Guantanamo rimane una macchia morale sull’America – The National Interest

Gli Stati Uniti hanno fallito miseramente nel risolvere i casi dei detenuti imprigionati nella struttura di detenzione della base navale di Guantanamo Bay a Cuba

Tratto e tradotto da un articolo di Paul R. Pillar per The National Interest

Gli Stati Uniti hanno fallito miseramente nel risolvere i casi dei detenuti imprigionati nella struttura di detenzione della base navale di Guantanamo Bay a Cuba. Questo è stato particolarmente evidente per quanto riguarda Khalid Shaikh Mohammed, la presunta mente degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, e quattro coimputati accusati di aver assistito alla stessa operazione.

Una parata apparentemente infinita di ritardi ha impedito di portare questi uomini in giudizio davanti a un tribunale militare. Molti dei ritardi hanno coinvolto la rotazione del personale assegnato alla funzione di procuratori, avvocati della difesa o giudici. Man mano che la documentazione del caso si allunga, ogni nuovo sostituto impiega più tempo a leggerla ed il caso ne risente in speditezza. Altre ragioni per il ritardo sono state le incertezze su come trattare le prove delle torture subite dai prigionieri e, più recentemente, una lunga pausa a causa della pandemia di Covid-19.

Sono passati più di vent’anni dai reati in questione, ed un processo sembra ancora essere lontano. Anche le stime attuali più ottimistiche vedono un processo iniziare non prima della metà del 2024. Questo perpetuo slittamento del procedimento non serve gli interessi di nessuno, comprese le famiglie delle vittime dell’11 settembre ed i cittadini americani che vogliono solo vedere fatta giustizia.

Nelle ultime settimane, è emersa una possibile via d’uscita da questa impasse. Un procuratore che è rimasto con il caso in mano attraverso tre cambi di amministrazione sta parlando con gli avvocati della difesa di Khalid Shaikh Mohammed e dei suoi coimputati per una possibile dichiarazione di colpevolezza. In cambio della dichiarazione di colpevolezza, agli imputati verrebbe così risparmiata la pena di morte, mentre i colpevoli più gravi, come Khalid Shaikh Mohammed, rischierebbero l’ergastolo senza condizionale.

Un tale accordo non è affatto certo, ma se venisse concluso, senza dubbio susciterà obiezioni sul fatto che nient’altro che la pena di morte sarebbe stato abbastanza severo per il crimine efferato che è stato commesso. Ma data l’incessante cascata di ritardi, l’alternativa al patteggiamento non è un rapido processo che si concluda con una condanna a morte. Invece, l’alternativa più probabile per il prossimo futuro è assistere ad ancora più ritardi. Infatti, il più grande vantaggio del patteggiamento sarebbe quello di porre fine ai ritardi, risolvere il caso e fare una determinazione formale di colpevolezza.

Inoltre, in questo caso, non è chiaro se l’ergastolo debba essere considerato una punizione minore rispetto all’esecuzione. Negli ambienti da cui provengono questi imputati, il martirio significa qualcosa. Infatti, per questa ragione, è in qualche modo sorprendente che tutti questi imputati possano anche accettare l’ergastolo. In ogni caso, qualsiasi effetto deleterio di un martirio che potrebbe derivare in Medio Oriente sarebbe più probabile in seguito all’esecuzione di questo gruppo piuttosto che alla continuazione della detenzione. Per non parlare del fatto che la pena di morte è sempre più in disgrazia a livello globale, con gli Stati Uniti che fanno parte di una minoranza sempre più piccola di paesi – insieme a Cina, Iran e Arabia Saudita – che continuano ad usarla.

I rapporti su un possibile patteggiamento menzionano un’importante qualificazione: che gli imputati insisteranno per rimanere a Guantanamo, dove possono mangiare e pregare assieme, piuttosto che essere mandati in qualche posto come la prigione federale di massima sicurezza “Supermax” di Florence, in Colorado. Questa qualifica richiederà purtroppo di lasciare aperta una struttura che non avrebbe mai dovuto essere aperta. L’amministrazione di George W. Bush scelse questa base navale come luogo per una struttura di detenzione nel tentativo di tenerla al di fuori della portata di qualsiasi regola di legge, sebbene la Corte Suprema abbia poi avuto un’opinione diversa. Guantanamo è stata a lungo una macchia per gli Stati Uniti come simbolo di un tentativo di elusione della legge penale prestabilita e di una mancata esecuzione della legge in modo rapido.

Guantanamo ha anche rappresentato le idee vaghe che aveva il Congresso sulla “guerra al terrorismo” piuttosto che sull’uso di modi comprovati e capaci di perseguire e di punire i terroristi. Se Khalid Shaikh Mohammed fosse stato processato in una corte federale – nel Distretto Sud di New York, sede della parte più letale degli attacchi dell’11 settembre ed una giurisdizione con un eccellente curriculum nel perseguire i terroristi – allora già da anni si sarebbe avuto un verdetto e, se di condanna, sarebbe stato giustiziato o consegnato a Supermax.

Anche con questa riserva sul luogo in cui gli imputati sconterebbero le loro pene, un patteggiamento come quello che si dice sia in discussione vale ancora la pena di essere preso in considerazione. Varrebbe la pena se accoppiato con l’intesa che nessun nuovo prigioniero verrà inviato a Guantanamo, che sarebbe stato fatto uno sforzo serio per una corretta disposizione degli altri trentatré uomini ancora detenuti lì, e che la struttura sarebbe rimasta aperta solo fino a quando l’ultima persona condannata all’ergastolo fosse rimasta viva.

Tra qualche anno, questo potrebbe significare una spesa per mantenere qualcosa che assomigli alla struttura attuale ma che ospiti solamente pochi prigionieri. Un precedente è la prigione di Spandau a Berlino, che dopo il Processo di Norimberga avrebbe dovuto ospitare molti nazisti condannati, ma che invece ne ricevette solo sette. Per gli ultimi ventuno anni in cui la prigione funzionò, ebbe un solo prigioniero: Rudolf Hess, fino al suo suicidio all’età di novantatré anni nel 1987.

Dopo la morte di Hess, la prigione di Spandau fu prontamente demolita, ed il terreno divenne un parcheggio ed un centro commerciale. I resti della prigione furono polverizzati e dispersi in mare o sepolti in una base aerea britannica, per evitare che tutto diventasse un santuario neonazista. Qualcosa del genere dovrebbe essere fatto anche per la struttura di detenzione di Guantanamo, non per prevenire qualsiasi santuario, ma per porre fine simbolicamente ad un episodio della storia degli Stati Uniti che ha comportato un allontanamento dallo stato di diritto.

Paul Pillar è andato in pensione nel 2005 dopo una carriera di ventotto anni nella comunità dell’intelligence degli Stati Uniti, in cui la sua ultima posizione è stata quella di National Intelligence Officer per il Vicino Oriente e l’Asia meridionale. In precedenza ha servito in una varietà di posizioni analitiche e manageriali, compreso il ruolo di capo delle unità analitiche della CIA che coprivano porzioni del Vicino Oriente, del Golfo Persico e dell’Asia meridionale. Il professor Pillar ha anche servito nel National Intelligence Council come uno dei membri fondatori del suo Analytic Group. È anche un Contributing Editor per The National Interest


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The National Interest è una rivista bimestrale di relazioni internazionali in lingua inglese. Il periodico adotta la linea editoriale della scuola realista, senza per questo rinunciare a mettere in rilievo il contributo delle ideologie ed il modo in cui le differenze socio-culturali, le innovazioni tecnologiche, la storia e la religione possono influenzare il comportamento degli stati in politica estera. Si rivolge a un pubblico internazionale e vari dei suoi articoli sono stati citati dal The New York Times, dal Financial Times, dal The Australian, dall’International Herald Tribune, da Shin Dong-A, dal The Spectator, dall’austriaca Europäische Rundschau e da siti online come il russo InoSMI.ru.

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