Byron York: “Roe vs. Wade”, il sistema costituzionale americano e la rabbia dei Democratici

Byron York’s Daily Memo – “Roe vs. Wade”, il sistema costituzionale americano e la rabbia dei Democratici

Ci sono tre questioni da considerare alla luce della fuga di notizie, senza precedenti, pubblicata su POLITICO della bozza di decisione della Corte Suprema che ribalta la sentenza Roe vs. Wade“. La prima è l’indignazione per la fuga di notizie. La seconda, e molto più importante, è la sostanza della decisione stessa. La terze, forse la più importante di tutte, è l’effetto politico a lungo termine della decisione della Corte Suprema.

La fuga di notizie è stata davvero scandalosa e danneggerà la posizione della Corte Suprema nel sistema politico americano, oltre che il suo funzionamento interno. Come ha osservato SCOTUS Blog, “è impossibile minimizzare il terremoto che questo causerà all’interno della Corte, in termini di distruzione della fiducia tra i giudici ed il loro personale. Questa fuga di notizie è il peccato più grave e imperdonabile“.

Il professore di diritto della George Washington University, Jonathan Turley, ha aggiunto: “L’articolo di [POLITICO] rappresenta la più grande crisi che il presidente della Corte John Roberts abbia mai affrontato durante il suo mandato alla Corte”.

La sostanza della decisione è, ovviamente, storica. La sentenza Roe vs. Wadefa legge da 49 anni. Se la decisione venisse confermata – ricordiamo che la bozza trapelata è, di fatto, una bozza, ed i voti e le posizioni dei giudici potrebbero cambiare – la questione dell’aborto tornerebbe ai singoli Stati ed ai parlamenti statali. Almeno 26 Stati hanno già dichiarato di voler mettere fuori legge l’aborto. Altri Stati lo consentiranno ed alcuni si impegneranno anche per attrarre le donne che cercano l’aborto dagli Stati che lo hanno vietato. In breve, l’annullamento della sentenza “Roe vs. Wade” avrà effetti di vasta portata nella vita americana.

Ma per quanto importante, le conseguenze politiche potrebbero essere ancora maggiori, per questo motivo: La decisione metterà in moto la rabbia dei Democratici e dei progressisti nei confronti di due contrappesi al dominio della maggioranza che sono incorporati nel sistema costituzionale americano: il primo è il Collegio Elettorale, con cui vengono eletti i presidenti, ed il secondo è la struttura ed il funzionamento del Senato. La messa in discussione di questi due contrappesi porterà, a sua volta, alla sfida finale dei Democratici alla legittimità della Corte Suprema, i cui giudici vengono appunti nominati dai presidenti e confermati dal Senato.

A fine aprile, alla National Cathedral, si sono svolti i funerali dell’ex Segretario di Stato Madeleine Albright. In prima fila c’erano Joe Biden, Barack Obama, Bill Clinton, Hillary Clinton ed Al Gore. Alcuni osservatori hanno notato che di quel gruppo di politici tutti loro avevano vinto nel voto popolare in sette delle ultime otto elezioni presidenziali, a partire dal 1992. Ma due di loro, Al Gore ed Hillary Clinton, non erano diventati presidenti. Hanno perso le elezioni presidenziali nel 2000 e nel 2016 a causa del Collegio Elettorale, quando i loro avversari, George W. Bush e Donald Trump, avevano conquistato la Casa Bianca.

Bush e Trump, a loro volta, hanno nominato quattro dei cinque giudici che hanno votato per l’annullamento della sentenza “Roe vs. Wade. Bush ha nominato proprio l’autore del parere, Samuel Alito, mentre Trump ha nominato Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh ed Amy Coney Barrett. (L’altro giudice di nomina repubblicana che ha votato contro l’annullamento di “Roe vs. Wade” è Clarence Thomas, che però è stato nominato da George H.W. Bush). Quindi la maggior parte della maggioranza contraria alla storica sentenza sull’aborto, quasi tutta, proviene da presidenti che non hanno vinto il voto popolare. (Sì, George W. Bush ha vinto il voto popolare nella sua corsa alla rielezione nel 2004, ma non sarebbe mai diventato presidente senza la vittoria nel Collegio Elettorale nel 2000).

Inoltre, i presidenti che non avevano vinto il voto popolare avevano inviato le loro nomine alla Corte Suprema al Senato, dove sono entrati in vigore tutti i controlli dell’istituzione sul potere della maggioranza. In sostanza, i Democratici accusano il Senato stesso di essere un’istituzione antidemocratica. Essi sottolineano che i senatori Democratici rappresentano molte più persone di quelli Repubblicani, grazie alla struttura della Costituzione che prevede due senatori per ogni Stato, indipendentemente dalla popolazione. Nell’attuale Senato 50 a 50, ha osservato recentemente Vox, “la metà democratica rappresenterà 41.549.808 persone in più rispetto alla metà repubblicana”. Ad esempio, i due senatori Democratici della California rappresentano 39.185.605 persone, mentre i due senatori Repubblicani del Wyoming rappresentano 576.851 persone. Entrambi gli Stati hanno due voti al Senato – una realtà costituzionale che fa impazzire molti Democratici.

Poi ci sono le regole del Senato. Queste non sono contenute nella Costituzione, se non nella misura in cui la Costituzione consente al Senato di stabilirsi le proprie regole. In primo luogo, c’è l’ostruzionismo, un altro controllo sul potere della maggioranza che richiede per essere superato 60 voti per approvare una legge. Quindi i Democratici di oggi che vogliono, ad esempio, allargare il numero dei giudici della Corte Suprema non possono farlo con la loro maggioranza di 50 voti più Kamala Harris che presiede quell’aula.

Poi c’è quello che può fare una maggioranza di senatori. Il 13 febbraio 2016, il giudice della Corte Suprema Antonin Scalia, nominato dai Repubblicani, è morto inaspettatamente. Il 16 marzo, Barack Obama ha nominato l’allora giudice Merrick Garland per sostituire Scalia. Ma i Repubblicani avevano una maggioranza di 54 seggi al Senato. L’allora leader della maggioranza Mitch McConnell si rifiutò di prendere in considerazione la nomina di Barack Obama, sostenendo che, essendo il 2016 l’anno delle elezioni presidenziali, la decisione su chi dovesse far parte della Corte avrebbe dovuto essere presa dal prossimo presidente. Il leader McConnell ed il Partito Repubblicano rimasero fermi sulla loro decisione. I Democratici rimasero invece indignati, ma credevano che il prossimo presidente, Hillary Clinton, avrebbe nominato il successore di Antonin Scalia con un democratico. Ma le cose non andarono così.

La vittoria di Donald Trump ha solo accentuato la rabbia dei Democratici per quella vicenda. E come se non bastasse per loro, Donald Trump ha anche potuto nominare non uno, non due, ma ben tre giudici alla Corte Suprema nell’arco di un solo mandato. Dal punto di vista dei Democratici, la prima delle scelte di Trump, Neil Gorsuch, era stata “illegittima” perché aveva occupato il posto che avrebbe invece dovuto essere occupato da una nomina di Obama. Mentre la terza scelta di Trump, Amy Coney Barrett, era anch’essa “illegittima” perché il posto vacante che aveva occupato, per via della morte della giudice Ruth Bader Ginsburg, nominata dai Democratici, era avvenuto non solo nell’anno delle presidenziali (proprio come con Merrick Garland) ma pure nelle ultime settimane della campagna presidenziale. Ma i Repubblicani controllavano allora sia il Senato che la Casa Bianca e Mitch McConnell e Donald Trump avevano potuto fare il loro gioco.

Ricordiamo che per alcuni Democratici il controllo del Senato da parte del Partito Repubblicano era comunque illegittimoperché non rappresentava la maggioranza della popolazione.

E le stesse regole del Senato, stabilite ovviamente per loro da una “maggioranza illegittima”, sono quelle che vietano ai liberal di eliminare l’ostruzionismo che frustra le loro speranze di costruirsi una nuova maggioranza alla Corte Suprema a loro piacimento. E tutto questo per confermare le nomine fatte da presidenti che non hanno vinto il voto popolare.

Ed ora, veniamo alla decisione su “Roe vs. Wade. Anche senza la fuga di notizie, una decisione che rovesciasse la sentenza avrebbe causato un’esplosione all’interno del mondo dei Democratici, alimentando una rabbia di lunga data sulla natura delle nostre istituzioni politiche. Ora è successo. Ciò che accadrà in seguito è difficile da prevedere.


WashingtonExaminer.com

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Byron York è il corrispondente politico capo del Washington Examiner e un collaboratore di Fox News. Ha seguito le amministrazioni Bush, Obama, Trump e ora Biden, così come il Congresso ed ogni campagna presidenziale sin dal 2000. È l’autore di “The Vast Left Wing Conspiracy”, un resoconto dell’attivismo liberal nelle elezioni del 2004. Già corrispondente dalla Casa Bianca per il National Review, i suoi scritti sono stati pubblicati sul Wall Street Journal, Washington Post, Atlantic Monthly, Foreign Affairs e New Republic. Laureato all’Università dell’Alabama e all’Università di Chicago, vive a Washington, D.C.

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