Viktor Orban e la Destra Postliberale – The American Conservative

Viktor Orban e la Destra Postliberale

Tratto e tradotto da un articolo di Rod Dreher per The American Conservative

Il New York Times ha finalmente pubblicato un lungo pezzo a cui la sua reporter, Elisabeth Zerofsky, stava lavorando da tempo. Si tratta della Destra americana postliberale e del suo (nostro) interesse per l’Ungheria di Viktor Orban.

La Zerofsky mi ha intervistato all’inizio di maggio, credo fosse, a Budapest, per scrivere questo pezzo. Non immaginavo che sarebbe stato così incentrato su di me, né che avrebbe avuto molto a che fare soprattutto con l’Ungheria. La mia ipotesi è che dopo la nostra conversazione di quattro ore, e dopo la successiva visita di Tucker Carlson nel paese alla fine della scorsa estate, non avesse delle alternative ragionevoli se non quella di scrivere un pezzo sull’Ungheria. Comunque, a parte alcune licenze che si è presa, penso che sia un pezzo molto corretto, molto più corretto di quanto mi aspettassi dal New York Times, ad essere onesti. Lei chiaramente non è d’accordo con le nostre politiche, la nostra cultura e su altri temi, ma penso che questo sia un buon lavoro di giornalismo esplicativo. I lettori del New York Times non ci ameranno di più rispetto a prima dopo aver letto il pezzo, ma avranno un’idea molto migliore di dove stiamo e perché ci stiamo.

Farò alcuni commenti su questo articolo qui sotto, ma lasciatemi dire all’inizio che il pezzo fa un ottimo lavoro nel riassumere le questioni fondamentali che noi della Destra postliberale sosteniamo, e perché l’Ungheria conti per noi. I giovani conservatori che leggeranno questo pezzo dovrebbero trarne la conclusione che l’Ungheria di Viktor Orban, a prescindere dai suoi difetti, è il posto dove stare in questo momento. Se la politica del centro-destra ha un futuro in Occidente, l’Ungheria e la Polonia sono i luoghi dove si sta lavorando per farla.

Ecco come inizia il pezzo del New York Times:

Per una settimana. quest’estate, Fox News ha trasmesso il volto del primo ministro ungherese Viktor Orban nelle case dei 3,2 milioni di spettatori di Tucker Carlson. In una biblioteca a due piani adornata con legno scuro e la bandiera ungherese, Carlson si è seduto di fronte al primo ministro a Budapest con un’espressione di intensa concentrazione, anche se ha dimostrato poca familiarità con gli affari interni dell’Ungheria. Il viaggio è stato organizzato in fretta dopo che Orban aveva accettato l’intervista: Carlson ha cenato nell’ufficio del primo ministro la sera prima della trasmissione, e all’inizio della settimana, è stato portato con un elicottero militare in una zona strettamente controllata lungo il confine meridionale del paese, generalmente off limits per i giornalisti, in presenza di un ministro ungherese. Lì, l’Ungheria è diventata lo sfondo idealizzato per le abituali preoccupazioni di Carlson: Grazie ad una recinzione di filo spinato, la zona di confine dell’Ungheria era “perfettamente pulita e ordinata”, senza la “spazzatura” ed il “caos” che segnano altri confini del mondo. Di conseguenza, “non c’erano scene di sofferenza umana”. Non ha menzionato il fatto che i gruppi civici avessero ripetutamente portato il governo ungherese in tribunale per aver negato il cibo alle famiglie detenute nei centri di detenzione per migranti.

“Il viaggio di Carlson in Ungheria è stato spinto, in parte, da un messaggio di testo di Rod Dreher, uno scrittore conservatore. Dreher, che ha trascorso la primavera e l’estate lì per una borsa di studio ed ha aiutato Carlson ad assicurarsi l’intervista con Orban, capisce, come l’attivista Christopher F. Rufo ha recentemente osservato, che Carlson non riporta semplicemente le notizie per i conservatori americani; le crea. Portare Carlson a Budapest aveva lo scopo di convincere gli Americani a prestare attenzione all’Ungheria di Orban. Lo sforzo sembra aver avuto successo: La settimana seguente, diversi senatori Repubblicani hanno detto a Insider, una pubblicazione di notizie online, che le trasmissioni di Carlson da Budapest avevano dato loro un’opinione favorevole di Orban. A settembre, Jeff Sessions, l’ex procuratore generale degli Stati Uniti, è andato a Budapest per una tavola rotonda sull’immigrazione, e Mike Pence si è recato lì per affrontare un incontro sulla famiglia ed il declino demografico, con Orban tra il pubblico. L’anno prossimo, la Conservative Political Action Conference, un influente incontro annuale di conservatori in America, si terrà a Budapest.”

Dreher non parla nei termini di Carlson, e ha cercato di prendere le distanze dalla vigorosa adesione di Carlson alla teoria del complotto della “grande sostituzione“, che sostiene che i Democratici stiano sostituendo gli americani bianchi con immigrati non bianchi per aumentare i loro voti. Ma Dreher crede, come molti nella sua cerchia di intellettuali di destra, che alti livelli di immigrazione minaccino la “stabilità e la continuità culturale della nazione”. Egli indica spesso i francesi, la rabbia e l’isolamento nelle loro banlieues popolate da immigrati, e sostiene che gli immigrati abbaino la responsabilità di adottare la cultura del loro nuovo paese e che spesso rifiutino di farlo. Ha persino suggerito che le restrizioni di Orban all’immigrazione abbiano mantenuto al minimo il numero di incidenti antisemiti in Ungheria. (Mentre il numero di incidenti segnalati è effettivamente basso, l’analisi di Dreher smentisce la tendenza di Orban a giocare da entrambe le parti; ha infatti forgiato una stretta relazione con Benjamin Netanyahu mentre in casa demonizza il benefattore liberal ebreo George Soros con appellativi antisemiti). Dreher ritiene che Orban abbia fatto bene a rifiutare di accogliere i rifugiati siriani nel 2015. “Se si potesse riportare indietro l’orologio di 50 anni e mostrare ai francesi, ai belgi e ai tedeschi ciò che l’immigrazione di massa dal mondo musulmano avrebbe fatto ai loro paesi entro il 2021, non l’avrebbero mai e poi mai accettato”, ha scritto Dreher nel suo influente blog sul The American Conservative. “Gli ungheresi stanno imparando dal loro esempio”.

Sono grato per il piccolo ruolo che ho potuto svolgere nel portare Tucker Carlson in Ungheria, anche se devo dire che Tucker aveva già messo gli occhi sull’Ungheria. L’unica cosa che ho fatto è stato suggerirgli di venire in Ungheria e vedere il posto di persona, perché l’immagine del paese nei media occidentali è distorta e imprecisa. Questo, e anche perché credo che i conservatori americani abbiano molto da imparare dal governo di Orban. Tucker aveva già messo l’Ungheria nel suo radar, mi disse allora. L’unico problema era che era difficile superare la burocrazia per organizzare una visita. Più o meno in quel periodo, ho avuto un incontro con uno dei principali consiglieri del primo ministro, e alla fine ho detto che Tucker Carlson è un grande affare tra i conservatori americani, e che se gli ungheresi potessero superare la burocrazia e rendergli facile venire qui, Tucker (e solo Tucker) avrebbe avuto il potere di portare più equilibrio nel modo in cui l’Ungheria viene vista in America. Questo è il limite del mio coinvolgimento, ma ovviamente sono molto contento che tutto si sia risolto per il meglio.

(Su come abbia “cercato di prendere le distanze” dalla Teoria della Grande Sostituzione, significa semplicemente che non ci credo. Non ho abbastanza prove per convincermi che sia vera).

Ma continuiamo con il pezzo del New York Times:

Le motivazioni di Dreher differiscono comunque un po’ da quelle di Carlson. Nei suoi post quotidiani sul blog, Dreher scrive principalmente contro ciò che lui chiama “Wokeness” – idee sulla giustizia razziale e sull’identità di genere che crede portino gli americani a odiare l’America e i bambini a rifiutare i loro genitori. Dopo la visita di Carlson, Dreher ha scritto che ammira Victor Orban perché “è disposto a prendere le posizioni più dure ma necessarie per evitare che il suo paese perda la sua mente collettiva sotto l’assalto dei progressisti“. Quando gli ho chiesto cosa sperava di imparare durante il suo anno sabbatico a Budapest, Dreher mi ha detto che voleva osservare “fino a che punto la politica possa essere un baluardo contro la disintegrazione culturale“. Avendo visto quanto è stato inefficace il Partito Repubblicano in tal senso, mi ha detto: “Mi sto chiedendo, può essere fatto da qualche altra parte, e qual è il costo, ed il costo vale la candela?” Non voleva imporre il suo punto di vista agli altri, ha detto. Ma tale passività, sentiva, stava diventando autolesionista. La svolta verso la democrazia illiberale – uno stato che rifiuta il pluralismo in favore di un ristretto insieme di valori – gli sembrava imminente. “Mi rendo conto che siamo ad un punto in cui abbiamo una tale disintegrazione culturale negli Stati Uniti che la scelta potrebbe effettivamente essere tra una democrazia illiberale di sinistra o una democrazia illiberale di destra“, mi ha detto Dreher. “E se questo è vero, allora voglio capire nel modo più completo possibile quali sono le implicazioni”.

Sì, questa è una resa fedele di ciò che ho detto alla Zerofsky. Non potete immaginare che sollievo sia leggere un pezzo come questo e trovarsi accuratamente citati, e le proprie idee presentate altrettanto accuratamente.

Questo non sorprenderà nessun lettore di questo blog, ma ci saranno persone che vedranno questo articolo del New York Times e penseranno che la lettura che persone come me hanno dello stato delle cose sia corretta. Bene. I postliberali hanno lo slancio intellettuale della destra ora, sia negli Stati Uniti che in Europa. Lo testimoniano l’ascesa di Eric Zemmour in Francia, e il fatto che in Italia, l’unica destra che ha qualcosa di importante da dire sono i partiti di Georgia Meloni e Matteo Salvini. E in Spagna, solo il Partito di Vox offre una visione seria del futuro.

Non voglio citare molto altro del pezzo, perché voglio che lo leggiate. Ma voglio citare solo questo passaggio:

Dreher non sembrava preoccupato del potenziale violento della stigmatizzazione. Ho raccontato a Dreher di miei amici ungheresi che aiutavano gli immigrati e che erano stati oggetto di luride molestie da parte di gruppi di destra e che sono stati additati come “traditori” della nazione. In alcuni casi, l’ala giovanile del partito di Orban ha attaccato degli adesivi rossi sugli edifici, etichettandoli come “organizzazione che aiuta i migranti”. Una di queste case era stata contrassegnata con una stella gialla nel 1944. “Lo trovo spaventoso”, ha detto Dreher. “Ma è difficile per la sinistra americana vedere come cose simili stiano accadendo anche in America, non da parte dello stato, ma da parte degli attivisti e istituzioni“. Eravamo nell’arioso salotto dell’appartamento dell’Istituto Danubio, e Dreher si tolse gli occhiali, si chinò in avanti e si strofinò gli occhi. Questo era il motivo per cui si era aggrappato al liberalismo classico, disse; non ci credeva nemmeno come filosofia, eppure era qui a dipendere da essa. “È una posizione ironica e forse anche tragica in cui trovarsi”, disse. “Se non fosse per il Primo Emendamento, allora sarebbe tutta una questione di potere. E tutto il potere in America ora è contro persone come me“.

Lasciatemi chiarire la parte in cui non credo nel liberalismo classico come filosofia. Ho perso fiducia in esso perché sono d’accordo con Deneen: il liberalismo ha fallito perché è riuscito così brillantemente a liberare l’individuo da tutti i vincoli che non poteva scegliersi. Ora che l’ha fatto, la gente si trova persa ed alla deriva. La sinistra soft-totalitaria è emersa da quel vuoto, ed ha marciato attraverso le istituzioni della democrazia liberale, trasformandole, così come ha trasformato il linguaggio della democrazia liberale, in uno strumento di oppressione. Come sapete, scrivo di questo in “Live Not By Lies“. La mia argomentazione di base è che la Sinistra ha cessato di credere nella democrazia liberale – ed oggi detiene la maggior parte del potere in Occidente. Negli Stati Uniti, la destra si sta facendo sconfiggere, ripetutamente, perché vuole giocare secondo le regole standard della democrazia liberale, ma la Sinistra non ha interesse nel farlo, se non nella misura in cui può consolidare il suo potere egemonico. Se la Sinistra credesse ancora nella democrazia liberale, i campus e i media americani sarebbero molto diversi da quelli che sono oggi.

Come ho detto alla Zerofsky nella nostra lunghissima intervista, mi piacerebbe vivere in un mondo liberaldemocratico. Credo ancora negli ideali liberaldemocratici, come la libertà di parola e la libertà di religione. Ma la Sinistra non lo fa, e la Sinistra al potere sta facendo tutto il possibile per schiacciare le persone come me. E questo dove ci porta? Beh, Viktor Orban ha preso le misure della sinistra illiberale in un modo molto più realistico rispetto a quello che hanno fatto i politici conservatori americani. Mi piacciono tutte le cose illiberali che Orban sta facendo? No, non mi piacciono – e l’ho chiarito nei miei scritti. Ma nel complesso, il primo ministro ungherese sta facendo la cosa giusta e merita il nostro sostegno incondizionato. Se noi di destra non vogliamo essere distrutti, dovremo imparare alcune lezioni da Viktor Orban, e farle funzionare nel nostro contesto.

Gli intellettuali conservatori che sono già passati con la Sinistra su razzismo e tematiche LGBT non hanno nulla di cui preoccuparsi da parte del regime (per “regime” intendo gli uomini della Sinistra che detengono il potere dello stato, ma anche – e di fatto sono i più – i “totalitari morbidi” presenti nelle grandi aziende, nel mondo accademico, nei media, nella magistratura, nella medicina, nello sport, nell’esercito ed in ogni altra grande istituzione della vita americana). Il resto di noi deve invece preoccuparsi, e dovrebbe capire dove ci troviamo veramente di fronte al potere e come viene effettivamente esercitato negli Stati Uniti. I lettori abituali sanno che mi trovo nel mezzo incerto del famoso dibattito French-Ahmari: penso che Ahmari capisca meglio di French la realtà di quanto sia debole la posizione della destra nella cultura americana, ma French capisce meglio di Ahmari che i principi, le leggi e le strutture della democrazia liberale sono l’unica cosa che abbiamo per proteggerci a questo punto. Qui sta l’ironia.

Un’altra cosa:

In Ungheria, sostengono Dreher e altri, c’è vera libertà; nessuna folla di ‘cani da guardia del progressismo’ online è in attesa di privare le persone del loro sostentamento per aver pronunciato una parola sbagliata. (Questa libertà non si estende ai giornalisti che hanno visto i loro telefoni sorvegliati dal governo ungherese o che sono stati fermati per un interrogatorio dalla polizia ungherese). Deriva da un’inversione di tendenza culturale ed istituzionale: Orban ha buttato fuori l’Università Centrale Europea, sostenuta da George Soros, ed ha usato acquisizioni ostili per trasformare i media, emittente dopo emittente, in un paesaggio al conservatorismo (e dunque a diventare favorevoli al suo governo). I conservatori americani potranno anche non usare gli stessi metodi, ma non avrebbero “nessuna remora ad usare il potere dello stato”, ha detto Linker, “per imporre un diverso insieme di visioni morali rispetto a quelle predefinite con cui abbiamo vissuto per 50 anni”.

Dreher sembrava confermare tutto questo. “Se la destra dovesse in qualche modo ottenere quel tipo di potere, non mi fiderei di noi“, mi ha detto Dreher. Sembrava a disagio per il modo in cui questa suonasse come una minaccia, anche mentre la esprimeva. “Non mi fido di noi nell’essere giudiziosi e giusti con gli altri nella vittoria“, ha continuato. “La Sinistra non si comporta così con noi. E noi non saremo così con loro”.

Sto cercando di capire il contesto di questa mia citazione, che suona strana. Non metto in dubbio la sua accuratezza, ma la mia ipotesi è che stessi parlando della natura corrotta del potere non presidiato dai principi liberali classici. Come ho detto, preferisco vivere in una democrazia liberale. Nel mio mondo perfetto, le persone sarebbero ampiamente libere di dire ciò che vogliono, per esempio. Ma come ho spiegato alla Zerofsky, in pochissimo tempo siamo passati dalla teoria del gender come nicchia accademica e culturale al punto in cui il transgenderismo è stato inserito nella legge sui diritti civili, e persino persone potenti ed importanti come J.K. Rowling sono state asfaltate e spennate per aver messo in discussione quell’ideologia. Viktor Orban ha perfettamente ragione ad aver tolto i finanziamenti e rimosso i programmi sugli studi di genere in Ungheria. Ed ha fatto benissimo a vietarne la promozione tra i bambini e gli adolescenti minorenni. Guardate intorno a voi il caos che tutto questo ha causato nel nostro paese, e a come la Sinistra al potere stia stigmatizzando e demonizzando chiunque dissenta. Lo stesso vale per la faccenda del finto “antirazzismo”. La mia sensazione è che stessi cercando di spiegare alla Zerofsky la mia convinzione per cui non saremo giusti secondo i principi liberaldemocratici nei confronti della Sinistra, se dovessimo prendere il potere, perché avendo visto come ci trattano, ed avendo visto quanto siano distruttive le loro idee nella pratica, dovremo respingerle con forza. La mia preoccupazione è che, data la natura umana, abuseremo di questo potere.

Tuttavia, questa è una questione di sopravvivenza. Tanti nella Sinistra americana non capiscono quanto illiberali siano diventati. C’è una ragione per cui “Live Not By Lies” è diventato un best sellers, nonostante abbia avuto zero attenzione da parte dei media mainstream (per quanto ne so, con il pezzo della Zerofsky è stat la prima volta che il libro è stato menzionato in qualsiasi pubblicazione mainstream): moltissimi di noi della destra politica e culturale stanno affrontando la persecuzione all’interno delle nostre società ed istituzioni per le nostre convinzioni – convinzioni che erano perfettamente mainstream ieri, e che sono ancora mainstream oggi, almeno al di fuori dalla classe dirigente. Conosciamo i nostri nemici meglio di quanto loro conoscano se stessi – e dobbiamo capire come proteggere noi stessi e le cose che apprezziamo da quello che vogliono farci. Ho scritto “Live Not By Lies” partendo dal presupposto che questa morbida ondata totalitaria non verrà arrestata in alcun modo, e noi a destra – ma anche nella Sinistra anti-Woke (Boghossian, Weiss, Weinstein, Heying, ed altri) – dovremo prepararci ad una lunga resistenza. Avendo trascorso la primavera e l’estate scorsa in Ungheria, se stessi scrivendo di nuovo il libro, includerei una parte sulla speranza politica da riporre in Ungheria e in Polonia. Forse lo aggiungerò nel nuovo capitolo per la ristampa, quando uscirà. Detto in un altro modo, se la Sinistra in Occidente fosse ancora classicamente liberale, allora non vedreste così tanto interesse nella destra americana per figure come Viktor Orban. Ma non lo è, e quindi dobbiamo prestare attenzione ad Orban, ed imparare da lui, se non vogliamo prepararci a sottometterci.

Non credo che al momento in cui la Zerofsky mi stava intervistando avessi ancora incontrato l’accademico liberale ungherese che è uno dei principali critici di Orban. Aveva menzionato nella nostra conversazione il suo sostegno ai diritti degli omosessuali, che il governo Orban contrasta in alcuni casi (ad esempio, sostiene le unioni civili gay, ma non il matrimonio e l’adozione). Ma aveva detto che non capiva “la logica” del transgenderismo. Non si stava opponendo, necessariamente, ma solo dicendo che non aveva senso per lui. Questo è perfettamente normale in Europa centrale, anche tra i liberali. Alla fine della nostra conversazione, l’accademico mi aveva detto che per tutte le sue critiche al governo Orban, poteva stare nella sua aula di Budapest e dire tutto quello che voleva su Orban, e che nessuno lo avrebbe disturbato. Gli ho detto che questo è in netto contrasto con la situazione nel mondo accademico statunitense, dove la sua libertà di parola verrebbe fortemente limitata, non tanto dallo stato ma dalle norme culturali istericamente illiberali, persino totalitarie, presenti all’interno di quelle istituzioni. Per esempio, gli ho detto che, in alcuni posti, la minima esitazione ad appoggiare pienamente e a gran voce i diritti dei transgender potrebbe facilmente scatenare una protesta di massa, portando l’amministrazione dell’università a prendere provvedimenti contro il professore che ha offeso, e quel professore addirittura a rischiare la sua carriera. Questo è esattamente il modo in cui il totalitarismo morbido, avendo marciato attraverso le istituzioni, sta eliminando il dissenso.

Questo non è liberalismo. Questo è qualcos’altro. Questo è ciò che la Wokeness ha fatto alla nostra democrazia liberale. A differenza di molti di noi conservatori americani, Viktor Orban vive nel mondo reale.

Leggete tutto il pezzo della Zerofsky. Ho trovato particolarmente interessante la sezione in cui Patrick Deneen ed altri parlano del cattolicesimo che sta diventando la religione dell’élite intellettuale conservatrice.


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The American Conservative è una rivista pubblicata dall’American Ideas Institute, fondata nel 2002. Esiste per promuovere un conservatorismo che si oppone al potere incontrollato sia del governo che degli affari; promuovere la fioritura delle famiglie e delle comunità attraverso un mercato dinamico e le persone libere; abbraccia il realismo e la moderazione in politica estera, che deve essere basata sugli interessi nazionali dell’America, altrimenti noto come paleoconservatorismo.