Jonathan Turley: Come il processo a Michael Sussmann ha rivelato il ruolo di Hillary Clinton nello scandalo del Russiagate

Come il processo a Michael Sussmann ha rivelato il ruolo di Hillary Clinton nello scandalo del Russiagate

Jonathan Turley è “Shapiro Professor of Public Interest Law” presso la George Washington University ed ha servito come consulente durante il processo di Impeachment al Senato. Ha testimoniato come esperto giuridico alle udienze dell’impeachment di Bill Clinton e di Donald Trump.

Il processo all’ex avvocato della campagna di Hillary Clinton, Michael Sussmann, aveva superato una soglia critica, quando un testimone chiave pronunciò il nome di “Hillary Clinton” in relazione ad un piano per diffondere una falsa accusa riguardo ad una presunta collusione con i russi per mezzo di Alfa Bank prima delle elezioni presidenziali del 2016.

Per i Democratici e per molti media, Hillary Clinton è stata a lungo considerata come “colei che non deve essere nominatanegli scandali. Eppure, il suo ex manager della campagna elettorale, Robby Mook, aveva dichiarato ad una giuria che Hillary Clinton aveva personalmente approvato un piano per diffondere la notizia di comunicazioni segrete tra la Trump Organization e questa banca russa. È stata una delle campagne di disinformazione di maggior successo della politica americana, e proprio Mook ha implicato la Clinton nell’aver dato il “via libera” al raggiro dell’elettorato americano.

La sola menzione del nome della Clinton ha prodotto delle onde d’urto che sono arrivate fino a Washington. Negli scandali passati, i Clinton hanno sempre eluso le responsabilità dirette mentre i loro aiutanti venivano indagati o condannati, dagli affari fondiari di Whitewater ai contratti a termine sul bestiame. Anche quando i documenti a lungo ricercati di Whitewater erano stati scoperti al di fuori degli alloggi di famiglia e recavano le impronte digitali di Hillary Clinton, Washington aveva rapidamente voltato pagina.

Hillary Clinton non doveva essere l’oggetto del processo a Michael Sussmann, perché il giudice Christopher Cooper, nominato da Barack Obama, aveva emesso una serie di ordini che limitavano la portata del processo e l’ammissione delle prove. Quelle ordinanze erano state considerate come “un potenziale imbarazzo per la campagna della Clinton e per il Comitato Nazionale Democratico”.

Eppure alla fine, nonostante l’aver ottenuto tali ordini di limitazione probatoria, è stata proprio la difesa a chiamare Robby Mook a testimoniare – fuori luogo, nel bel mezzo del caso dell’accusa, perché era previsto che partisse per le vacanze – e lui ha confermato che la stessa Hillary Clinton aveva approvato quella strategia.

Era il segreto peggiore da rivelare per Washington, ma anche il meno conosciuto.

Il 28 luglio del 2016, l’allora direttore della CIA, John Brennan, informò il presidente Barack Obama sul presunto piano di Hillary Clinton per legare Donald Trump alla Russia come “mezzo per distrarre l’opinione pubblica dall’uso che ne aveva fatto del suo server privato di email”. Ad Obama sarebbe stato riferito che la Clinton avrebbe approvato una “proposta di uno dei suoi consiglieri di politica estera di diffamare Donald Trump fomentando uno scandalo che rivendicasse un’interferenza dei servizi di sicurezza russi“.

Quindi, Robby Mook ha testimoniato che Hillary Clinton aveva fatto proprio quello di cui John Brennan aveva avvertito Barack Obama.

La data dell’avvertimento di John Brennan è importante: questo avveniva infatti tre giorni prima dell’inizio dell’indagine sulla collusione lanciata dall’FBI. Inoltre, un paio di mesi prima che Michael Sussmann contattasse l’allora avvocato generale dell’FBI, Jim Baker, affermando di non stare rappresentando alcun cliente. (Invece, era un consulente della campagna della Clinton e, secondo i pubblici ministeri, aveva pure rendicontato il tempo dell’incontro per metterlo nelle spese per la campagna elettorale).

Sia il falso Dossier Steele” – che è diventato la base dell’indagine sulla collusione di Donald Trump con la Russiache la narrazione su Alfa Bank presentano uno schema sorprendentemente familiare. I collaboratori della campagna hanno sviluppato entrambe le affermazioni mentre cercavano attivamente di nascondere i loro legami al pubblico ed al governo, anche negando il finanziamento del Dossier Steele e nascondendo tali finanziamenti come “spese legali”.

La Campagna della Clinton ha poi passato queste affermazioni completamente infondate ai media e all’FBI. In effetti, i procuratori avevano sostenuto che Michael Sussmann avesse continuato a spingere quelle affermazioni riguardanti l’Alfa Bank russa anche dopo l’elezione di Donald Trump, nel tentativo apparente di alimentare le affermazioni sull’esistenza di una collusione con la Russia che all’epoca venivano riportate dai media.

Anche all’epoca in cui Hillary Clinton approvò questo sforzo, alcune persone legate alla sua campagna erano consapevoli che la pista sull’Alfa Bank non fosse mai stata considerata credibile dagli stessi ricercatori incaricati di comprovarla. Secondo i procuratori, quei ricercatori avevano avvertito che sarebbe stato “facile aprire diversi buchi” nella tesi e che i dati avrebbero potuto essere visti come “un depistaggio”. Tuttavia, i testimoni del processo hanno ammesso di aver sperato che i media avrebbero fatto valere le loro affermazioni.

Nonostante i precedenti dei collaboratori di Hillary Clinton che avevano presentato all’FBI accuse infondate sia sul Dossier Steele che su Alfa Bank, Robby Mook ed un altro testimone, il consigliere generale della campagna Clinton, Marc Elias, hanno insistito sul fatto che preferissero ricorrere ai mass media per questi sforzi. La campagna aveva trovato un tramite in una rivista liberal, ad esempio, la cui storia è stata poi citata come una “notizia bomba”, come se la campagna non ne avesse avuto nulla a che fare.

Da parte sua, Hillary Clinton non solo ha approvato l’uso della pista su Alpha Bank, ma ha contribuito a rappresentarla come un fatto accertato, twittando: “Gli scienziati informatici hanno apparentemente scoperto un server segreto che collega la Trump Organization ad una banca con sede in Russia”.

Questa affermazione è stata ulteriormente amplificata da uno dei consiglieri della sua campagna elettorale, Jake Sullivan, che ora ricopre il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale di Joe Biden. All’epoca Sullivan dichiarò “Questo potrebbe essere il collegamento più diretto tra Donald Trump e Mosca. Gli informatici hanno scoperto un server segreto che collega la Trump Organization ad una banca con sede in Russia”. Sullivan ha aggiunto di poter “solo supporre che le autorità federali esploreranno ora questo collegamento diretto tra Trump e la Russia come parte della loro indagine esistente sull’ingerenza della Russia nelle nostre elezioni”.

Ma come hanno detto i testimoni ai giurati, in realtà non c’era nulla“.

Mesi dopo aver approvato la strategia su come usare lo “scandalo” artefatto di Alpha Bank, nel dicembre del 2016 Hillary Clinton ha invitato a censurare gli avversari che accusava diffondere falsità per cercare di influenzare le elezioni. Ha dichiarato che “è ormai chiaro che le cosiddette ‘fake news‘ possono avere conseguenze reali”. In effetti, la Clinton ha spinto per la censura statale ed aziendale, chiedendo al contempo una “resa dei conti globale” con coloro che diffondevano la “disinformazione”.

Naturalmente, per Hillary Clinton non ci saranno conseguenze, né tantomeno una “resa dei conti”.


TheHill.com

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