I Repubblicani condannano le Big Tech per aver censurato sin dall’inizio la storia del laptop di Hunter Biden -Washington Examiner

I Repubblicani condannano le Big Tech per aver censurato sin dall’inizio la storia del laptop di Hunter Biden

I Repubblicani hanno condannato le aziende di Big Tech, come Twitter e Facebook, per aver censurato il famoso scoop del New York Post che aveva rivelato le email sugli affari all’estero di Hunter Biden nell’ottobre del 2020, dopo un recente articolo del New York Times in cui il giornale dei liberal-progressisti ha finalmente riconosciuto l’autenticità delle email trovate nel portatile e rivelate per la prima volta ben 16 mesi fa.

Il Dipartimento di Giustizia starebbe indagando sul figlio di Joe Biden per violazioni delle regole sul lobbismo all’estero relative ai suoi affari – probabilmente in luoghi come Cina, Ucraina e Kazakistan – oltre a controllare le sue dichiarazioni dei redditi.

Il New York Times aveva riferito il 16 marzo di aver ha ottenuto le e-mail “da una raccolta di file che sembra provenire da un computer portatile abbandonato dal signor Hunter Biden in un negozio di riparazioni del Delaware”.

Il giornale ha affermato che: “Le e-mail presenti nella raccolta sono state autenticate da persone che hanno familiarità con queste e con l’indagine”.

Il senatore Tom Cotton, Repubblicano dell’Arkansas, ha twittato in risposta: “Il New York Times ammette quello che sappiamo da anni: la storia del portatile di Hunter Biden era vera. La censura di Big Tech su questa storia è stata una vergogna”.

Il collega repubblicano, il senatore Rick Scott della Florida, gli ha fatto eco, dicendo: “I Democratici ed i loro alleati nei media e nelle Big Tech hanno cospirato per insabbiare la storia di Hunter Biden e per aiutare Joe Biden a vincere le elezioni presidenziali”.

La senatrice del Tennessee Marsha Blackburn ha twittato: “Il portatile di Hunter Biden è sempre stato reale, ma i media mainstream e le Big Tech vi hanno comunque messo a tacere solo per averne parlato“.

Il Daily Mail aveva affermato, nell’aprile del 2021, che gli esperti di informatici avessero già determinato che i dati ritrovati sul computer portatile di Hunter Biden fossero autentici. Il Daily Caller aveva precedentemente riferito, già nell’ottobre 2020, che un esperto di cybersicurezza aveva confermato che almeno una email “chiave” era assolutamente verificata.

Gli articoli del New York Post in questione, pubblicati nell’ottobre del 2020, affermavano che la testata aveva ricevuto una copia del disco rigido di un portatile appartenente a Hunter Biden da Rudy Giuliani, allora l’avvocato di Donald Trump. Giuliani aveva detto di aver ottenuto l’hard disk dal negozio di riparazioni di John Paul Mac Isaac, e Mac Isaac aveva detto di averne fornito una copia anche all’FBI, dopo che Hunter Biden l’aveva abbandonato lì avendoglielo precedentemente consegnato per effettuare delle riparazioni nell’aprile del 2019.

Il New York Post aveva poi riferito che le e-mail presenti nell’hardware contenessero delle prove di un probabile incontro tra Hunter Biden, l’allora Vicepresidente Joe Biden e un alto dirigente del gigante del gas ucraino Burisma, che lo stesso Joe Biden aveva invece negato avesse avuto luogo. Il giornale aveva inoltre spiegato i rapporti finanziari del figlio Hunter con dei loschi uomini d’affari cinesi.

Quando la testata aveva tentato di pubblicare gli articoli sul suo account su Twitter, la società di social media aveva sostenuto che così facendo il New York Post avesse violato le sue regole sulla “condivisione di materiali piratati“, nonostante il CEO di allora, Jack Dorsey, avesse twittato già il giorno seguente: “Il blocco diretto degli URL è stato un errore, ed abbiamo aggiornato le nostre politiche per correggerlo”.

Ma Twitter ha continuato a bloccare l’account del New York Post, insistendo che la testata rimovesse i suoi tweet sulla storia di Hunter Biden, prima di cedere alla fine dopo due settimane di stallo.

Facebook ha anch’esso limitato la diffusione degli articoli del New York Post. Andy Stone, un ex portavoce Democratico che ora gestisce le comunicazioni della società Meta (precedentemente nota come Facebook), ha twittato il 14 ottobre del 2020: “Voglio essere chiaro che questa storia ha il diritto di essere verificata dai nostri partner imparziali di Facebook per un fact checking. Nel frattempo, stiamo riducendo la sua diffusione sulla nostra piattaforma. Questo fa parte del nostro processo standard per ridurre la diffusione della disinformazione“.

La censura calata sulla storia da parte dei social media, pochi giorni prima di un dibattito presidenziale cruciale tra l’allora presidente Donald Trump ed il candidato Joe Biden, ha permesso a quest’ultimo di respingere le domande sulle e-mail contenute in quel portatile, bollandole come “disinformazione russa” – una linea sostenuta dai membri del suo Team della campagna elettorale per mesi.

Jack Dorsey ha poi testimoniato davanti al Senato degli Stati Uniti il mese successivo, dopo che Joe Biden aveva infine sconfitto Donald Trump.

“Abbiamo fatto una rapida interpretazione, senza altre prove, che i materiali presenti nell’articolo siano stati ottenuti attraverso la pirateria informatica, e secondo la nostra politica, abbiamo bloccato la loro diffusione”, aveva risposto Dorsey. “Dopo ulteriori considerazioni, abbiamo ammesso che questa azione fosse sbagliata e l’abbiamo corretta entro ventiquattr’ore”.

Il rappresentante Darrell Issa, un Repubblicano della California, ha twittato: “Chiedo un’indagine del Congresso su come Big Tech, i media mainstream ed il complesso industriale Democratico abbiano colluso per sopprimere lo scandali di Hunter Biden – e durante gli ultimi giorni delle elezioni del 2020″.

Il rappresentante Steve Scalise, il capogruppo di minoranza alla Camera, ha detto: “Trump aveva ragione. I Repubblicani avevano ragione. Il New York Post aveva ragione. Le Big Tech si sono impegnate in un insabbiamento per aiutare Joe Biden a vincere le elezioni. Devono essere ritenuti responsabili”.

Il rappresentante Jim Banks, un Repubblicano dell’Indiana, ha aggiunto: “Quando Meta e Twitter saranno ritenuti responsabili per aver mentito consapevolmente ed intenzionalmente al popolo americano per sopprimere la storia del portatile di Hunter Biden giorni prima delle elezioni? Le Big Tech hanno interferito nella nostra Democrazia e ci devono essere delle conseguenze!”

La Federal Election Commission (FEC) aveva dichiarato, nel settembre del 2021, che i suoi membri avevano deciso di respingere all’unanimità i reclami da parte Comitato Nazionale Repubblicano e di altri che ritenevano che la decisione di Twitter di bloccare la condivisione dei link agli articoli del New York Post costituisse un “contributo illegale alla campagna di Biden“.

La FEC ha poi sottolineato l’affermazione di Twitter secondo cui parte del motivo per cui avesse bloccato la diffusione degli articoli del New York Post fosse per la preoccupazione che non meglio specificati “attori stranieri” avessero ottenuto quei materiali attraverso la pirateria informatica. Ma nessuna prova è mai emersa che la storia del portatile di Hunter Biden fosse derivata da un’operazione di pirateria informatica, sia interna che estera.

La FEC aveva detto infine di non aver trovato “nessuna ragione per credere” che Jack Dorsey o Brandon Borrman, che era vice presidente delle comunicazioni globali di Twitter, avessero infranto la legge.

Una lunga dichiarazione di Yoel Roth, capo dell’integrità del sito per contro della società Twitter, era stata inclusa nella risposta di Twitter alla FEC, in cui egli affermava di aver appreso nelle riunioni sulla sicurezza delle elezioni “che c’erano voci che un’operazione di hack-and-leak avrebbe coinvolto Hunter Biden”.


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