Gli oligarchi dopo il liberalismo – The American Conservative

La questione per la Nuova Destra sembra essere non se dovremmo essere governati da dei capitalisti miliardari, ma quali capitalisti miliardari dovrebbero dominare

Tratto e tradotto da un articolo di Matthew Walther per The American Conservative

L’acquisizione da parte di Elon Musk di Twitter – un tentativo che [secondo l’autore] poteva probabilmente essere destinato a fallire, indipendentemente da quanto denaro fosse riuscito a raccogliere – ha scatenato il giubilo dei conservatori, in particolare di quelli che si considerano parte del continuum postliberale” definito in modo incoerente. Pertanto vale la pena di considerare questo giubilo indipendentemente dal fatto che Musk ed i suoi 265 miliardi di dollari portino a quello che sarebbe quasi certamente un esodo di massa da una piattaforma di social media ormai in declino.

Chiedere a Elon Musk di rendere Twitter più ospitale verso i conservatori (cambiando i suoi termini di servizio, per esempio, o semplicemente regolando i mezzi con cui vengono applicati) è precisamente quel tipo di tattica apparentemente superata che molti esponenti di un nuovo conservatorismo non-fusionista altrimenti rifiutano a priori. Almeno dagli anni ’70, i conservatori hanno chiesto un posto al tavolo, solo per scoprire che la maggior parte dei conservatori, alla fine, si conformano agli standard ideologici imposti dalle istituzioni mainstream che offrono loro delle piattaforme, oppure, nel migliore dei casi, si ritirano in una sorta dimodalità arbitro” in cui offrono (a volte utili) resoconti descrittivi sulla Destra e sulle sue aspirazioni, senza prendere alcun impegno sostanziale. Per queste ragioni, un appello alla rappresentanza, che implica un appello ad atteggiamenti liberali vecchio stile sul mercato delle idee, colpirà molti osservatori della cosiddetta Nuova Destra come un ovvio vicolo cieco.

Poi c’è la questione di Twitter come tecnologia. Sembra difficile sostenere, come hanno fatto molti conservatori postliberali, che i social media e, per estensione, internet, siano degli sviluppi fondamentalmente deplorevoli nella nostra vita pubblica – sostenitori di quasi-ortodossie sconsiderate, sostenitori della finanziarizzazione dell’economia, cancri delle nostre capacità di attenzione collettiva, spiritualmente, moralmente ed esteticamente corrosivi – il tutto insistendo sull’accesso illimitato ad essi. Se i conservatori credono che Twitter sia così male come tutte queste cose, perché non dedicare tempo ed attenzione allo sviluppo di nuove strutture per la diffusione delle idee (oppure far rivivere quelle vecchie)?

Ma c’è un senso molto più interessante in cui l’appello a Elon Musk ci dice qualcosa sulla destra postliberale: il suo atteggiamento verso il denaro. Una certa dissonanza cognitiva è implicita nell’atto di condannare l'”elitarismo“, per quanto definito in modo ampio e nebuloso, mentre praticamente si prega l’uomo più ricco del mondo di sostenere la propria influenza su un sito web il cui valore come modellatore dell’opinione pubblica sembra essere in diminuzione rispetto a qualsiasi misura tangibile.

I conservatori che vogliono che Elon Musk acquisti Twitter (o che altrimenti si coinvolga in prima persona nelle sue operazioni) non sono interessati ad alterare, od anche a mettere seriamente in discussione, la struttura essenzialmente oligarchica della società americana. Invece di impegnarsi in un programma di riforma strutturale ad ampio respiro (che potrebbe comportare, per esempio, la nazionalizzazione di ISP, ricerca, social media, ed altre funzioni di base di internet come servizi pubblici e quindi soggetti a varie protezioni del Primo Emendamento), accettano che il potere del denaro continuerà a detenere un dominio illimitato. Al livello speculativo più elementare, la questione per la Nuova Destra non è se dovremmo essere governati da dei capitalisti miliardari, ma quali capitalisti miliardari dovrebbero dominare e quali saranno le loro priorità culturali.

Dico “priorità culturali” deliberatamente. Per quanto ne so, su questioni come la fornitura dell’assistenza sanitaria, il declino dei salari, la sindacalizzazione, ed altre questioni presumibilmente di interesse per i conservatori anti-fusionisti, Elon Musk è rimasto in silenzio, almeno quando le sue stesse pratiche commerciali non abbiano parlato da sole.

Perché, allora, Elon Musk è più attraente per la destra post-fusionista rispetto ai suoi immediati predecessori? E come sarebbe il conservatorismo americano se Elon Musk giocasse un ruolo analogo a quello svolto dai fratelli Koch un decennio e mezzo fa? Per prenderli in ordine inverso, la mia ipotesi è che un conservatorismo in cui il padre dei figli di Grimes sostituisse i Koch o Sheldon Adelson assomiglierebbe molto a quello che esiste attualmente, anche se con l’economia non-libertaria ancora una volta considerata un non-punto di partenza e la manciata di questioni apparentemente “vive” che continuano ad animare i conservatori sociali più o meno abbandonate. (Tra le altre cose, questo significherebbe rinunciare all’opportunità della destra di riunire un’ampia coalizione nella maggioranza degli americani con opinioni che potrebbero essere descritte come “socialmente conservatrici” ed economicamente moderate o progressive).

Il che mi riporta alla mia prima domanda: perché un tale accordo con Elon Musk o con figure simili sarebbe desiderabile per i cosiddetti post-liberali? Mentre alcuni osservatori cinici potrebbero sostenere che lo sia perché sono insinceri nei loro tentativi di abbandonare la saggezza convenzionale del GOP sull’economia politica mentre adottano una postura meno difensiva nelle guerre culturali, io propongo una spiegazione più caritatevole. È probabile, credo, che la maggior parte dei pensatori post-liberali siano rassegnati all’inevitabilità del cesarismo, un cesarismo che non distrugge ma che cambia solamente i termini degli obblighi della società verso il potere del denaro.

È difficile argomentare contro tale fatalismo. La cupezza spengleriana non è una posizione intellettuale ma un presupposto onnipresente che non ammette eccezioni, anche per i cattolici impegnati sia nella lettera che nello spirito di 1 Timoteo 6:10. Tuttavia, andando avanti, un certo grado di umiltà intellettuale (e oserei dire retorica) potrebbe essere d’obbligo, per evitare che i membri non autocritici della nuova coalizione di Destra si trovino dalla parte dei perdenti di un accordo in cui non si sono resi conto di entrare.


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The American Conservative è una rivista pubblicata dall’American Ideas Institute, fondata nel 2002. Esiste per promuovere un conservatorismo che si oppone al potere incontrollato sia del governo che degli affari; promuovere la fioritura delle famiglie e delle comunità attraverso un mercato dinamico e le persone libere; abbraccia il realismo e la moderazione in politica estera, che deve essere basata sugli interessi nazionali dell’America, altrimenti noto come paleoconservatorismo.