La follia di Biden in Ucraina – The American Conservative

Joe Biden ed il partito unico della politica estera stanno ripristinando una condizione strategica che Washington temeva nel 1940

Tratto e tradotto da un articolo di Douglas Macgregor per The American Conservative

Gli Americani stanno sperimentando delle difficoltà a capire se le decisioni politiche dell’amministrazione di Joe Biden riguardo all’Ucraina siano il prodotto di una strategia consapevole, di una straordinaria incompetenza oppure di una combinazione di entrambe.

Minacciare la Russia, una potenza dotata di armi nucleari, con un cambio di regime e successivamente annunciare una nuova politica sulle armi nucleari che permetta il ricorso alle armi nucleari da parte degli Stati Uniti in “circostanze estreme” – in risposta ad un’invasione di forze convenzionali o ad attacchi chimici o biologici – suggerisce che il Joe Biden e la sua amministrazione vivano davvero fuori dalla realtà.

Gli elettori americani afferrano istintivamente la verità che sta dietro al fatto che gli americani non hanno nulla da guadagnare da una guerra contro la Russia, dichiarata o non dichiarata che sia. Un rapido sopralluogo in ogni supermercato o stazione di servizio degli Stati Uniti spiega il perché. La scorsa settimana, l’inflazione ha raggiunto il punto più alto da quasi 40 anni ed i prezzi della benzina sono saliti alle stelle da quando è iniziato il conflitto in Ucraina.

Grazie alla diffusione ininterrotta da parte dei media occidentali di resoconti sfavorevoli sui leader della Russia e sui suoi militari, sembra che Joe Biden sia ancora in grado di sposare qualsiasi narrazione che si adatti ai suoi scopi. Tuttavia, oscurare le vere origini di questo tragico conflitto – l’espansione della NATO verso Est financo ad includere l’Ucraina – non può modificare la realtà strategica. Mosca non può perdere una guerra contro l’Ucraina più di quanto Washington possa perdere una guerra contro il Messico.

La vicinanza dell’Ucraina alla Russia dà a Mosca un accesso incondizionato ed immediato alle sue riserve di manodopera militare, attrezzature e potenza di fuoco. Nonostante la determinazione di Mosca di evitare inutili danni collaterali alla popolazione ed alle infrastrutture dell’Ucraina, le forze aeree e di terra russe sono libere di distruggere metodicamente la resistenza ucraina.

L’economia russa basata sulle materie prime, con la sua abbondanza di cibo, energia, minerali ed altre risorse, crea l’opportunità per un’enorme profondità strategica di Mosca sulla massa eurasiatica. Queste risorse rendono Mosca il partner strategico naturale di Pechino, assicurando così il suo confine asiatico. Il ruolo di Mosca nella stabilizzazione dell’Asia centrale rende anche la forza russa indispensabile per il successo della Belt and Road Initiative della Cina, radicata com’è nella storica Via della Seta, che collega le economie dell’Asia orientale all’Europa, all’Africa ed al Vicino Oriente.

Allo stesso tempo, il frequente ricorso alle sanzioni finanziarie da parte di Washington ha gravemente indebolito, se non distrutto la fiducia nel sistema finanziario globale guidato dagli Stati Uniti. È molto più probabile che i paesi in Europa, Asia ed Africa preferiscano aggirare le sanzioni per comprare prodotti russi e bielorussi magari a prezzi scontati o che semplicemente si rifiutino di applicarle.

Per minimizzare l’impatto delle sanzioni finanziarie imposte da Washington e dall’Unione Europea, la Russia ha iniziato a “de-dollarizzare” la sua economia già anni fa. Non gravata dal tipo di odioso debito sovrano che affligge Washington, Mosca è stata in grado di stabilizzare il rublo con aumenti dei tassi di interesse e collegandolo alle sue riserve d’oro. Ora, la “de-dollarizzazione” si sta diffondendo. Cina, India e Arabia Saudita stanno introducendo politiche di de-dollarizzazione come misura “anti-sanzioni”. L’offerta dell’Arabia Saudita di vendere il petrolio in yuan cinesi solleva domande importanti sul futuro del c.d. “petrodollaro”.

Nonostante la pubblica dimostrazione di solidarietà del Giappone a Washington, Tokyo ha preparato il suo giaciglio con l’Eurasia quando ha firmato l’adesione al Regional Comprehensive Economic Program (RCEP), il più grande blocco commerciale del mondo. Prevedibilmente, Tokyo ha già dichiarato che non vieterà le importazioni di petrolio e gas naturale russo e che il Giappone continuerà a lavorare con la Russia su importanti progetti economici comuni.

Gli europei hanno tirato un enorme sospiro di sollievo il 1° aprile, quando il governo russo ha annunciato che Mosca non avrebbe tagliato le vendite agli acquirenti europei di gas naturale russo, a patto che però gli acquirenti creino dei conti presso Gazprombank, dove i pagamenti in valuta estera saranno convertiti in rubli. Tuttavia, gli europei dovranno presto decidere se rifiutare il commercio e la cooperazione con i governi dell’Eurasia che resistono al liberalismo occidentale, con le sue pretese universalistiche, oppure affrontare lo spettro di disordini civili in casa.

L’enorme quota di energia e di cibo dalla Russia nei mercati europei e globali ha sempre significato che già di per sè una guerra tra la Russia e l’Ucraina sia uno scenario da incubo. Non è stata una sorpresa quando il cancelliere tedesco Olaf Scholz aveva avvertito il 2 aprile sulle gravi conseguenze mondiali della guerra russa in Ucraina, dicendo: “Dobbiamo fare in modo che questa guerra finisca rapidamente“.

Il cancelliere tedesco ha ragione. Le impennate dei prezzi dell’energia e del cibo porteranno ora ad un’espansione delle trivellazioni per il petrolio ed il gas in tutto il mondo, così come ad un aumento delle coltivazioni di grano, orzo e mais al di fuori di Russia, Bielorussia e Ucraina. Ma queste azioni non compenseranno gli incombenti deficit strutturali delle materie prime o i problemi della catena di approvvigionamento che riguardano i fertilizzanti ed i metalli.

La classe dirigente di Washington ha una lunga storia di errori di valutazione della realtà strategica. Cercare di far avanzare la NATO attraverso l’Ucraina fino al confine occidentale della Russia potrebbe essere il peggior errore della politica estera americana dalla fine della seconda guerra mondiale, ma Washington non impara nulla e non ricorda nulla. Dopo la sconfitta della potenza militare anglo-francese nel giugno del 1940, il potere combinato della Germania nazista, della Russia sovietica e del Giappone imperiale era inattaccabile. Se i tre fossero rimasti in un’unica alleanza, né Washington, né alcuna combinazione di potenze, avrebbe potuto sfidarli per decenni.

Joe Biden e il partito unico di Washington stanno favorendo il dominio della massa eurasiatica da parte di un accordo collettivo delle principali potenze economiche del mondo, tra cui Russia, Cina, India, Giappone, i paesi dell’Asia centrale e sudorientale, ripristinando così una condizione strategica che Washington temeva nel 1940. Gli elettori americani preferirebbero che Washington si concentrasse sul consolidamento della prosperità economica americana, sul controllo dell’inflazione e sul ripristino dello stato di diritto, non sulla guerra con la Russia.

Joe Biden dimostrerebbe di essere saggio a seguire l’esempio di Olaf Scholz e lavorare per porre fine al pericoloso conflitto in Ucraina. Anche così, per un futuro indefinito, l’uso del potere militare degli Stati Uniti nell’emisfero orientale comporterebbe ora come ora il potenziale di una guerra contro più di una potenza di prima classe, e questo in più di una regione del mondo alla volta. Ben fatto, signor Biden.

Douglas Macgregor, Colonnello (in pensione), è un senior fellow di The American Conservative, ed ex consigliere del Segretario della Difesa durante l’amministrazione di Donald Trump, un veterano di guerra decorato e l’autore di cinque libri.


TheAmericanConservative.com

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The American Conservative è una rivista pubblicata dall’American Ideas Institute, fondata nel 2002. Esiste per promuovere un conservatorismo che si oppone al potere incontrollato sia del governo che degli affari; promuovere la fioritura delle famiglie e delle comunità attraverso un mercato dinamico e le persone libere; abbraccia il realismo e la moderazione in politica estera, che deve essere basata sugli interessi nazionali dell’America, altrimenti noto come paleoconservatorismo.