Cinquant’anni dopo la visita del presidente Nixon in Cina – The National Interest

Pochi eventi nella storia diplomatica moderna hanno stupito il mondo quanto la visita di Nixon in Cina.

Tratto e tradotto da un articolo di Yoav J. Tenembaum per il National Interest

Cinquant’anni fa il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon si recò in visita ufficiale in Cina, mettendo così fine ad un boicottaggio diplomatico che ufficialmente durava da quando i comunisti avevano preso il potere nel 1949.

La visita di stato, che ha avuto luogo dal 21 al 28 febbraio 1972, fu uno spettacolo diplomatico come pochi altri. Pochi eventi nella storia diplomatica moderna hanno stupito il mondo quanto la visita di Nixon in Cina. Solo la visita ufficiale del presidente egiziano Anwar Sadat in Israele nel novembre 1977, che mise fine al boicottaggio diplomatico di Israele che esisteva dalla sua fondazione nel 1948, può essere paragonata. La visita di Nixon fu il culmine di una grande svolta diplomatica e l’inizio di una relazione sempre più stretta tra i due ex nemici.

La visita di Nixon giunse sulla scia di un incontro segreto tra il consigliere per la sicurezza nazionale statunitense Henry Kissinger ed il primo ministro cinese, Zhou Enlai, nel luglio 1971.

Da quando i comunisti cinesi erano saliti al potere nel 1949, gli Stati Uniti non avevano avuto dei contatti diplomatici ufficiali con il governo di Pechino, poiché avevano riconosciuto il governo nazionalista di Taipei, cioè Taiwan, come il legittimo governo cinese.

L’inimicizia tra gli Stati Uniti e la Cina comunista raggiunse il suo apice durante la guerra di Corea (1950-1953), quando i due paesi si combatterono.

Ma la crescente ostilità tra le due potenze comuniste, l’Unione Sovietica e la Cina, che portò poi anche a degli scontri armati tra le due nell’inverno del 1969, offrì agli Stati Uniti l’opportunità di tentare un riavvicinamento con il suo rivale di sempre.

Per essere sicuri, prima ancora di essere eletto presidente, Richard Nixon aveva scritto un articolo su Foreign Affairs nel 1967 sostenendo che la Cina comunista fosse troppo importante per essere relegata ai margini del sistema internazionale.

Dopo essere diventato presidente, Nixon e Kissinger si misero ad esplorare la possibilità di un disgelo diplomatico con la Cina comunista. Dopo alcuni tentativi infruttuosi, il governo pakistano, che manteneva stretti legami con entrambi i paesi, facilitò i negoziati, portando infine alla missione segreta di Kissinger in Cina e successivamente alla visita ufficiale di Nixon.

Una visita presidenziale ufficiale di una durata così lunga sarebbe difficile da accettare al giorno d’oggi, in particolare con un paese con cui gli Stati Uniti non avevano relazioni diplomatiche. Nixon avrebbe descritto la sua visita come la settimana che cambiò il mondo“, il che riflette l’opinione dei contemporanei che la visita fu un punto di svolta singolare nella storia delle relazioni internazionali. Lo stesso si può dire cinquant’anni dopo.

Dopo la visita di Nixon, gli Stati Uniti hanno dovuto manovrare tra il loro desiderio di un dialogo sempre più stretto con la Cina comunista ed il loro impegno per la sicurezza di Taiwan. Il dilemma che gli Stati Uniti dovevano affrontare non era semplice. Ottenere un riavvicinamento con la Cina comunista era una cosa; stabilire relazioni diplomatiche complete era un’altra. Gli Stati Uniti dovevano trovare un delicato equilibrio tra il loro impegno morale verso Taiwan ed il loro interesse pragmatico a stringere legami più stretti con la Cina comunista.

Questo portò ad una ambiguità diplomatica, come il Comunicato di Shanghai pubblicato alla fine della visita ufficiale di Nixon in Cina, in cui gli Stati Uniti affermavano che “tutti i cinesi su entrambi i lati dello stretto di Taiwan sostengono che non c’è che una sola Cina“.

Questa dichiarazione, in linea di principio, era qualcosa su cui sia la Cina comunista che Taiwan potevano anche essere d’accordo. Dopo tutto, entrambi credevano che ci fosse una sola Cina; solo che differivano su quale regime avrebbe dovuto governarla.

La visita di Nixon cambiò anche la natura della Guerra Fredda. Perseguendo una politica di distensione verso l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti furono in grado di manovrare tra le due potenze comuniste. La distensione creò una situazione, come disse Henry Kissinger, in cui l’Unione Sovietica e la Cina comunista sarebbero state più distanti l’una dall’altra di quanto lo fossero entrambe con gli Stati Uniti.

Senza dubbio, il sistema internazionale bipolare che esisteva fino ad allora si trasformò in un sistema tripolare.

Per essere sicuri, la Cina comunista sotto il presidente Mao Zedong era uno stato totalitario. Mao ed il suo regime furono responsabili della morte di milioni di cittadini cinesi e della persecuzione, umiliazione e tortura di una larga parte della popolazione. Il culto della personalità in Cina raggiunse livelli stalinisti. L’apertura diplomatica alla Cina comunista e gli effetti a lungo termine non erano certamente motivati da alcuna affinità ideologica.

Infatti, Nixon e Kissinger avevano già chiarito che il principale fattore motivante della loro politica estera era servire l’interesse nazionale degli Stati Uniti. C’era una forte vena pragmatica dietro la loro politica. Il ragionamento ideologico non era completamente assente dal loro processo decisionale, ma era secondario. Come Henry Kissinger stesso avrebbe sostenuto molti anni dopo, la retorica di Nixon era più idealista delle sue azioni; i suoi obiettivi erano definiti in termini wilsoniani, mentre le tattiche che impiegava erano più pragmatiche.

Nixon non considerava la Cina comunista più illuminata politicamente rispetto all’Unione Sovietica. La maggior parte non considerava Mao Zedong e la leadership comunista cinese più aperta rispetto alle loro controparti sovietiche. A questo proposito, l’iniziativa dietro la politica degli Stati Uniti era fondata su una forte convinzione che la Cina comunista fosse un attore internazionale troppo importante per essere lasciato ai margini della politica estera degli Stati Uniti. Nel contesto della Guerra Fredda e del sistema internazionale bipolare prevalente, Nixon credeva che fosse necessario un riavvicinamento con la Cina comunista, che era ai ferri corti con l’Unione Sovietica e quindi più disponibile ad aprire un serio dialogo diplomatico con gli Stati Uniti. Tale politica avrebbe anche portato anche l’Unione Sovietica ad essere più flessibile nei confronti degli Stati Uniti proprio per evitare un ulteriore avvicinamento alla Cina comunista. Gli Stati Uniti avrebbero condotto una politica di distensione con l’Unione Sovietica volta a moderare il conflitto tra le due superpotenze, il che da parte sua avrebbe portato la Cina comunista ad accogliere un dialogo sempre più stretto con gli Stati Uniti per evitare un’alleanza in funzione anticinese tra Unione Sovietica e Stati Uniti.

Con il senno di poi, molti considerano l’apertura di Nixon alla Cina come il suo più sorprendente successo in politica estera. Non fu solo un effimero risultato tattico, ma piuttosto un coronamento profondamente influente e duraturo di una presidenza poi rovinata dallo scandalo del Watergate, che portò alla caduta di Nixon nell’agosto 1974. Anche se il Watergate ha macchiato la sua reputazione, Nixon è poi riuscito a compiere un importante ritorno sulla scena pubblica, diventando un anziano statista, le cui opinioni negli affari esteri i leader e i politici spesso cercavano.

Il dottor Yoav J. Tenembaum è docente di relazioni internazionali all’Università di Tel Aviv. Ha conseguito un dottorato in storia moderna all’Università di Oxford e un master in relazioni internazionali all’Università di Cambridge.


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