Sfatare il mito del tradimento occidentale nei confronti della Russia sull’allargamento ad est della NATO

Sfatare il mito del tradimento occidentale nei confronti della Russia sull’allargamento ad est della NATO.

Trent’anni dopo il crollo sovietico, Vladimir Putin ed il suo ministro degli esteri, Sergej Lavrov, fanno ancora leva sul fatto che – secondo la la loro versione dei fatti – la NATO si sia espansa eccessivamente ad est, “tradendo” così una promessa fatta negli anni ’90 e le conseguenti “garanzie sulla sicurezza” che la riguardavano.

  • ‘Non un centimetro verso est’ – e cosa significava veramente quella frase

Questa narrativa non è certamente iniziata con Vladimir Putin: anche Mikhail Gorbaciov e Boris Yeltsin avevano questa visione. Tutto parte il 9 Febbraio 1990, quando il Segretario di Stato dell’allora presidente George H.W. Bush, James Baker, disse la famosa frase “Not an inch eastward” (tradotto: “non ci sposteremo ad est neanche di un centimetro”). Questa frase, tuttavia, avrebbe reso impossibile all’epoca applicare le garanzie di sicurezza offerte dalla NATO, specialmente l’Articolo 5, alla neo-unificata Germania.

George H.W. Bush suggerì dunque ad Helmut Kohl, il cancelliere tedesco di allora, che si dovesse parlare di uno “status speciale” per la ex-DDR dopo la caduta del muro di Berlino. Dopo un incontro a Camp David avvenuto tra il 24 e il 25 febbraio 1990, vennero implementate condizioni speciali per la ex-DDR, grazie al “Two Plus Four Treaty” (lett. “Trattato due più quattro”) che ristabilì de facto la riunificazione tedesca. Con questa mossa, la Germania dell’Ovest (già parte della NATO dal 1955) ottenne la possibilità di schierare il proprio personale militare nella Germania orientale, ponendo significative restrizioni al dispiegamento di truppe straniere della NATO e di armi nucleari sul suolo della ex-DDR. Kohol in cambio garantì a Gorbachev un pacchetto da 100 miliardi di marchi tedeschi sotto forma di prestiti e di aiuti economici per finanziare il ritiro delle truppe dell’Armata Rossa.

  • Il vero punto di svolta: la dissoluzione del Patto di Varsavia

Con la dissoluzione del Patto di Varsavia ed il crollo dell’unione sovietica, il 25 dicembre del 1991, si creò un vuoto politico e militare nella cosiddetta “Zwiscehneuropa” ovvero “l’Europa di mezzo”, che inglobava tutti gli ex stati satellite dell’Impero del Male sovietico.

Negli anni successivi, infatti, i problemi per la ricreata Federazione Russa diventano enormi: Boris Yeltsin non riuscì ad istituzionalizzare la democrazia nel paese, creare un’economia di mercato stabile, assicurare la legge e l’ordine, e a costruire una partnership con gli Stati Uniti e la NATO. Dal 1993 la Russia entra anche nel caos politico totale, e gli ex stati satellite dell’Europa orientale avevano bisogno che gli fosse garantita una maggiore sicurezza istituzionale e per questo si avvicinano maggiorante all’Occidente. La spinta per entrare nell’Alleanza Atlantica viene dunque dagli stessi Stati dell’Europa orientale e del Baltico. Contrariamente a quanto propagandato dalla Russia, non c’è stata dunque alcuna spinta istituzionale dell’Occidente a far entrare Polonia, Ungheria, Romania, ecc. nella NATO. Contrariamente alle affermazioni degli attuali propagandisti russi – come si è visto nei paragrafi precedenti – la NATO non aveva nemmeno dei piani di espansione istituzionalmente concepiti che mirassero ad ‘accerchiare’ la Russia con l’allargamento ad est.

  • Lo ‘spirito del trattato’

Con una nazione in preda al caos più totale, Boris Yeltsin iniziò il revisionismo storico, sostenendo che il “Two Plus Four Treaty” stabilisse un’impossibilità, se non anche un espresso divieto, per le forze della NATO di espandersi ulteriormente oltre i confini della Germania orientale, sulla base del fatto che tale trattato permettesse le attività dell’Alleanza Atlantica solamente sul territorio della Germania orientale. Yeltsin (e più tardi Putin) sostennero che la mancata menzione dell’Europa orientale, assieme alle restrizioni stipulate in relazione al territorio della ex-DDR, significassero un “implicito rifiuto occidentale dell’allargamento verso est“.

Eppure, nel 1997, nonostante la Russia continuasse con questa retorica e che Yevgeny Primakov (l’allora ministro degli esteri della Federazione Russa) avesse definito “inaccettabile” lo spostamento ad est della NATO, si stavano svolgendo i negoziati che sarebbero culminati nel “Nato Russia Founding Act” (NFRA), firmato a Parigi il 27 maggio 1997, che si poneva l’obiettivo di aumentare la cooperazione tra le due sponde. Notare come questo avvenne nel maggio del 1997, molto prima cioè del Summit di Madrid, durante il quale Repubblica Ceca, Polonia ed Ungheria furono invitate ad entrare a far parte dell’Alleanza Atlantica.

I negoziati sull’NRFA avevano affrontato direttamente la questione dell’espansione. Nei colloqui bilaterali preliminari a Helsinki nel marzo 1997, Bill Clinton rifiutò di dare una risposta chiara a Boris Yeltsin circa l’espansione verso est della NATO. L’ex presidente russo, inoltre, provò ad introdurre la possibilità di un “veto di Mosca” per bloccare l’ingresso di nuove nazioni nell’Alleanza Atlantica. Il tentativo ovviamente fallì.

Boris Yeltsin firmò nonostante tutto il Trattato NFRA. Questo comportò ovviamente una forte opposizione interna, per fronteggiare la quale Yeltsin s’inventò che nel NFRA, la NATO avesse promesso alla Russia che non ci sarebbero state armi nucleari nei territori dei nuovi stati membri dell’Alleanza né alcun tipo di ammassamento di truppe. È stato un “momento chiave”, perché la dichiarazione deliberatamente falsa di Eltsin sono state poi ripetute per decenni sia da Vladimir Putin che dai media di stato russi.

Un’accurata revisione storica di quanto accaduto negli anni ’90 ci fa capire come la NATO non abbia tradito alcuna promessa, semplicemente perché nessuna promessa è mai stata fatta in tal senso: verrebbe da chiedersi, in Occidente, chi abbia “tradito” la NATO continuando a finanziare Vladimir Putin ed il comparto militare russo.


LSE.uk

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