Il Centro destra italiano sogna di diventare come il Partito Repubblicano: considerazioni e proposte

Il Centro destra italiano sogna di diventare come il Partito Repubblicano: considerazioni e proposte.

Articolo scritto da Diego Banti, membro del Team dell’Osservatore Repubblicano.

Normalmente, come Osservatore Repubblicano, seguiamo marginalmente la politica italiana, se non per eventi che coinvolgono gli Stati Uniti o su questioni ad essi inerenti.

Questa è proprio una di quelle, e vale assolutamente la pena soffermarsi a riflettere sulla tendenza, emersa anche di recente, a tirare fuori dal cilindro l’idea di ispirarsi al “Modello del Partito Repubblicano” anche qui in Italia, che emerge ovviamente solo quando la contingenza dei tempi richiede di risolvere i problemi del centro-destra italiano. Ed è una riflessione che inevitabilmente, vista l’importanza della questione, non può che prevedere una certa dose di critiche verso quella che è stata l’esperienza della Coalizione di centro-destra nel nostro paese.

Vedremo dunque assieme di trattare i seguenti punti:

  • Perché è necessario un Partito Repubblicano anche qui in Italia
  • Come sarebbe possibile realizzarlo
  • Quando ed in che tempi farlo

Perché l’idea di un Partito Repubblicano anche qui in Italia effettivamente avrebbe senso

Da quasi trent’anni il nostro paese si è politicamente organizzato adottando un modello bipolare che vede confrontarsi il Centro-Destra ed il Centro-Sinistra, una dicotomia che negli ultimi anni è stata pesantemente intaccata dall’avvento del c.d. “Terzo Polo“, il Movimento 5 Stelle, ma anche e soprattutto da dinamiche sia extra politiche che politico-giudiziarie che hanno assunto un forte rilievo nazionale.

Ciò nonostante, nella mente degli elettori, sia in Europa che negli Stati Uniti, il c.d. “bipolarismo” è a mano a mano divenuto sempre più forte, dato che le naturali divisioni all’interno del corpo elettorale sono ormai di fatto sempre più acutizzate e polarizzate da tendenze iper-liberal-progressiste da una parte (ma che potremmo tranquillamente definire anche “regressiste“) e cautamente liberali-conservatrici dall’altra.

L’Italia non fa eccezione a questi fenomeni: da una parte il centro-sinistra che, seppur non abbia (ancora) raggiunto i livelli di veemenza dei loro colleghi d’Oltreoceano, ha sposato la linea regressista mondiale; dall’altra un centro-destra che negli ultimi dieci anni è cambiato significativamente rispetto a quello di Berlusconiana memoria, ma che ingloba al suo interno comunque robuste dosi conservatorismo continentale europeo.

L’attuale centro-destra, infatti, raccoglie al suo interno istanze politiche parecchio diversificate, ed è in parte riconducibile al mondo conservatore europeo, in parte al sovranismo che si è sviluppato per raccogliere il dissenso verso le istituzioni unitarie europee, in parte al populismo di recente acquisizione, ed in parte è ancora legato ai tradizionali famiglie ideologiche della politica italiana, dal mondo del popolarismo-democristiano, sia mediterraneo che mittel-europeo, alle istanze politiche tipiche della destra-sociale, all’autonomismo dei primi anni ’90, il tutto con qualche (poca) spruzzata di liberalismo anglosassone qua e là.

L’elettorato ha dimostrato, dal 2018 ad oggi – ma anche prima in realtà, che l’attuale centro-destra, composto principalmente dal dualismo Lega – Fratelli d’Italia, piace ed anche parecchio, tanto che questi soli due partiti, se sommati assieme, restano stabilmente intorno al 40% nonostante gli errori recenti. Parte di questo nuovo ed insperato successo dopo la crisi seguita dalla caduta del IV Governo Berlusconi è dovuto anche alla stessa fine del ciclo Berlusconiano, con una Forza Italia ormai dissanguata ed ombra sbiadita di quella forza politica che fu un tempo. Il “partito da combattimento” che piaceva tanto agli elettori negli anni ’90 e nei primi anni del 2000, ormai, non esiste più, anche perché negli ultimi anni sono cambiati sia l’atteggiamento che le azioni del Presidente Silvio Berlusconi stesso.

I numeri dei sondaggi non devono però trarre in inganno. Il Centro-destra italiano è infatti anch’esso sbiadito rispetto alla sua versione precedente a trazione prettamente Berlusconiana, poiché dissapori, dispetti, vendette interne, pressapochismo e mediocrità purtroppo abbondano, sia a livello locale che in quello nazionale.

E più importante ancora, i singoli partiti che compongono il centro-destra sono chiusi ermeticamente, in perenne concorrenza tra di loro per la corona di cartone di “primo partito del centrodestra” ma soprattutto incapaci di valorizzare la propria base e di riportare i militanti ad impegnarsi convintamente per il perseguimento di un obiettivo o di un ideale. Gli eletti ed i quadri di turno rispondono solo al “capo” e sono legati alle sue sorti, mai effettivamente al territorio, con la conseguenza che i più, inevitabilmente, si allontanano o si disaffezionano, non solo al proprio partito di origine ma spesso all’intero mondo della politica.

I campanelli di allarme sono stati diversi negli ultimi tempi. Già le elezioni regionali del 2020 in Emilia-Romagna e in Toscana avrebbero dovuto stimolare una riflessione purtroppo mai avvenuta. Nella stessa tornata si è perso anche in Campania (catastroficamente), in Puglia ed in altre grandi città dove invece la partita poteva essere vinta se solo si fosse seguita un’altra strada. Il trend è poi proseguito fino ad arrivare alla disastrosa performance alle elezioni amministrative del 2021, con una coalizione di nuovo sconfitta per la manifesta incapacità di scegliere nomi e programmi in maniera decente ed anche mirata. Ed infine l’epilogo triste ed arrendevole nelle elezioni del Presidente della Repubblica del 2022 con la rielezione di Sergio Mattarella, personalità legata a doppio filo al mondo della sinistra-democristiana e che ha dimostrato in più occasioni di essere “di parte”, comportandosi più come un avversario del centro-destra che come “arbitro imparziale”, per non parlare della condiscendenza, del silenzio e dell’inazione riguardo alle politiche pandemiche fallimentari come il Green Pass, i lockdown ed in generale verso lo stillicidio dei diritti fondamentali dei cittadini.

Chi oggi si riconosce in quella che è comunque la stessa area politica presidiata dal Partito Repubblicano negli Stati Uniti, o fa molta fatica o non si riconosce proprio in questa coalizione di partiti e di alleanze tra gruppetti di parlamentari variamente organizzati che si sono palesemente venduti agli avversari pur di conservare il lauto stipendio e la pensione che gli spetta alla fine della legislatura. A cominciare proprio dai partiti centristi e da Forza Italia in particolare, che paga pesantemente scotto di un mancato rinnovamento dei quadri e degli eletti. Ma attenzione, perché è assai probabile che anche alcuni eletti leghisti si siano allontanati dalle scelte di Matteo Salvini, profittando del segreto dell’urna. Purtroppo, veniamo ancora una volta messi di fronte al costo dell’avere gente nominata e non attaccata a dei principi, a dei valori ed alla missione del partito, ma che invece pensa unicamente al proprio tornaconto economico e carrieristico. In questo senso, la mancata elezione della Presidente Casellati è stata definitivamente illuminante.

Occorre quindi un profondo rinnovamento che inverta completamente le dinamiche esistenti, abbandonando quindi il modello di un vertice che comanda e che decide tutto nelle segrete stanze per arrivare ad una base coinvolta che diventa protagonista e decide con la propria partecipazione ed il proprio attivismo. Occorre premiare che si impegna nei territori permettendogli di valorizzarsi attraverso la candidatura nelle elezioni primarie, che devono necessariamente essere messe in pratica per qualsiasi carica elettiva.

Gli elettori scelgano da se stessi e per se stessi da chi vogliono essere rappresentati, senza che vengano calate dall’alto personalità improbabili o peggio sconosciute che spesso si dimostrano politicamente scarse ed inadeguate al ruolo per cui vengono nominate dalle direzioni di partito.

Dunque, ben venga un progetto analogo al Partito Repubblicano anche in Italia, ma il punto focale è: gli attuali dirigenti del centro-destra sono pronti per un totale cambio di approccio? Perché è proprio questo il punto centrale.

Come sarebbe possibile realizzarlo?

Se si vuole fare il Partito Repubblicano anche in Italia, bisogna accettare alcuni radicali cambiamenti nel modo di fare la politica che abbiamo in Italia. In uno schema del genere, qualsiasi forza che decida di confluire in questo contenitore deve accettare il fatto che la struttura di partito come quella italiana che tutti gli attuali soggetti politici hanno non è più praticabile. Varie sfumature e sensibilità politiche diverse spesso abbondano anche nelle file di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia – figuratevi quanta varietà potrebbe esserci in un grande soggetto unitario. Senza la guida fortissima di un leader al vertice e con i soliti capibastone alla guida nei territori, un movimento del genere sarebbe automaticamente destinato a dissolversi, specie in un paese come il nostro dove le tendenze proporzionali ed anti-maggioritario sono più che mai attuali.

Viceversa, la struttura interna del partito dovrebbe essere “essenzialeed occuparsi solamente degli aspetti comuni a tutte le varie sensibilità in campo ed alle esigenze tecnico-pratiche: presentazione delle liste, gestione dei fondi comuni per le spese generali, amministrazione e gestione equa dei fondi per i candidati alle primarie, propaganda e merchandising e, naturalmente, l’organizzazione delle fondamentali elezioni primarie a tutti i livelli: dal consigliere comunale al Presidente del Consiglio dei Ministri (o magari in futuro chissà anche per la Presidenza della Repubblica, quando si riuscirà ad avere l’elezione diretta del Capo dello Stato).

Il passaggio dalla base è l’essenza imprescindibile di qualsiasi progetto politico voglia essere così vasto e così inclusivo come il Partito Repubblicano americano. Ed è anche l’unico modello realmente alternativo rispetto a quello monolitico che potrebbe essere un “nuovo Popolo della Libertà” che, come si è già visto, avrebbe vita assai breve.

L’altro assunto fondamentale è il principio di prevalenza della volontà dell’elettorato. Candidarsi alle elezioni primarie ma poi uscire dal partito perché “si è perso” non è accettabile: se si decide di stare tutti assieme, lo si fa perché ci sono delle ragioni più che valide per farlo e, soprattutto, perché si condividono dei valori. Questo significa anche accettare che in determinati periodi storici una corrente politica (intesa come corrente politico-culturale) possa trovarsi ad avere poco o pochissimo spazio perché il contesto premia una o più correnti diverse.

Un esempio recente, nei primi anni 2000, è costituito dall’esperienza politica dei cosiddetti “neocon”, che erano l’asse ideologico portante del GOP di establishment mentre i conservatori più tradizionali erano rimasti in minoranza e poco rappresentati. Oggi, invece, la situazione si è invertita, con i neocon ridotti all’osso mentre i candidati “Trumpiani” dilagano. Ma ciò non toglie che gli esponenti neocon debbano necessariamente andarsene, indignati e schifati, come hanno effettivamente fatto: “Questo non è più il Partito Repubblicano“. E chi lo decide? Semplicemente, bisogna accettare il fatto che certe idee o certi approcci ai problemi nazionali ed internazionali non riscontrano sempre i favori dell’elettorato. Nessuna ideologia o movimento politico è perenne. Allo stesso modo, qui in Italia, i “centristi” oggi sarebbero una netta minoranza se il loro destino fosse deciso dagli elettori, e probabilmente soccomberebbero in parecchie elezioni primarie, locali e nazionali. Ma, come si è detto per i neocon, questo non significa che non ci possa essere spazio anche per loro, anzi.

Terza cosa da tenere a mente è che in un contesto del genere assumerebbero molta più importanza le associazioni politico-culturali e i think-tank, i gruppi di pressione, i movimenti spontanei di cui comunque il centro-destra è già dotato ma che, ovviamente, nell’organizzazione attuale non vengono valorizzati come dovrebbero. Adottare in “modello GOP” potrebbe essere anche l’occasione per coinvolgere questi soggetti più attivamente sulla scena politica. Questi infatti potrebbero “contarsi”, esprimendo sostegno ai candidati d’area e sarebbero quindi stimolati a difendere di più le loro posizioni nel dibattito interno. Ne trarrebbero beneficio tutti: loro, il partito ed anche l’elettorato. Di esempi ce ne sono a bizzeffe, ma sentito parlare dei Tea Party?

Insomma, il principio fondamentale generale è che si accetti di avere uno spazio comune con tutti coloro che si riconoscono nei valori di un partito come quello Repubblicano americano: libertà individuale, famiglia, tradizione, patria, fede, onore, civiltà.

Quando ed in che tempi realizzare il sogno di molti elettori

Dipende. Sicuramente dopo una batosta come quella della rielezione di Mattarella ha veramente poco senso costruire un progetto politico ambizioso, costruendolo tra l’altro su una sconfitta ancora da metabolizzare. Meglio sarebbe organizzarlo a partire da un obiettivo ambizioso, come la vittoria alle elezioni per arrivare al governo del paese. I tempi non sono comunque larghi, quindi un orizzonte ragionevole per costruire un “intelaiatura di base” non può che essere marzo 2023, con un orizzonte che è quindi più vicino di quel che sembra.

L’idea potrebbe essere quella di inaugurare un primo ciclo di primarie all’Americana già per i collegi uninominali in tutta Italia – anche qui però pesa l’incertezza sulla nuova legge elettorale qualora ne venisse adottata una nuova – che per la quota proporzionale, in modo che siano gli elettori a scegliere “l’ordine” di preferenza per chi comparirà sulla scheda, ed ovviamente altrettanti giri di primarie per le competizioni locali, dal sindaco al consigliere comunale.

Non è ovviamente detto che i partiti debbano “sciogliersi” immediatamente. Si potrebbe procedere per un periodo di alcuni anni con una “formula ibrida” che si raccolga dietro ad un comitato nazionale e che si presenti con un “marchio unico” per dare tempo ad elettorato e militanti di comprendere le potenzialità di quello che sarebbe comunque un cambiamento molto profondo. In tal senso, la proposta “federativa” che circola da tempo fra i partiti potrebbe avere un suo perché. La “fusione definitiva” – se si deciderà – avverrebbe poi con tutta calma e dopo che si saranno insediati e consolidati i necessari comitati locali e nazionali. Parliamo di “comitati” perché, a differenza delle “sezioni di partito” tradizionali, questi dovranno essere strutture leggere che, come già detto, si occuperanno solo degli aspetti di base, lasciando la politica “vera e propria” alla libera cooperazione dei singoli nelle forme che più saranno ritenute ideone allo scopo. E Sì, si dovrebbe cominciare ad abbandonare i moduli prestabiliti e cominciare a sperimentare nuove forme di attivismo politico.

Conclusioni

Al netto della fattibilità del progetto, che noi riteniamo tutt’altro che impossibile ma che richiede di assumere certi determinati presupposti e nuovi modi di pensare alle cose, occorre una cosa di basilare importanza. La volontà! Perché, alla fine, il vero punto sarà verificare la reale intenzione di abbandonare le proprie rendite di posizione per provare a costruire qualcosa che sia più della somma algebrica dei singoli soggetti politici oggi esistenti.

Non vogliamo spegnere gli entusiasmi, anzi, tutt’altro, ma, a parer nostro, riteniamo che in questo momento non ci sia la reale volontà di procedere in questa direzione. Di questo argomento si parla solo occasionalmente e mai come una reale prospettiva futura, al solo fine di distrarre la base elettorale dai fallimenti contingenti, permettendo così ai più di dimenticare ed alle arrabbiature dei militanti di placarsi.

Riteniamo che questo modo di fare sia sostanzialmente un’autenticapresa per il culo” e lo scriviamo chiaro e tondo per evitare fraintendimenti. Il nostro paese sta affondando e servirebbe più che mai uno schieramento politico che tenga testa davanti all’intero mondo regressista, somigliante sempre più ad una piovra dai mille tentacoli che tutto può e che a nulla risponde. Ci ritroviamo invece con un centro-destra che sarebbe ampia maggioranza nel paese ma che per colpa dell’inadeguatezza cronica dell’attuale classe dirigente non solo non capitalizza ma sta addirittura disperdendo un capitale di consenso preziosissimo. Un capitale che sarà difficile recuperare vista la disaffezione degli italiani per la politica ed oramai anche per le istituzioni.

Noi de l’Osservatore Repubblicano possiamo dunque solo augurarci uno scatto d’orgoglio, di cuore e di mente, affinché il nostro paese possa finalmente avere il grande Partito Repubblicano all’Americana che si meriterebbe.


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