“Al Qaeda è dalla nostra parte”: Come Obama e Biden hanno potenziato le reti terroristiche in Siria – Real Clear Investigations

“Al Qaeda è dalla nostra parte”: Come Obama e Biden hanno potenziato le reti terroristiche in Siria

Alcune ore dopo un raid militare degli Stati Uniti del 3 febbraio 2022 nel nord della Siria che ha ucciso il leader dell’ISIS e diversi membri della sua famiglia, Joe Biden ha tenuto un discorso trionfale alla Casa Bianca.

L’operazione in tarda notte delle forze speciali nella provincia siriana di Idlib, ha proclamato Joe Biden, è stata una “testimonianza della portata e della capacità dell’America di eliminare le minacce terroristiche, non importa dove si nascondono nel mondo”.

A non essere menzionato da Joe Biden, e da praticamente tutti i resoconti dei media sull’operazione, è stato il ruolo decisivo che i membri superiori della sua amministrazione avevano giocato durante gli anni di Barack Obama nel creare il nascondiglio controllato da Al Qaeda dove il capo dell’ISIS, Abu Ibrahim al-Qurayshi, così come il suo predecessore, Abu Bakr al-Baghdadi, avevano trovato il loro ultimo rifugio.

Nel condurre una guerra segreta multimiliardaria a sostegno dell’insurrezione contro il presidente siriano Bashar al-Assad, gli alti funzionari di Barack Obama che ora servono sotto Joe Biden hanno fatto sì che la politica americana acconsentisse ed armasse i gruppi terroristici che attiravano combattenti jihadisti da tutto il mondo. Questa campagna per un cambio di regime in Siria, intrapresa un decennio dopo che Al Qaeda aveva attaccato gli Stati Uniti l’11 settembre 2001, ha aiutato un nemico giurato degli Stati Uniti a stabilire un rifugio sicuro a Idlib che controlla ancora oggi.

Un’articolazione concisa è venuta da Jake Sullivan al suo capo al Dipartimento di Stato di allora, Hillary Clinton, in una e-mail del febbraio 2012: “AQ [Al Qaeda] è dalla nostra parte in Siria”.

Jake Sullivan, l’attuale consigliere per la sicurezza nazionale, è uno dei molti funzionari che hanno supervisionato la guerra per procura in Siria di Barack Obama e che ora occupano un posto di rilievo nell’amministrazione di Joe Biden. Questo gruppo comprende il segretario di Stato Antony Blinken, l’inviato per il clima John Kerry, l’amministratore di USAID Samantha Power, il vicesegretario di Stato Wendy Sherman, il coordinatore NSC per il Medio Oriente Brett McGurk, ed il consigliere del Dipartimento di Stato Derek Chollet.

I loro sforzi per “rifare” il Medio Oriente attraverso i cambi di regime, non solo in Siria ma prima ancora in Libia, hanno portato alla morte di cittadini americani – tra cui l’ambasciatore Christopher Stevens ed altri tre funzionari statunitensi a Bengasi nel 2012; il massacro di innumerevoli civili; la creazione di milioni di rifugiati; ed infine, l’ingresso della Russia nel campo di battaglia siriano.

Contattati attraverso le loro attuali agenzie governative statunitensi, nessuno dei mandanti di Obama-Biden ha offerto un commento sulla loro politica di sostegno ad un’insurrezione dominata da Al Qaeda in Siria.

I risultati del team Obama-Biden in Siria risuonano ancora oggi mentre molti dei suoi membri gestiscono la crisi in corso in Ucraina. Come in Siria, gli Stati Uniti stanno inondando di armi una zona di guerra caotica in un pericoloso conflitto per procura con la Russia, con ramificazioni a lungo termine che sono impossibili da prevedere. “Sono profondamente preoccupato che quello che accadrà dopo è che vedremo l’Ucraina trasformarsi in Siria”, ha detto il senatore democratico Chris Coons alla CBS News il 17 aprile.

Sulla base di documenti declassificati, notizie ed ammissioni sparse dei funzionari statunitensi, questa storia trascurata di come lo sforzo del team Obama-Biden per spodestare il regime di Assad – di concerto con gli alleati tra cui l’Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia – spiega una serie di decisioni discrete che alla fine hanno portato gli Stati Uniti a potenziare le reti del terrorismo votate alla sua distruzione.

Prendere lo slancio – e le munizioni – dalla Libia per perseguire un cambio di regime in Siria

La strada per il controllo di Al Qaeda della provincia siriana di Idlib in realtà è iniziata a centinaia di miglia attraverso il Mediterraneo, in Libia.

Nel marzo del 2011, dopo pesanti pressioni da parte di alti funzionari tra cui il Segretario di Stato Hillary Clinton, il presidente Barack Obama ha autorizzato una campagna di bombardamenti a sostegno dell’insurrezione jihadista che combatteva il governo del leader libico Muammar Gheddafi. Sostenuti dalla potenza di fuoco della NATO, i ribelli hanno rovesciato Gheddafi e lo hanno macabramente assassinato nel mese di ottobre.

Incoraggiata dal rapido successo in Libia, l’amministrazione Obama ha messo gli occhi su Damasco, da allora uno dei principali obiettivi di Washington per favorire un cambiamento di regime. Secondo l’ex comandante della NATO, Wesley Clark, il regime di Assad – un alleato chiave dei nemici degli Stati Uniti come l’Iran, Hezbollah e la Russia – era stato designato per un rovesciamento assieme all’Iraq, già subito dopo l’11 settembre. Un cablogramma del 2006 dell’ambasciata statunitense a Damasco, trapelato successivamente, valutava che le “vulnerabilità” di Assad includevano “la potenziale minaccia al regime dalla crescente presenza di estremisti islamici in transito” nel paese, e dettagliava come gli Stati Uniti potessero “migliorare la probabilità che tali opportunità si presentassero”.

Lo scoppio dell’insurrezione siriana nel marzo del 2011, assieme alla caduta di Gheddafi, ha offerto agli Stati Uniti un’opportunità storica per sfruttare le vulnerabilità della Siria. Mentre la primavera araba aveva scatenato le proteste pacifiche siriane contro il clientelismo e la repressione del partito Ba’ath al potere, aveva anche innescato una rivolta in gran parte sunnita e rurale che aveva preso una piega settaria e violenta. Gli Stati Uniti e i loro alleati, in particolare il Qatar e la Turchia, hanno capitalizzato sfruttando il massiccio arsenale del governo libico appena spodestato.

“Durante l’immediato dopoguerra ed in seguito all’incertezza causata dalla caduta del regime [di Gheddafi] nell’ottobre 2011”, la Defense Intelligence Agency ha riferito l’anno successivo, “… armi dalle ex scorte militari libiche situate a Bengasi, in Libia, sono state spedite dal porto di Bengasi, in Libia, ai porti di Banias ed al porto di Borj Islam, in Siria”.

Il documento redatto dalla DIA, ottenuto dal gruppo Judicial Watch, non specifica se gli Stati Uniti fossero direttamente coinvolti in queste spedizioni. Ma contiene indizi significativi. Con notevole specificità, aveva dettagliato le dimensioni ed il contenuto di una di queste spedizioni nell’agosto del 2012: 500 fucili da cecchino, 100 lanciarazzi con 300 colpi e 400 missili per gli obici.

Più significativamente, il documento notava che le spedizioni di armi erano state interrotte “all’inizio del settembre 2012”. Questo era un chiaro riferimento all’uccisione da parte dei militanti in quel mese di quattro cittadini americani – l’ambasciatore Christopher Stevens, un altro funzionario del Dipartimento di Stato e due contractors della CIA – a Bengasi, proprio la città portuale da cui provenivano le armi per la Siria. Il complesso consolare di Bengasi “era nel suo cuore un’operazione della CIA”, hanno detto i funzionari statunitensi al Wall Street Journal. Almeno due dozzine di impiegati della CIA hanno lavorato a Bengasi sotto copertura diplomatica.

Anche se gli alti funzionari dell’intelligence hanno oscurato l’operazione di Bengasi nella testimonianza giurata davanti alla commissione intelligence della Camera, un’indagine del Senato ha infine confermato il ruolo diretto della CIA nel movimento di armi dalla Libia verso la Siria. Una versione classificata di un rapporto del Senato del 2014, non rilasciato pubblicamente, ha documentato un accordo tra il presidente Barack Obama e la Turchia per incanalare armi dalla Libia agli insorti in Siria. L’operazione, stabilita all’inizio del 2012, era gestita dall’allora direttore della CIA, David Petraeus.

“L’unica missione del consolato [di Bengasi] era quella di fornire una copertura per lo spostamento delle armi” in Siria, ha detto un ex funzionario dell’intelligence statunitense al giornalista Seymour Hersh nella London Review of Books. “Non aveva un vero ruolo politico”.

La morte di un ambasciatore americano

Sotto copertura diplomatica, l’ambasciatore Christopher Stevens sembra essere stato una figura significativa nel programma della CIA. Più di un anno prima di diventare ambasciatore nel giugno 2012, Stevens era stato nominato per fare da collegamento tra gli Stati Uniti e l’opposizione libica. In questo ruolo, aveva lavorato con il Gruppo combattente islamico libico legato ad Al Qaeda ed il suo leader, Abdelhakim Belhadj, un signore della guerra che aveva combattuto a fianco di Osama Bin Laden in Afghanistan. Dopo l’estromissione di Gheddafi, Belhadj fu nominato capo del Consiglio militare di Tripoli, che controllava la sicurezza nella capitale del paese.

Il portafoglio di Belhadj non si limitava alla Libia post-golpe. Nel novembre 2011, l’alleato di Al Qaeda si era recato in Turchia per incontrare i leader del Free Syrian Army, la coalizione militare dell’opposizione sostenuta dalla CIA. Il viaggio di Belhadj è venuto come parte di uno sforzo del nuovo governo libico per fornire “denaro e armi alla crescente insurrezione contro Bashar al-Assad”, ha riferito il London Telegraph all’epoca. Il 14 settembre 2012 – solo tre giorni dopo l’uccisione dell’ambasciatore Christopher Stevens e dei suoi colleghi americani – il London Times ha rivelato che una nave libica “che trasportava la più grande partita di armi per la Siria dall’inizio della rivolta”, aveva recentemente attraccato nel porto turco di Iskenderun. Una volta scaricata, “la maggior parte del suo carico si sta dirigendo verso i ribelli in prima linea”.

I dettagli noti delle ultime ore dell’ambasciatore Christopher Stevens, quell’11 settembre, suggeriscono che la spedizione di armi fosse in cima alla sua agenda. Anche se di base a Tripoli e di fronte a violente minacce, aveva comunque fatto il pericoloso viaggio verso Bengasi intorno al delicato anniversario dell’11 settembre. Secondo un rapporto del 2016 della Commissione di Intelligence della Camera, uno degli ultimi incontri programmati di Stevens era stato con il capo della Al-Marfa Shipping and Maritime Services Company, una società libica coinvolta nel trasporto di armi in Siria. Il suo ultimo incontro della giornata era stato con il console generale Ali Sait Akin della Turchia, dove le armi erano state spedite. Fox News ha poi riferito che “Stevens era a Bengasi per negoziare un trasferimento di armi”.

Con il canale libico chiuso dall’omicidio dell’ambasciatore Christopher Stevens, gli Stati Uniti ed i suoi alleati si sono rivolti ad altre fonti. Una era la Croazia, dove l’Arabia Saudita aveva finanziato un importante acquisto di armi alla fine del 2012, organizzato sempre dalla CIA. L’uso da parte della CIA dei vasti forzieri del regno saudita proseguiva sulla linea di un accordo in precedenti guerre per procura tenute segrete, tra cui l’armamento dei mujaheddin in Afghanistan e dei Contras in Nicaragua.

Anche se l’amministrazione Obama ha affermato che le armi spedite in Siria erano destinate ai “ribelli moderati”, alla fine sono finite nelle mani di un’insurrezione dominata dagli jihadisti. Appena un mese dopo l’attacco di Bengasi, il New York Times ha riferito che “gli jihadisti islamici della linea dura”, compresi i gruppi “con legami o affiliazioni con Al Qaeda”, hanno ricevuto “la parte del leone delle armi spedite all’opposizione siriana”.

Armare segretamente un’insurrezione dominata da Al Qaeda

L’amministrazione Obama non ha avuto bisogno dei resoconti dei media per sapere che gli jihadisti avevano dominato l’insurrezione siriana all’estremità del ricevente beneficiando di una catena di approvvigionamento garantita dalla CIA.

Un mese prima dell’attacco di Bengasi, gli analisti dell’intelligence del Pentagono avevano dato alla Casa Bianca una valutazione schietta. Un rapporto dell’agosto 2012 della Defense Intelligence Agency, ampiamente circolato tra i funzionari statunitensi, notava che “i salafiti, i Fratelli musulmani e AQI [Al Qaeda in Iraq] sono le forze principali che guidano l’insurrezione”. Al Qaeda, si sottolineava quel rapporto, “ha sostenuto l’opposizione siriana fin dall’inizio”. Il loro obiettivo era quello di creare un “principato salafita nella Siria orientale” – un primo avvertimento del califfato islamico dell’ISIS che sarebbe stato stabilito due anni dopo.

Il generale Michael Flynn, che dirigeva la DIA all’epoca, ha ricordato in seguito che il suo staff “aveva ricevuto un enorme contraccolpo” dalla Casa Bianca di Obama. “Sentivo che non volevano ascoltare la verità”, ha detto Flynn. Nel 2015, un anno dopo la cacciata di Flynn, decine di analisti dell’intelligence del Pentagono hanno firmato una denuncia in cui si affermava che i funzionari dell’intelligence del Pentagono stessero “infarcendo i libri” per dipingere un quadro più roseo della presenza jihadista in Siria. (Il Pentagono ha in seguito scagionato i comandanti del CENTCOM da ogni malefatta).

L’Esercito Siriano Libero (FSA), la principale forza insurrezionale sostenuta dalla CIA, aveva anch’esso informato i funzionari di Obama riguardo al dominio jihadista tra le loro file. “Dai rapporti che riceviamo dai medici”, i funzionari del FSA hanno detto al Dipartimento di Stato, nel novembre 2012, che “la maggior parte dei feriti e dei morti tra le file dell’FSA sono di Jabhat al-Nusra, a causa della loro avventatezza e [del fatto che sono] sempre in prima linea”.

Jabhat al-Nusra (Fronte di al-Nusra) è il franchising di Al Qaeda in Siria. È emerso come un gruppo scissionista di Al Qaeda in Iraq dopo un litigio tra il leader Abu Bakr al-Baghdadi ed il suo vice di allora, Mohammed al-Jolani. Nel 2013, al-Baghdadi ha rilanciato la sua organizzazione con il nome di “Stato Islamico dell’Iraq e della Siria” (ISIS). Jolani ha guidato la sua fazione di Al Qaeda in Siria sotto la bandiera nera di al-Nusra.

“Raramente riconosciuto esplicitamente in pubblico”, Charles Lister, un analista finanziato dallo stato del Golfo in stretto contatto con i gruppi di insorti siriani, ha scritto nel marzo 2015: “la stragrande maggioranza dell’insurrezione siriana si è coordinata strettamente con Al-Qaeda sin dalla metà del 2012 – e con grande effetto sul campo di battaglia.” Come un leader del Free Syrian Army ha successivamente detto al New York Times: “Nessuna fazione dell’FSA nel nord può operare senza l’approvazione di al-Nusra”.

Secondo David McCloskey, un ex analista della CIA che ha seguito la Siria nei primi anni della guerra, i funzionari statunitensi sapevano che “i gruppi affiliati ad al-Qaeda ed i gruppi jihadisti salafiti erano il motore principale dell’insurrezione”. Questo, dice McCloskey, era “un aspetto tremendamente problematico del conflitto”.

Nel suo libro di memorie, l’assistente senior di Barak Obama, Ben Rhodes, ha riconosciuto che al-Nusra “era probabilmente la forza di combattimento più forte all’interno dell’opposizione”. Era anche chiaro, ha scritto, che i gruppi di insorti sostenuti dagli Stati Uniti stessero “combattendo fianco a fianco con al-Nusra”. Per questo motivo, ha ricordato Rhodes, si era opposto alla designazione di al-Nusra come organizzazione terroristica straniera da parte del Dipartimento di Stato nel dicembre 2012. Questa mossa “avrebbe alienato le stesse persone che volevamo aiutare”. (Interrogato sul “voler aiutare un’insurrezione dominata da Al Qaeda”, Rhodes non ha più risposto).

In effetti, designare al-Nusra come organizzazione terroristica ha permesso all’amministrazione Obama di affermare pubblicamente che si opponeva al ramo siriano di Al Qaeda mentre continuava ad armare segretamente l’insurrezione che Al Qaeda dominava. Tre mesi dopo l’aggiunta di al-Nusra alla lista delle organizzazioni terroristiche, gli Stati Uniti ed i suoi alleati “hanno drammaticamente aumentato le forniture di armi ai ribelli siriani” per aiutare “i ribelli a cercare di prendere Damasco”, ha riferito l’Associated Press nel marzo del 2013.

Non c’era alcuna opposizione “moderata”

Nonostante fossero privatamente consapevoli del dominio di Nusra, i funzionari dell’amministrazione Obama hanno continuato ad insistere pubblicamente che gli Stati Uniti stessero solamente sostenendo “l’opposizione moderata” in Siria, come l’allora vice consigliere per la sicurezza nazionale Antony Blinken l’ha descritta nel settembre 2014.

Ma parlando ad un pubblico dell’Università di Harvard, giorni dopo, l’allora vicepresidente Joe Biden ha spifferato la realtà che veniva nascosta. Nell’insurrezione siriana “non c’era un centro moderato”, ha ammesso Joe Biden. Invece, gli “alleati” statunitensi in Siria “hanno versato centinaia di milioni di dollari e migliaia di tonnellate di armi a chiunque volesse combattere contro Assad”. Quelle armi sono state fornite, ha detto Biden, ad “al-Nusra, e Al-Qaeda ed agli elementi estremisti degli jihadisti provenienti da altre parti del mondo”.

Joe Biden si è subito scusato per i suoi commenti, che sembravano rientrare nella classica definizione della gaffe secondo Kinsley: “un politico che dice inavvertitamente la verità”. L’unico errore di Joe Biden è stato omettere il ruolo decisivo della sua stessa amministrazione nell’aiutare i suoi alleati ad armare gli jihadisti.

Invece di chiudere il programma della CIA che aiutava un’insurrezione dominata da Al Qaeda, Barack Obama lo ha invece ampliato. Nell’aprile del 2013, il presidente Obama ha firmato un ordine che ha modificato la guerra segreta della CIA, nome in codice “Timber Sycamore”, per consentire l’armamento e l’addestramento diretto da parte degli Stati Uniti. Dopo aver attinto all’Arabia Saudita, alla Turchia ed al Qatar per finanziare la sua pipeline di armi per gli insorti in Siria, l’ordine di Obama ha permesso alla CIA di fornire direttamente armi prodotte negli Stati Uniti. Proprio come per la campagna del cambio di regime in Libia, un architetto chiave di questa operazione era Hillary Clinton.

La guerra per procura aggiornata secondo le direttive di Barack Obama in Siria si è rivelata “uno dei programmi di azione segreta più costosi nella storia della CIA”, ha riferito il New York Times nel 2017. I documenti trapelati dal whistleblower della NSA, Edward Snowden, hanno rivelato un budget di quasi 1 miliardo di dollari all’anno, o circa 1 dollaro per ogni 15 dollari di spesa della CIA. La CIA ha armato ed addestrato quasi 10.000 insorti, spendendo “circa 100.000 dollari all’anno per ogni ribelle anti-Assad che è passato attraverso il programma”, hanno detto i funzionari statunitensi al Washington Post nel 2015. Due anni dopo, un funzionario statunitense ha stimato che le milizie finanziate dalla CIA “potrebbero aver ucciso o ferito circa 100.000 soldati siriani ed i loro alleati negli ultimi quattro anni”.

Ma queste milizie non stavano solo uccidendo le forze governative pro-Assad. Come il New York Times ha riferito nell’aprile 2017, gli insorti sostenuti dagli Stati Uniti hanno compiuto “omicidi di massa su base settaria”.

Uno di questi atti di omicidio di massa è avvenuto nell’agosto 2013, quando l’esercito libero siriano sostenuto dagli Stati Uniti si è unito a un’offensiva del Fronte di al-Nusra e dell’ISIS nelle zone alawite nei pressi di Latakia. Un’indagine sui diritti umani ha scoperto che gli insorti si erano impegnati “nell’uccisione sistematica di intere famiglie”, massacrando un documentato numero di 190 civili, tra cui 57 donne, 18 bambini e 14 uomini anziani. In un video dal campo, l’ex generale dell’esercito siriano Salim Idriss, capo del Consiglio militare supremo (SMC) sostenuto dagli Stati Uniti, si vantava di stare cooperando in larga misura a questa operazione.

I massacri di Latakia sono arrivati quattro mesi dopo che l’ambasciatore americano in Siria, Robert Ford, aveva definito Idriss ed i suoi combattenti come “gli elementi moderati e responsabili dell’opposizione armata”. Il ruolo delle forze di Idriss nel massacro non ha cancellato l’approvazione dell’amministrazione Obama. A ottobre, il Washington Post ha rivelato che la “CIA sta espandendo uno sforzo clandestino […] volto a rafforzare il potere di combattimento delle unità allineate con il Consiglio Militare Supremo, un’organizzazione ombrello guidata da [Idriss] che è il principale destinatario del sostegno degli Stati Uniti.”

[Dopo la pubblicazione di questo articolo, Real Clear Investigation ha ricevuto la risposta via e-mail dell’ambasciatore Robert Ford ad una richiesta di commento. L’ambasciatore ha spiegato che non c’era “alcun dubbio” che l’Esercito Siriano Libero sostenuto dagli Stati Uniti si fosse impegnato in crimini di guerra, ma ha notato: “Abbiamo denunciato [loro] pubblicamente all’epoca ed in privato”. L’ambasciatore ha detto che la posizione ufficiale dell’amministrazione, secondo cui i moderati fossero impegnati nella lotta, fosse accurata alla luce dei fatti sul campo. “La nostra definizione di moderati dell’opposizione armata”, ha scritto, “si riferiva a persone disposte a negoziare una fine pacifica del conflitto”].

Ufficialmente, il programma aggiornato secondo le direttive di Barack Obama della CIA vietava il sostegno diretto ad al-Nusra o ai suoi alleati in Siria. Ma una volta che le armi statunitensi erano arrivate in Siria, l’amministrazione Obama ha riconosciuto che non aveva modo di controllare il loro utilizzo – un motivo apparente per condurre il programma segretamente. “Avevamo bisogno di una negabilità plausibile nel caso in cui le armi fossero finite nelle mani di al-Nusra”, ha detto un ex funzionario dell’amministrazione al New York Times nel 2013.

Un’area in cui le armi statunitensi sono finite nelle mani di al-Nusra era la provincia siriana nord-occidentale di Idlib. I leader di Al Qaeda alla fine avrebbero controllato e – anche se il gruppo lo contesta – fornito ai leader dell’ISIS un rifugio sicuro lì.

Il più grande rifugio di Al-Qaeda dall’11 settembre

Nel maggio 2015, una serie di gruppi di insorti, soprannominati la “Coalizione Jaish al-Fatah” (“Esercito della conquista”), ha strappato il controllo della provincia di Idlib al governo siriano. La lotta era guidata dal Fronte di al-Nusra, ed aveva messo in mostra ciò che Charles Lister, l’analista di Washington con contatti con gli insorti in Siria, aveva definito “un livello molto migliore di coordinamento” tra le fazioni rivali dei miliziani, tra cui il FSA sostenuto dagli Stati Uniti ed altre “fazioni jihadiste”.

Per Charles Lister, la conquista di Idlib aveva anche rivelato che gli Stati Uniti ed i suoi alleati “avessero cambiato il loro tono per quanto riguardava il coordinamento con gli islamisti”. Citando più comandanti sul campo di battaglia, Lister ha riferito che “la sala operativa guidata dagli Stati Uniti nel sud della Turchia”, che coordinava il sostegno ai gruppi di insorti sostenuti dagli Stati Uniti, “è stata determinante nel facilitare il loro coinvolgimento nell’operazione” guidata dal Fronte di al-Nusra. Mentre il comando degli insorti guidato dagli Stati Uniti si era precedentemente opposto a “qualsiasi coordinamento diretto” con i gruppi jihadisti, l’offensiva di Idlib “ha dimostrato qualcosa di diverso”, ha concluso Lister: Per catturare la provincia, i funzionari statunitensi “hanno specificamente incoraggiato una più stretta cooperazione con gli islamisti che comandano le operazioni in prima linea”.

La cooperazione sul campo di battaglia approvata dagli Stati Uniti nella provincia di Idlib ha permesso ai combattenti del Fronte di al-Nusra di beneficiare direttamente delle armi statunitensi. Nonostante occasionali scontri tra di loro, al-Nusra è stato in grado di utilizzare i gruppi di insorti sostenuti dagli Stati Uniti “come moltiplicatori di forza”, ha osservato l’Istituto per lo studio della guerra, un importante think tank di Washington, quando la battaglia è iniziata. I guadagni militari degli insorti, ha riferito Foreign Policy nell’aprile 2015, sono stati ottenuti “in gran parte grazie agli attentatori suicidi ed ai missili TOW americani anticarro”.

La vittoria guidata dagli jihadisti a Idlib ha rapidamente sottoposto i suoi residenti al terrore settario. Nel giugno del 2015, i combattenti di al-Nusra hanno massacrato almeno 20 membri di fede drusa. Centinaia di abitanti del villaggio risparmiati nell’attacco sono stati costretti a convertirsi all’Islam sunnita. Di fronte alle stesse minacce, quasi tutti i rimanenti 1.200 cristiani di Idlib sono fuggiti dalla provincia, lasciando una popolazione cristiana che oggi ammonta a sole 3 persone.

In un post mortem del 2017 sulla guerra segreta dell’amministrazione Obama in Siria, il New York Times ha descritto la conquista di Idlib da parte degli insorti come uno dei “periodi di successo” del programma della CIA. Questo è stato certamente il caso di Al Qaeda.

“La provincia di Idlib”, ha detto nel 2017 Brett McGurk, l’inviato anti-ISIS sotto Obama e Trump, ed ora il massimo funzionario di Joe Biden alla Casa Bianca per il Medio Oriente, “è il più grande rifugio sicuro di Al Qaeda dall’11 settembre.”

Gli Stati Uniti permettono la presa di potere dell’ISIS

Al Qaeda non è l’unica squadra della morte settaria che è riuscita a stabilire un rifugio sicuro nel caos della guerra per procura in Siria. A partire dal 2013, la sorella del Fronte di al-Nusra, diventata poi un gruppo rivale, l’ISIS, ha conquistato un territorio considerevole. Come per Al Qaeda, la conquista di terreno dell’ISIS in Siria ha ricevuto un significativo aiuto da Washington.

Prima che Al Qaeda catturasse Idlib, la prima roccaforte dell’ISIS in Siria, al-Raqqa, è cresciuta per mezzo di un’alleanza simile tra i “ribelli moderati” sostenuti dagli Stati Uniti e gli jihadisti. Dopo che questa coalizione ha preso la città dalle mani del governo siriano nel marzo del 2013, l’ISIS ne ha preso il pieno controllo a novembre.

Quando l’ISIS ha dichiarato il suo califfato in alcune parti della Siria e dell’Iraq nel giugno del 2014, gli Stati Uniti hanno lanciato una campagna aerea contro le roccaforti del gruppo. Ma l’offensiva anti-ISIS dell’amministrazione Obama conteneva un’eccezione significativa. In aree chiave dove l’avanzata dell’ISIS poteva minacciare il regime di Assad, gli Stati Uniti sono rimasti a guardare.

Nell’aprile 2015, proprio mentre al-Nusra stava conquistando Idlib, l’ISIS ha conquistato gran parte del campo profughi di Yarmouk, alla periferia di Damasco, segnando quella che il New York Times ha chiamato la “più grande incursione del gruppo” nella capitale siriana.

Nell’antica città di Palmira, gli Stati Uniti hanno permesso una vera e propria conquista da parte dell’ISIS. “Lo Stato Islamico ha chiuso su Palmira, la coalizione aerea guidata dagli Stati Uniti che ha preso a pugni lo Stato Islamico in Siria negli ultimi 18 mesi non ha intrapreso alcuna azione per impedire l’avanzata degli estremisti verso la storica città – che, fino ad allora, era rimasta nelle mani delle forze di sicurezza siriane, gravemente sovraccariche”, ha riferito il Los Angeles Times nel marzo 2016.

In una conversazione trapelata con gli attivisti dell’opposizione siriana mesi dopo, l’allora segretario di Stato John Kerry ha spiegato la logica degli Stati Uniti nel lasciare avanzare l’ISIS.

“Daesh [ISIS] minacciava la possibilità di andare a Damasco e così via”, ha spiegato Kerry. “E sappiamo che questo stava crescendo. Stavamo osservando. Abbiamo visto che Daesh stava crescendo in forza, ed abbiamo pensato che Assad ne fosse minacciato. Abbiamo pensato, tuttavia, probabilmente lo potremmo gestire, che Assad avrebbe poi negoziato” la sua via d’uscita dal potere.

In breve, gli Stati Uniti stavano facendo leva sulla crescita dell’ISIS per imporre un cambio di regime al presidente siriano Bashar al-Assad.

La strategia degli Stati Uniti di “assistere” all’avanzata dell’ISIS in Siria – ha anche ammesso John Kerry – ha causato direttamente l’ingresso della Russia nel conflitto nel 2015. La minaccia di una presa di potere da parte dell’ISIS, ha detto Kerry, è “il motivo per cui la Russia è entrata. Perché non volevano un governo di Daesh”.

L’intervento militare della Russia in Siria ha impedito quella conquista di Damasco da parte dell’ISIS che John Kerry ed i colleghi dell’amministrazione Obama erano disposti invece a rischiare. La distruzione portata dagli attacchi aerei russi ha anche inferto un colpo fatale all’insurrezione dominata da Al Qaeda in cui il team di Obama aveva speso miliardi di dollari per sostenere.

Da nemico degli Stati Uniti a ‘risorsa’ in Siria

Con i combattenti sostenuti dagli Stati Uniti sconfitti ed uno dei loro principali sponsor, Hillary Clinton, sconfitta nelle elezioni presidenziali del novembre 2016, l’operazione della CIA in Siria ha incontrato quella che il New York Times ha definito una “morte improvvisa”. Dopo aver criticato la guerra per procura in Siria durante la campagna elettorale, il presidente Donald Trump ha chiuso definitivamente il programma “Timber Sycamore” nel luglio del 2017.

“Si è scoperto che è… un sacco di Al-Qaeda quello in cui stiamo mettendo queste armi”, ha detto Donald Trump al Wall Street Journal quel mese.

Con l’uscita dell’amministrazione Obama-Biden, gli Stati Uniti non combattevano più dalla parte di Al Qaeda. Ma questo non significava che gli Stati Uniti fossero pronti ad affrontare il nemico che avevano contribuito ad installare a Idlib.

Mentre Donald Trump ha messo fine alla guerra per procura della CIA, i suoi sforzi per allontanare ulteriormente gli Stati Uniti dalla Siria ritirando le truppe sono stati ostacolati dagli alti funzionari dell’amministrazione precedente che condividevano l’obiettivo di un cambio di regime in Siria.

“Quando il presidente Trump ha detto ‘Voglio tutti fuori dalla Siria’, i vertici del Pentagono e del Dipartimento di Stato hanno avuto un aneurisma”, ricorda Christopher Miller, il segretario alla Difesa in carica durante gli ultimi mesi di Donald Trump.

Jim Jeffrey, l’inviato di Donald Trump per la Siria, ha ammesso di aver ingannato il presidente pur di mantenere sul posto “molto più delle” 200 truppe statunitensi che Donald Trump aveva accettato con riluttanza. “Abbiamo sempre fatto il gioco delle tre carte per non rendere chiaro alla nostra leadership quante truppe avevamo lì”, ha ammesso Jim Jeffrey a Defense One. Questi “giochi delle tre carte” hanno messo in pericolo i soldati statunitensi, compresi quattro militari rimasti feriti in un attacco missilistico alla loro base nel nord-est della Siria.

Mentre ostacolava un completo ritiro delle truppe statunitensi, Jim Jeffrey ed altri alti funzionari hanno anche preservato la tacita alleanza del governo degli Stati Uniti con i governanti di Al-Qaeda ad Idlib. Ufficialmente, il Fronte di al-Nusra rimane sulla lista delle organizzazioni terroristiche degli Stati Uniti. Nonostante i diversi cambiamenti di nome, il Dipartimento di Stato ha respinto i suoi sforzi di rebranding come un “veicolo per avanzare la sua posizione nella rivolta siriana e per promuovere i propri obiettivi come affiliato di Al-Qaeda”.

Ma in pratica, come Jim Jeffrey ha spiegato l’anno scorso, gli Stati Uniti hanno trattato Al-Nusra come “una risorsa” per la strategia statunitense in Siria. “Sono l’opzione meno cattiva tra le varie opzioni su Idlib, e Idlib è uno dei luoghi più importanti in Siria, che è uno dei luoghi più importanti in questo momento in Medio Oriente”, ha detto. Jeffrey ha anche rivelato di aver comunicato con il leader di al-Nusra Mohammed al-Jolani attraverso “canali indiretti”.

I commenti di Jim Jeffrey sottolineano un profondo cambiamento nella strategia mediorientale del governo degli Stati Uniti come risultato della guerra per procura in Siria: Il ramo siriano di Al Qaeda, il gruppo terroristico che ha attaccato gli Stati Uniti l’11 settembre 2001, e che poi è diventato l’obiettivo di una guerra globale al terrore volta a distruggerlo, non è più visto dai potenti funzionari di Washington come un nemico, bensì come una “risorsa”.

Da quando hanno ripreso la carica con Joe Biden, i funzionari veterani di Obama che avevano preso di mira la Siria con una delle più costose guerre segrete della storia, hanno tolto priorità alla nazione devastata dalla guerra. Pur impegnandosi a mantenere sanzioni paralizzanti e a mantenere le truppe statunitensi in numerose basi, oltre ad annunciare sporadici attacchi aerei, la Casa Bianca ha detto poco pubblicamente sulla sua politica in Siria. Il raid militare degli Stati Uniti che ha messo fine alla vita del leader dell’ISIS al-Qurayshi a febbraio di quest’anno rappresenta l’unico discorso incentrato sulla Siria dell’amministrazione Biden.

Anche se Joe Biden ha strombazzato l’operazione letale, il fatto che sia avvenuta ad Idlib sottolinea una contraddizione che la sua amministrazione deve ancora affrontare. Eliminando un leader dell’ISIS nella roccaforte siriana di Al Qaeda, Joe Biden ed i suoi alti funzionari stanno ora affrontando delle minacce da un rifugio sicuro del terrorismo che loro stessi hanno contribuito a creare.


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RealClearPolitics (RCP) è un sito web americano di notizie politiche ed un aggregatore di sondaggi creato nel 2000 dall’ex trader John McIntyre e dall’ex account executive di un’agenzia pubblicitaria Tom Bevan. Il sito presenta articoli di notizie politiche selezionate ed editoriali da varie pubblicazioni di notizie oltre ai commenti dei propri collaboratori. Dalla fine del 2017, RealClearPolitics ha registrato una svolta verso Destra, ed è stato successivamente accusato di essere “pro-Trump” per i suoi contenuti secondo la critica liberal. Secondo uno studio della “Knight Foundation” del 2020, RealClearPolitics è generalmente letto da un pubblico moderato, che pende leggermente a Destra.

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