Guida allo SpyGate: Un’introduzione al complotto durato anni per abbattere Donald Trump con la bufala della collusione con la Russia

Guida allo SpyGate: Un’introduzione al complotto durato anni per abbattere Donald Trump con la bufala della collusione con la Russia Per quelli che si preoccupano del futuro degli Stati Uniti.

Tratto e tradotto da un articolo di Margot Cleveland per The Federalist

Mentre il procuratore speciale John Durham continua ad rivelare ulteriori dettagli sullo scandalo “SpyGate” o “Russia Collusion“, può essere difficile per qualsiasi membro del pubblico che ha poca dimestichezza con la politica o che non consulta spesso le notizie, afferrare gli sviluppi che sono ancora in corso.

D’altronde, per più di cinque anni, i media corrotti si sono rifiutati di riferire su questo scandalo o lo hanno fatto dandone una rappresentazione distorta dei fatti. Così la maggior parte degli Americani rimane all’oscuro della doppiezza dei Democratici che per anni hanno cercato di distruggere prima il candidato e poi il presidente Donald Trump. Aggiungete a questa realtà le molteplici cospirazioni sovrapposte l’una con l’altra ed il cast tentacolare di personaggi che sono stati coinvolti, e può essere effettivamente difficile seguire la storia.

Che lo scandalo sia intricato, tuttavia, non significa che debba essere ignorato. Al contrario, la doppiezza non deve essere trascurata, perché ciò che i nemici politici di Donald Trump hanno cercato di realizzare nel corso di questi cinque anni rappresenta la più grande minaccia che la repubblica costituzionale americana abbia visto nell’ultimo secolo.

Quindi, per coloro che hanno a cuore gli Stati Uniti ed il suo futuro, ma che non vogliono rimanere sepolti nelle minuzie sullo scandalo della collusione con la Russia, ecco a voi un primo quadro generale.

I server del DNC vengono hackerati

Sebbene ogni filone principale dello SpyGate possa essere sbrogliato in sempre più filoni secondari, il 30 aprile 2016 segna il punto più nitido per fissare l’inizio di questo intrigo. Fu allora, tra le contestate primarie presidenziali di allora, che il Comitato Nazionale Democratico (DNC) apprese che la sua rete di computer fosse stata violata. Il DNC aveva quindi assunto una società chiamata CrowdStrike per indagare su quell‘attacco hacker e, a metà maggio, CrowdStrike aveva concluso che degli operatori Russi erano i responsabili dell’attacco, cosa che il DNC riferì poi all’FBI.

Il pubblico ha appreso per la prima volta della violazione dei server del DNC il 14 giugno 2016, quando il Washington Post ha pubblicato la notizia. Poi, il 22 luglio 2016, dopo che Donald Trump ed Hillary Clinton erano stati dichiarati i candidati alla presidenza dei rispettivi partiti, WikiLeaks aveva rilasciato una serie di documenti, presumibilmente ottenuti attraverso l’hacking dei server del DNC.

Questi documenti includevano delle e-mail in cui l’allora presidente del DNC, Debbie Wasserman Schultz, ed altri funzionari del Partito Democratico denigravano l’avversario delle primarie della Clinton, Bernie Sanders. I comunicati ‘dietro le quinte’ avevano anche rivelato come il DNC, che dovrebbe mantenere la completa neutralità tra i candidati alle primarie, avesse favorito invece Hillary Clinton, con funzionari di alto livello del Partito che stavano complottando in diversi modi per danneggiare la campagna elettorale di Bernie Sanders.

La campagna della Clinton trama per trasformare lo scandalo dei serve del DNC in uno scandalo contro Donald Trump

Il tempismo nel rilascio delle email del DNC da parte di WikiLeaks non avrebbe potuto essere peggiore, con i delegati pronti in Pennsylvania a nominare ufficialmente la Clinton come candidata dei Democratici alla presidenza. Ma quella domenica sera, la campagna della Clinton aveva escogitato una strategia per rispondere a quello scandalo: dare tutta la colpa a Donald Trump.

“Sono Jake Tapper alla Convention Nazionale Democratica qui nella bella Filadelfia, dove lo stato della nostra Unione ha scoperto le email appena pubblicate da WikiLeaks che mostrano i funzionari del Partito Democratico discutere attivamente sui possibili modi per sabotare Bernie Sanders, anche se avevano insistito pubblicamente di essere rimasti neutrali durante le primarie”, così il conduttore della CNN aveva aperto il servizio che stava lanciato la bufala della collusione con la Russia.

Jake Tapper aveva introdotto l’allora manager della campagna della Clinton, Robby Mook, chiedendogli la reazione della campagna alle email trapelate. Dopo aver risposto che il DNC aveva bisogno di “esaminare la cosa e prendere le misure più appropriate”, Mook passò a parlare di Donald Trump, presentando in anteprima la teoria del complotto con la Russia che avrebbe consumato il paese di lì ai successivi cinque anni.

“Ciò che ci disturba”, aveva iniziato Robby Mook, è che “gli esperti ci stanno dicendo che degli attori statali russi hanno fatto irruzione nel DNC, hanno rubato queste email, ed altri esperti stanno ora dicendo che i russi stanno rilasciando queste email allo scopo di aiutare Donald Trump“.

Robby Mook, poi, proseguì:

“Non penso che sia una coincidenza che queste email siano state rilasciate alla vigilia della nostra Convention, e questo è inquietante. E penso che dobbiamo essere preoccupati per questo. Penso che dobbiamo essere preoccupati per il fatto che abbiamo anche visto la scorsa settimana alla Convention repubblicana che Trump e i suoi alleati hanno apportato modifiche alla piattaforma repubblicana per renderla più filorussa. E lo abbiamo visto parlare di come la NATO non debba più intervenire per difendere – necessariamente dovrebbe intervenire per difendere – i nostri alleati dell’Europa orientale qualora venissero attaccati dalla Russia. Quindi penso che, quando si mette tutto questo insieme, è un quadro inquietante. E penso che gli elettori abbiano bisogno di riflettere su questo”.

Quando Jake Tapper chiese a Robby Mook le “prove” a sostegno delle sue affermazioni, Mook citò degli esperti senza nominarli e le notizie riportate dalla stampa secondo cui “gli hacker che erano entrati nel DNC stavano molto probabilmente lavorando in coordinamento con la Russia“.

Se i russi in effetti erano in possesso di queste e-mail, ancora una volta, non credo che sia molto casuale che siano state rilasciate in questo momento per creare il massimo danno a Hillary Clinton e per aiutare Donald Trump“, aveva ribadito Robby Mook.

“È un’accusa molto, molto forte quella che lei sta lanciando qui”, aveva ribattuto Jake Tapper. “Lei sta fondamentalmente suggerendo che i russi abbiano violato il DNC ed ora stiano rilasciando questi documenti attraverso WikiLeaks per aiutare ad eleggere Donald Trump?“.

Di nuovo, Robby Mook deviò la risposta verso “un certo numero di esperti”, dicendo: “Gli esperti ci hanno detto che sono i russi che, in effetti, sono entrati ed hanno preso queste e-mail. E poi, se sono stati loro a prenderle, dobbiamo dedurre che siano stati loro a rilasciarle“.

La campagna della Clinton coadiuvava gli sforzi per far passare la Bufala della collusione con la Russia

Mentre la campagna della Clinton ha introdotto la Bufala della collusione con la Russia alla vigilia della convention del Partito Democratico per trasformare lo scandalo ai danni di Bernie Sanders in uno contro Donald Trump, la strategia si è anche dimostrata una “risposta perfetta al secondo scandalo che aveva riguardato Hillary Clinton – quello più noto, cioè quello che riguardava l’uso illegale di un server privato da parte della stessa Clinton durante il suo periodo come Segretario di Stato americano.

Il New York Times aveva dato per la prima volta la notizia, il 2 marzo 2015, secondo cui Hillary Clinton avesse usato un server privato di posta elettronica per le sue comunicazioni da Segretario di Stato quando era nell’amministrazione del presidente Barack Obama. Due giorni dopo, il Select Committee on Benghazi aveva chiesto di poter avere accesso a tutte le email relative all’attacco al consolato USA di Benghazi contenute in questo server privato. Dopo aver appreso della richiesta di esibizioni di tali documenti, un tecnico del fornitore di servizi informatici della Clinton aveva cancellato circa 30.000 email, che lei aveva affermato trattarsi di “email personali“.

A maggio del 2016, l’Ufficio dell’Ispettore Generale del Dipartimento di Stato aveva pubblicato un rapporto di 83 pagine che condannava l’uso di quel server privato da parte della Clinton. La copertura delle notizie su questo rapporto aveva sottolineato come il Dipartimento di Stato avesse “ritenuto più di 2.000 messaggi della Clinton come ‘Classificati‘, compresi 22 che erano stati aggiornati alla classificazione di sicurezza nazionale più importante, cioè ‘Top Secret‘”. All’epoca, i media avevano anche notato come l’FBI stesse ancora indagando per stabilire “se fossero state infrante delle leggi, mettendo a rischio informazioni classificate – o se lo staff della Clinton avesse inviato impropriamente informazioni sensibili, nonostante sapessero di non usare un sistema classificato”.

La campagna della Clinton aveva cercato di minimizzare il coinvolgimento dell’FBI nello scandalo del server privato della Clinton, inquadrandolo come “un’indagine di sicurezza”, ma in risposta alle domande su questa bizzarra definizione dell’indagine data dalla campagna della Clinton, l’allora direttore dell’FBI James Comey aveva detto di non avere “familiarità con il termine ‘indagine di sicurezza’”, sottolineando che “la parola investigazioni” sta “nel nostro nome”.

Stiamo conducendo un’indagine. […] Questo è quello che facciamo. Questo è probabilmente tutto quello che posso dire al riguardo”, aveva concluso James Comey.

In una conferenza stampa due mesi dopo, il 5 luglio 2016, James Comey aveva annunciato che l’FBI aveva completato la sua indagine e che, sebbene la gestione di informazioni classificate da parte della Clinton era stata “estremamente negligente“, avesse rinviato la questione al Dipartimento di Giustizia con la raccomandazione di non presentare alcuna accusa. James Comey ribadì questa stessa posizione quando testimoniò davanti al Congresso, definendo la condotta della Clinton relativa all’uso di quei server come “sciatta”.

Anche se James Comey aveva già dichiarato pubblicamente chiusa l’indagine sul server privato della Clinton, quando i Democratici si riunirono per la loro Convention di Philadelphia, la campagna della Clinton stava ancora continuando ad affrontare le domande su quello scandalo, con Jake Tapper della CNN che interrogava Robby Mook sulle conclusioni di James Comey secondo cui l’uso del server privato della Clinton fosse stato “sciatto”. Mook cambiò rapidamente il punto della conversazione portandolo sulle “attuali elezioni” e su ciò che “gli elettori stanno cercando e chiedendo in queste elezioni“.

Due giorni dopo, com’era prevedibile, i media presero esempio da Robby Mook e convertirono lo scandalo del server privato della Clinton in uno scandalo su Donald Trump. Un articolo di opinione del 26 luglio 2016 per USA Today, intitolato “Putin for President 2016“, si apriva con una constatazione secondo cui le “email segrete del server privato della Clinton erano quasi certamente già nelle mani dell’intelligence russa” e concludeva: “Putin può mettere in imbarazzo Hillary – o peggio – quando e come vuole“.

Abbiamo avuto un piccolo assaggio di questa cosa con la pubblicazione delle email ottenute violando i server del Comitato Nazionale Democratico“, continuava il pezzo, parlando dei funzionari del DNC impegnati in “sporchi trucchi contro Bernie Sanders” ed “entrando terribilmente in confidenza con alcuni giornalisti presumibilmente professionali”. E con questo, i media hanno convertito l’uso di un server privato fatto dalla Clinton in una storia su Donald Trump ed il suo presunto sostegno della Russia alla sua candidatura.

Da quel momento in poi, la campagna della Clinton ed i media complici hanno inquadrato ogni preoccupazione riguardo all’uso che era stato fatto di un server privato ed ogni domanda sui dettagli che erano rimasti sepolti in quelle email del DNC venne raccontato non come uno scandalo sulla Clinton ma come se fosse una cospirazione di Donald Trump e Vladimir Putin.

La campagna della Clinton finanzia e diffonde false prove di una collusione Trump-Russia

Entro l’ultima settimana di quel luglio 2016, la manovra di diversione su una collusione con la Russia dominava la narrazione mediatica, mentre i Democratici vedevano ogni domanda sull’hackeraggio dei server del DNC o sullo scandalo del server privato di Hillary Clinton come un’opportunità per spacciarla.

Allo stesso modo, il Team della Clinton stava convertendo ogni commento di Donald Trump, che anche solo marginalmente fosse inerente alla Russia, come ulteriore “provadi unacospirazione“. Allo stesso modo, avevano inquadrato ogni connessione con la Russia, passata o presente che fosse, tra Donald Trump – nei suoi affari, nella sua famiglia, o tra i membri della sua campagna – come “prova concreta di una collusione“.

Ma sebbene la campagna della Clinton non avesse reso pubblica la prospettiva che vi fosse una collusione con la Russia fino al 24 luglio 2016, quando Robby Mook l’aveva promossa alla CNN, da qualche tempo stava già raccogliendo informazioni sulle “presunte” connessioni di Donald Trump con la Russia.

Nella prima metà del 2016, Perkins Coie, lo studio legale che rappresentava la campagna della Clinton, aveva assunto la società di investigazioni private Fusion GPS per raccogliere tutte le ricerche sul tema da opporre a Donald Trump. A sua volta, Fusion GPS aveva assunto Christopher Steele, tra maggio e giugno del 2016, per concentrarsi sulle connessioni di Donald Trump con la Russia, ed il 20 giugno 2016, Steele aveva redatto il primo di circa 17 memorandum che alla fine avrebbero composto quello che oggi è noto colloquialmente con il nome di “Dossier Steele“.

Christopher Steele aveva condiviso il suo memorandum iniziale – che conteneva affermazioni secondo cui il Cremlino avesse “materiale ricattatorio” su Donald Trump, tra cui la falsa ed insulsa accusa di praticare strane e perverse pratiche erotiche – nel caso, la c.d. “golden shower” – con un primo contatto con l’FBI già il 5 luglio 2016. Nei sei mesi successivi, Steele avrebbe continuato a montare il dossier, basandosi principalmente su una mai espressamente nominata “Sub-fonte primaria“, che oggi è stata resa nota essere il cittadino russo Igor Danchenko.

Igor Danchenko, che da allora è stato incriminato per aver mentito all’FBI, è anche accusato di aver inventato alcune delle presunte “informazioni” contenute nel Dossier Steele. Danchenko aveva anche fornito a Steele delle false informazioni sulla campagna di Donald Trump, che un sostenitore della Clinton si era inventato di sana pianta e che poi aveva passato a Igor Danchenko.

La conclusione dopo più di cinque anni è che il Dossier Steele consisteva in pochi fatti accurati già noti al pubblico ed una litania di false affermazioni inventate da Igor Danchenko e da altre persone e poi vendute da Christopher Steele e dalla campagna della Clinton come il “lavoro di un ex esperto russo dell’MI6”.

Il Dossier Steele rappresentava tuttavia solo un aspetto delle prove inventate sull’esistenza di una collusione. La campagna della Clinton aveva anche pagato l’avvocato dello studio legale Perkins Coie, Michael Sussmann, per il lavoro svolto nella ricerca, con l’assistenza di vari esperti di tecnologie informatiche, un rapporto che pretendeva di dimostrare che “la Trump Organization avesse stabilito una rete di comunicazione segreta con una potente banca russa, Alfa Bank“.

Inoltre, gli esperti informatici che avevano lavorato con quell’avvocato della campagna della Clinton, stavano “sorvegliavano il traffico internet della Trump Tower, del suo condominio di New York City, e più tardi anche dell’ufficio esecutivo del presidente degli Stati Uniti, e poi spacciavano disinformazione su quel traffico alle agenzie di intelligence che speravano di ‘incastrare Donald Trump‘ smascherandolo come un tirapiedi collegato alla Russia“.

Mentre Christopher Steele, Fusion GPS, ed altri sostenitori della Clinton fabbricavano letteralmente rapporti fraudolenti, essi, assieme alla campagna della Clinton ed ai suoi avvocati, sfruttavano anche le loro relazioni con giornalisti e funzionari governativi.

Christopher Steele e/o il fondatore di Fusion GPS, Glenn Simpson, avevano condiviso i memorandum dello stesso Steele con varie agenzie di stampa. Avevano anche dato in pasto le loro presunte “informazioni” ai membri delle forze dell’ordine e delle comunità dell’intelligence americana, compresi i rappresentanti dei Dipartimenti di Giustizia e del Dipartimento di Stato. Sebbene l’FBI scaricò Christopher Steele come “fonte” ufficiale perché aveva parlato con i media, il Bureau aveva fatto in modo che continuasse a fornire i suoi rapporti, facendolo incontrare con un avvocato del Dipartimento di Giustizia.

Questoduplice approcciodell’FBI ha portato ad avere un’opinione pubblica satura di conferme che si auto alimentavano su una collusione tra Donald Trump e la Russia. Le emittenti televisive avevano ripetuto i falsi dettagli forniti ai giornalisti da Christopher Steele e poi avevano fatto riferimento alle indagini dell’FBI sulle stesse questioni per “creare l’impressione che le indagini confermassero la validità delle fughe di notizie“. Contemporaneamente, l’FBI aveva usato i propri agganci nei media come la base per confermare le presunte informazioni ottenute da Christopher Steele.

L’amministrazione di Barack Obama spia la campagna di Donald Trump su presupposti consapevolmente falsi

Il 31 luglio 2016, l’amministrazione di Barack Obama e l’FBI lanciarono un’operazione di indagine sulla campagna di Donald Trump, denominata “Crossfire Hurricane“. Mentre ancora fino ad oggi, l’FBI sostiene di aver aperto l’indagine “Crossfire Hurricane” dopo che dei funzionari statunitensi avevano appreso da un diplomatico australiano di come il giovane consigliere di Donald Trump, George Papadopoulos, si fosse vantato che i russi avessero della “sporcizia su Hillary Clinton”, sia l’ex procuratore generale William Barr che il procuratore speciale John Durham hanno entrambi messo in discussione questo resoconto.

L’amministrazione Obama aveva messo nel mirino la campagna presidenziale del partito avversario proprio quando la campagna della Clinton stava iniziando a spingere pubblicamente la narrativa secondo cui Donald Trump fosse colluso con la Russia per interferire nelle elezioni presidenziali del 2016. E l’apertura di Crossfire Hurricane è arrivata tre giorni dopo che l’allora direttore della CIA, John Brennan, informasse il presidente Barack Obama ed altri alti funzionari della sicurezza nazionale con un informativa di intelligence che sosteneva che “la candidata presidenziale Hillary Clinton aveva approvato un piano per una campagna volto a suscitare uno scandalo contro il candidato presidenziale Donald Trump collegandolo a Vladimir Putin e all’hackeraggio russo dei server del Comitato Nazionale Democratico”.

Il briefing di John Brennan riportava anche come le agenzie di intelligence avessero ottenuto delle informazioni secondo cui il 26 luglio 2016, Hillary Clinton avesse approvato “una proposta di uno dei suoi consiglieri sulla politica estera per diffamare Donald Trump, fomentando uno scandalo che sostenesse l’interferenza dei servizi di sicurezza russi“. All’inizio del settembre 2016, un funzionario dell’intelligence degli Stati Uniti avrebbe inoltrato all’FBI una richiesta di investigazioni riguardante “l’approvazione da parte della Clinton di un piano” su “Trump e gli hacker russi che ostacolano le elezioni americane come mezzo per distrarre il pubblico dal suo [da parte della Clinton] uso di un server di posta elettronica privato.”

Anche con questa conoscenza del complotto della campagna della Clinton per “incastrare” Donald Trump, e anche mentre osservava l’esecuzione del piano in tempo reale, l’FBI andò avanti con “Crossfire Hurricane“. L’FBI avrebbe inoltre usato in seguito il dossier fraudolento di Christopher Steele per ottenere l’emanazione di quattro mandati da parte del tribunale segreto FISA per sorvegliare un ex-volontario della campagna di Donald Trump chiamato Carter Page.

Ma mentre Carter Page non era più coinvolto nella campagna di Donald Trump quando l’FBI ottenne i mandati di sorveglianza FISA, quegli stessi mandati avrebbero permesso all’FBI di accedere alla precedente corrispondenza tra Carter Page e la campagna di Donald Trump, così come a qualsiasi comunicazione che Page avesse continuato ad intrattenere con singoli membri che lavoravano alla campagna elettorale. Inoltre, sebbene i procedimenti FISA siano segreti, le fughe di notizie nei media sull’aver preso di mira Carter Page avrebbero dato alla stampa ancor più materiale per promuovere l’idea che vi fosse una “collusione con la Russia“.

Ma l’accesso alle email private della campagna di Donald Trump, tuttavia, ha rappresentato solo un aspetto dello spionaggio che ha avuto luogo sotto gli auspici del Crossfire Hurricane. L’FBI ha anche incaricato una Fonte Umana Confidenziale” (CHS) di interrogare Carter Page, e quella “fonte” CHS “ha cercato da Page dettagli specifici relativi alla campagna di Trump, ed ha dato a Page consigli non richiesti (e potenzialmente illeciti) riguardanti la strategia della campagna”.

L’FBI avrebbe usato la stessa “fonte” CHS per interrogare Sam Clovis, un membro senior della campagna di Trump. In una conversazione registrata, la “fonte” CHS avrebbe posto diverse domande sulle strategie e sulle “preoccupazioni sensibili” dei membri della campagna elettorale di Donald Trump.

Lo spionaggio della campagna di Trump aveva incluso anche l’FBI, che utilizzava anche un briefing privato sulla sicurezza di Donald Trump come possibile occasione per raccogliere informazioni per l’indagine.

L’indagine su Donald Trump continua anche durante la sua presidenza

Significativamente, Crossfire Hurricane” non si è conclusa con le elezioni del 2016. Invece, dopo che Donald Trump aveva sconfitto Hillary Clinton nelle urne, l’indagine è continuata e così anche le fughe di notizie, con James Comey che aveva dato a Trump un briefing sul Dossier Steele – un incontro poi fatto trapelare per dare alla CNN un pretesto per riferire sul Dossier Steele.

Dopo la cerimonia di inaugurazione di Donald Trump, l’FBI aveva ordito un complotto per spodestare il consigliere sulla sicurezza nazionale scelto del presidente, di nuovo con l’aiuto dei media. James Comey aveva anche iniziato a scrivere dei memorandum da tenere segreti sulle conversazioni avute con l’allora presidente Donald Trump. E anche dopo che Donald Trump aveva licenziato Comey, quest’ultimo aveva fatto trapelare quei memorandum ai media attraverso un amico professore di legge, innescando così la nomina del procuratore speciale Robert Mueller.

Robert Mueller aveva quindi proseguito il lavoro del “Crossfire Hurricane, mantenendo infatti molti degli agenti che erano stati originariamente coinvolti dell’FBI. Il paese avrebbe poi appreso che molti di coloro che indagavano sulla campagna di Trump avevano sentimenti rabbiosi contro di lui, quando furono resi pubblici i messaggi di testo scambiati dai membri del Team del “Crossfire Hurricane“. Altri messaggi di testo scomparvero quando diversi agenti cancellarono tutto dai propri telefoni cellulari.

Il pubblico americano apprese ancora di più sulle malefatte del Team del “Crossfire Hurricane” quando l’Ufficio dell’Ispettore Generale del Dipartimento di Giustizia (DOJ) pubblicò un rapporto di oltre 400 pagine, concludendo che avesse incluso “17 imprecisioni ed omissioni significative” quando presentò le richieste per ottenere i mandati di sorveglianza FISA e le relative proroghe per disporre le intercettazioni di Carter Page.

Questi problemi ed anche altri portarono l’allora Segretario alla Giustizia, William Barr, a nominare il procuratore John Durham per condurre un’indagine sul “Crossfire Hurricane“, nominandolo poi procuratore speciale.

Come parte della sua indagine, John Durham avrebbe rivelato un’ulteriore cattiva condotta da parte del Team del “Crossfire Hurricane” quando ottenne una dichiarazione di colpevolezza da parte di un ex avvocato dell’FBI per aver alterato una e-mail relativa al caso FISA contro Carter Page.

La squadra di Durham avrebbe anche ottenuto una dichiarazione da un altro agente dell’FBI coinvolto nell’indagine di nome William Barnett. Barnett avrebbe detto agli investigatori del DOJ che non c’era mai stata alcuna base per la bizzarra teoria della “collusione” e che l’ufficio di Robert Mueller avrebbe promosso i propri procedimenti con la mentalità del “Catturare Trump“. Ma anche allora, Robert Mueller non aveva trovato alcuna prova della collusione di Donald Trump con la Russia.

Ci sono migliaia di altri dettagli già noti e molti altri giocatori coinvolti – e questo prima di qualsiasi altra cosa che John Durham possa ancora rivelare. Ma già solo queste basi forniscono tutte le informazioni necessarie per capire lo SpyGate – e per capire perché superi di gran lunga lo Scandalo Watergate.

Margot Cleveland è la corrispondente legale senior di The Federalist. Collabora anche con il National Review , il Washington Examiner, Aleteia e Townhall.com ed i suoi articoli vengono anche pubblicati sul The Wall Street Journal e USA Today. La Cleveland è un avvocato e si è laureata alla Notre Dame Law School, dove ha ottenuto il Premio Hoynes, il più alto riconoscimento della scuola di legge. In seguito ha lavorato per quasi 25 anni come assistente legale permanente presso un giudice di corte d’appello federale della Corte d’Appello del Settimo Circuito.


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