sono per lo meno attualmente ancora sconosciute. Innanzitutto, dovrà dimostrare che Donald Trump abbia lavorato con i Proud Boys e/o gli Oath Keepers. Poi la Commissione dovrà dimostrare che i Proud Boys e/o gli Oath Keepers abbiano effettivamente provocato la rivolta del 6 gennaio – un compito difficile, vista la natura apparentemente organica delle motivazioni di centinaia di rivoltosi. Poi dovranno dimostrare che Trump abbia incitato la rivolta – i Democratici, ovviamente, la chiamano “insurrezione” – proprio per usare i rivoltosi come strumento per costringere Mike Pence ed il Congresso ad accettare il piano dell’annullamento dei voti del Collegio Elettorale ideato da John Eastman e il suo pool di avvocati.

La Commissione sembra credere di poter superare l’ultimo ostacolo, ovvero “l’istigazione”, semplicemente mostrando delle interviste fatte a dei rivoltosi che in seguito hanno dichiarato di aver pensato che Donald Trump, usando Twitter per promuovere il suo comizio il 6 gennaio, li avesse personalmente invitati ad irrompere nel Campidoglio e a scatenarsi.

La Commissione deve quindi dimostrare l’esistenza di due cospirazioni, quella dei disordini e quella sui voti del Collegio Elettorale, ed infine dimostrare che in realtà si tratta di un’unica grande cospirazione. Sarà facile convincere la parte dell’elettorato che è già incline a credere a queste cose. Per il resto potrebbe essere molto più difficile…

Parte del problema è la natura della Commissione ed il modo in cui questo influenza il suo lavoro. Le migliori commissioni per le indagini del Congresso fanno due cose. In primo luogo, rilasciano al pubblico le informazioni che hanno trovato in forma inedita, oltre che nella forma più “raffinata” di un rapporto finale. Nella maggior parte dei casi, ciò significa rilasciare le trascrizioni delle interviste. In secondo luogo, sottopongono le prove raccolte ad un processo in cui regna il contraddittorio delle parti, che nel caso di un’indagine congressuale significa che sia i Democratici sia i Repubblicani hanno la possibilità di esaminare le prove e di discuterle.

La commissione della Camera che indaga sul 6 gennaio non ha fatto nessuna delle due cose. Non c’è bisogno di ripetere le circostanze che hanno portato all’attuale composizione della Commissione – si veda qui – ma il fatto è che tutti i membri sono stati nominati dalla Presidente della Camera Nancy Pelosi, e i due Repubblicani nominati dalla Pelosi sembrano essere in perfetta sintonia con i sette colleghi Democratici nominati dalla Pelosi. Abbiamo sentito parlare di “disaccordi” all’interno della Commissione sugli obiettivi finali, ad esempio se i membri debbano o meno proporre l’abolizione del Collegio Elettorale, ma non sulla storia che la Commissione cerca di raccontare.

Ora la Commissione ha iniziato a presentare i suoi risultati. I membri della Commissione affermano che il gruppo abbia intervistato circa 1.000 persone. Sono molte interviste. Si trattava di deposizioni di cui sono disponibili le trascrizioni? Erano discussioni tra un caffè è l’altro, con qualche appunto scarabocchiato su un foglio? Erano conversazioni telefoniche? I Democratici, con il potere della maggioranza, non sono tenuti a rivelare tali informazioni, e finora non lo hanno fatto.

All’udienza, hanno presentato solo frammenti di ciò che hanno detto alcuni testimoni. Per esempio, la commissione ha presentato solo 11 secondi di un’intervista con Ivanka Trump, la figlia del presidente. Ha presentato 26 secondi di un’intervista con il consigliere Jason Miller, che si è subito lamentato del fatto che ciò che la Commissione aveva mandato in onda rappresentava in modo incompleto ciò che aveva effettivamente detto.

Cos’altro hanno detto questi testimoni durante il tempo trascorso con la Commissione? Non lo sappiamo. Forse hanno detto qualcosa che un membro della commissione con una prospettiva diversa, se ce ne fosse una, potrebbe decidere di divulgare. Ma non lo sappiamo. E non hanno l’obbligo di rivelarlo. Dopo quanto abbiamo visto, è probabile che questa situazione si ripeta nelle prossime settimane, rendendo sempre più difficile per gli uomini di Nancy Pelosi vendere la loro “Grande Teoria Unificata” di quanto accaduto il 6 gennaio.


WashingtonExaminer.com

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Byron York è il corrispondente politico capo del Washington Examiner e un collaboratore di Fox News. Ha seguito le amministrazioni Bush, Obama, Trump e ora Biden, così come il Congresso ed ogni campagna presidenziale sin dal 2000. È l’autore di “The Vast Left Wing Conspiracy”, un resoconto dell’attivismo liberal nelle elezioni del 2004. Già corrispondente dalla Casa Bianca per il National Review, i suoi scritti sono stati pubblicati sul Wall Street Journal, Washington Post, Atlantic Monthly, Foreign Affairs e New Republic. Laureato all’Università dell’Alabama e all’Università di Chicago, vive a Washington, D.C.

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