Jonathan Turley: Media sull’orlo di una crisi di nervi. Ecco come il procuratore speciale John Durham ha scatenato il tracollo dei media

Media sull’orlo di una crisi di nervi: Ecco come il consigliere speciale John Durham ha scatenato il tracollo dei media

Jonathan Turley è “Shapiro Professor of Public Interest Law” presso la George Washington University ed ha servito come consulente durante il processo di Impeachment al Senato. Ha testimoniato come esperto giuridico alle udienze dell’impeachment di Bill Clinton e di Donald Trump.

Si riporta la traduzione dell’articolo, adattato alla comprensione di un pubblico italiano.

I pediatri li chiamano “spasmi affettivi“. Si verificano quando i bambini trattengono il fiato nel momento in cui rimangono sconvolti da qualcosa fino a quando non hanno una sincope oppure uno svenimento. Anche i media americani sembrano vicini ad un attacco collettivo di questo tipo di spasmi per quanto è emerso dall’indagine del Procuratore Speciale John Durham.

Mentre i media hanno per la gran parte cercato di seppellire oppure di minimizzare le rivelazioni di John Durham sulle origini delle affermazioni che sostenevano l’esistenza di una cospirazione della Russia nelle elezioni presidenziali del 2016, John Durham ha continuato ad aggiungere nuovi tasselli alla sua inchiesta e che implicano figure di primo piano legate agli ambienti dei Democratici, in quella che lui correttamente descrive come un’indagine ancora in corso. Si può quindi solo trattenere il fiato ancora a lungo mentre John Durham non mostra alcun segno che la sua indagine sia finita del tutto.

Le ultime rivelazioni di Durham sono difficili da seguire per molti nel panorama mediatico perché confutano direttamente e completamente anni e anni di copertura mediatica di parte. Molti nei media avevano deriso Donald Trump per aver affermato che l’FBI e la campagna della Clinton lo avessero spiato fin dentro la Trump Tower e nella sua di campagna. Tuttavia, abbiamo successivamente appreso come l’FBI avesse effettivamente spiato sulla sua campagna. Nel 2020, i media però avevano largamente ignorato questa scoperta.

Ed è allora che è iniziata la prima fase di questa sincope: il “prodromo” con segnali di “disagio nei media, estrema stanchezza, debolezza, sbadigli, nausea, vertigini e capogiri”.

Ora, John Durham ha detto ad un tribunale che ha le prove che delle persone che lavoravano per Hillary Clinton avessero sfruttatoil loro accesso ai sistemi della Trump Tower, dell’edificio degli appartamenti di Trump, e dell'”ufficio esecutivo del presidente degli Stati Uniti“. Mentre John Durham non usa il termine “spionaggio” allo stesso tempo afferma che l’operazione avesse presumibilmente “preso di mira” la campagna e la Trump Tower così come l’Ufficio Esecutivo della Casa Bianca nell’acquisizione di dati dal Domain Name System (DNS) che possono rivelare i contatti e le ricerche svolte attraverso i server.

Siamo ora nella seconda fase sincopale: la perdita di coscienza nei media.

Non c’è modo di seguire questa storia senza che molti ammettano che avessero facilitato e propagandato una falsa narrazione creata ad hoc dalla campagna di Hillary Clinton, incluso attaccare coloro che avevano invece suggerito come la campagna della Clinton si sarebbe in effetti potuta impegnare in una condotta tanto disdicevole.

Il caso in sé rimane una singola e falsa dichiarazione (molto simile ad alcune delle accuse mosse dal procuratore speciale Robert Mueller). Non è un caso facile da dimostrare. Tuttavia, i dettagli che emergono dal caso stanno riempiendo le lacune su come la campagna della Clinton avesse finanziato e diretto lo sviluppo di una narrativa ormai sfatata per cui fosse in atto una cospirazione tra i russi e la campagna di Donald Trump. Ciò che emerge in maniera anche notevole dagli atti depositati dell’inchiesta è la misura con la quale la campagna della Clinton fosse ricorsa a degli avvocati per svolgere questo lavoro, compreso il fatto di nascondere i finanziamenti stanziati per l’operazione mentre negava le connessioni con l’attività di figure come Christopher Steele.

Le nuove informazioni sono state rivelate in un dossier che solleva conflitti d’interesse nello studio legale Latham Watkins, che rappresenta l’ex avvocato incriminato di Hillary Clinton, Michael Sussmann. Lo studio legale ha rappresentato anche altri personaggi legati al mondo della Clinton. Non era quindi un’obiezione inappropriata in un caso in cui una vasta cerchia di avvocati e di studi legali filo-Democratici sono comparsi come protagonisti di primo piano, così come il think tank liberal Brookings Institution. “L’impollinazione vicendevole” di questi studi legali è uno degli elementi che sono tra i meno discussi nello scandalo.

I documenti di John Durham tornano ripetutamente al lavoro di un altro studio legale, Perkins Coie, uno studio con una lunga e profonda connessione con il Partito Democratico. La campagna della Clinton avrebbe usato uno stuolo di avvocati per nascondersi dietro alle affermazioni che vi fosse una “cospirazione russa“.

La figura “chiave” di molte di queste operazioni è qualcuno indicato da John Durham come “Campaign Lawyer-1“, che è ampiamente ritenuto essere l’allora partner dello studio legale Perkins Coie e consigliere generale della campagna di Hillary Clinton, cioè Marc Elias. Elias era stato chiamato davanti ad un gran giurì. Era stato Elias a mettere a disposizione di Fusion GPS i finanziamenti e che a sua volta aveva arruolato Christopher Steele per produrre il suo ormai screditato dossier su Donald Trump e la sua campagna. L’azienda ha giustificato i pagamenti come “spese legali”.

Durante la campagna presidenziale del 2016, solamente pochi giornalisti avevano chiesto sul possibile collegamento con la campagna di Hillary Clinton, e i funzionari della campagna della Clinton avevano sempre negato qualsiasi coinvolgimento. Fu solo settimane dopo le elezioni che i giornalisti scoprirono come la campagna della Clinton avesse nascosto i pagamenti per il dossier Steele inserendoli tra le voci delle “spese legali” dal valore di 5,6 milioni di dollari pagati allo studio legale Perkins Coie.

Il giornalista del New York Times Ken Vogel aveva detto all’epoca che Marc Elias aveva negato il coinvolgimento nel dossier anti-Trump. Quando Vogel ha cercato di riferire su questa storia, ha detto, Marc Elias “[gli] ha risposto vigorosamente, dicendo ‘Tu (o le tue fonti) ti sbagli’“. La reporter del New York Times Maggie Haberman aveva dichiarato: “Le persone coinvolte nel finanziamento di questo [dossier Steele] hanno mentito su di esso, e con bigottismo, per un anno“.

Marc Elias sarebbe stato anche a fianco del presidente della campagna John Podesta quando anche lui avrebbe negato successivamente qualsiasi connessione.

Michael Sussmann è stato incriminato per aver presumibilmente tentato di tenere nascosto il fatto di stare legalmente rappresentando la campagna della Clinton mentre diffondeva un’accusa di collusione con la Russia che avrebbe coinvolto la Trump Organization e la russa Alfa Bank (è stato riportato che anche Marc Elias partecipasse a delle riunioni su quell’operazione). Sussmann ha presentato una risposta ed ha chiesto alla Corte di cancellare l’intera sezione fattuale del dossier di Durham come “non comprovata e sensazionalistica”. (Questo potrebbe aprire la porta a John Durham nella risposta per comprovare ulteriormente le sue affermazioni).

John Durham ha aggiunto dei dettagli che mostrano come lo studio legale Perkins Coie avesse usato le sue relazioni avvocato-cliente per promuovere l’operazione sulla “cospirazione russa” per conto della campagna della Clinton. Egli sostiene che Marc Elias e Michael Sussmann abbiano arruolato un dirigente di una società di Internet, Rodney Joffe, per aiutarli a costruire le basi per le loro affermazioni. Joffe avrebbe avvertito Sussmann delle richieste di Alfa Bank nel luglio 2016, e “nelle settimane successive, e come parte del loro rapporto avvocato-cliente,” Sussmann e Joffe “si sono impegnati negli sforzi con Campaign Lawyer-1” (cioè Marc Elias).

Il ricorso a degli avvocati per coprire tali sforzi non è una novità a Washington. Durante l’amministrazione di Richard Nixon, gli avvocati furono usati ampiamente per mantenere il sistema dei c.d. “fondi neri” e permettere anche le c.d. operazioni “dirty trick“.

Ciò che colpisce dei documenti di Durham è l’audacia dell’operazione dello studio legale Perkins Coie. Mentre i finanziamenti venivano sepolti, gli avvocati sembravano non preoccuparsi di approvare tali sforzi o di raggiungere personalmente figure amiche nel governo e nei media. Erano, in un certo senso, “giustificatidalla loro sensazione di immunità.

Infatti, fino ad oggi, molti si rifiutano anche solo di parlare delle numerose prove che dimostrano come la campagna della Clinton avesse fabbricato questa storia della collusione tra Donald Trump e la Russia che occupò la scena in gran parte l’intero mandato del presidente Trump. Prima che il dossier Steele fosse consegnato all’FBI ed alla stampa, l’allora direttore della CIA John Brennan aveva informato l’ex presidente Barack Obama sul presunto “piano” della Clinton di collegare il candidato presidenziale Donald Trump alla Russia come “un mezzo per distrarre il pubblico dall’uso che la Clinton aveva fatto di un server privato di posta elettronica“. Questa operazione sembra essere stata lanciata attraverso Mark Elias e lo studio legale Perkins Coie.

Dopo le elezioni del 2020, i membri Democratici e gli esperti legali hanno chiesto la radiazione di una serie di avvocati Repubblicani per aver diffuso della “disinformazione” riguardo ad una diffusa frode elettorale. Queste stesse figure, tuttavia, tacciono completamente sul ruolo degli avvocati della Clinton nel finanziare segretamente le dichiarazioni di collusione con la Russia che sono state tutte ormai sfatate. Non c’è interesse a sapere se, come sostenuto dai giornalisti, figure come Marc Elias abbiano mentito sul loro coinvolgimento nella campagna della Clinton.

Michael Sussmann sta ora affrontando un processo per la sua, presunta, falsa dichiarazione. Marc Elias rimane ad oggi ancora “non incriminato”. Con poco senso dell’ironia, ha fondato uno studio legale per occuparsi di “etica e divulgazione nelle campagne elettorali”.

L’indagine di John Durham può spingere ora i media alla fase finale chiamata post-sincopatica“, che comporta “confusione prolungata, disorientamento, nausea, vertigini ed un senso generale di cattiva salute”. Questa fase si è riflessa negli sforzi di alcuni per tentare di deviare dalle allarmanti rivelazioni di John Durham.

Il giornalista del New York Times Mike McIntire sembrava esprimere allarme per il fatto che la storia di Durham sia andata “in tendenza”. E infatti, McIntire ha sbloccato un “ricordo di come il presidente della campagna di Trump avesse segretamente incontrato e condiviso informazioni con un agente dell’intelligence russa”. Le “informazioni” erano dei dati di sondaggi sulla campagna che Paul Manafort aveva dato ad una persona con dei legami con l’intelligence russa.

Ma questo “promemoria”, naturalmente, non ha alcuna attinenza alla questione se la campagna della Clinton avesse o meno spiato nella Trump Tower, nella campagna, o fin dentro alla stessa Casa Bianca. Il “promemoria” sembra dunque essere diretto agli altri media che devono continuare a trattenere il fiato e a non riconoscere una storia importante.

Tale “confusione protratta” è naturale, ma non si dissolverà presto. Durham a quanto pare sta chiamando altre persone a testimoniare davanti al gran giurì.


JonathanTurley.org

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