Byron York – È la settimana del 6 gennaio e la caccia a Donald Trump continua

Byron York’s Daily Memo – È la settimana del 6 gennaio.

Giovedì 6 gennaio 2022 si è celebrato il primo anniversario della rivolta del Campidoglio. La Speaker della Camera Nancy Pelosi e i Democratici avevano pianificando una serie di eventi per commemorare l’occasione. Joe Biden ha tenuto un discorso. L’ex presidente Donald Trump doveva tenere una sua conferenza stampa (poi annullata). I media ne parleranno per tutta la settimana.

Ma la cosa più importante al momento in corso è il Comitato sul 6 gennaio della Camera. Soprattutto, i Democratici della Camera che hanno creato il comitato vogliono usarlo per processare Donald Trump – o, almeno, assicurarsi che gli sia legalmente proibito di ricandidarsi alla presidenza nel 2024 o, in mancanza di ciò, danneggiandolo politicamente così tanto da farlo perdere comunque anche se riuscirà a ricandidarsi.

Come conseguire questi obiettivi? Con il loro primo impeachment di Trump tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, alcuni Democratici avevano esplicitamente espresso la propria fiducia che il Presidente ne sarebbe rimasto così severamente macchiato da quell’impeachment tanto da non poter vincere la rielezione. Poi, dopo che Trump ha effettivamente perso nel novembre 2020, seguito dal suo rifiuto di accettare il risultato delle elezioni, e poi dalla rivolta del Campidoglio, speravano che un secondo impeachment avrebbe portato alla sua interdizione dal ricoprire nuovamente una carica pubblica.

Non è successo. Donald Trump rimane, al momento, il principale candidato potenziale alle primarie presidenziali dei Repubblicani del 2024.

Ed è qui che entra in gioco il Comitato sul 6 gennaio.

I membri del comitato, i Democratici più i loro alleati Repubblicani selezionati personalmente da Nancy Pelosi, Liz Cheney e Adam Kinzinger, stanno cercando una qualsiasi ragione per sostenere delle accuse penali contro Donald Trump. Sembra aspettassero una decisione da parte di Trump se attendere o meno fino a dopo le ore 16:00 del giorno della rivolta – esattamente le 16:17 – per pubblicare un video che invitava i rivoltosi a ritirarsi e a tornare a casa.

La violenza si è svolta quel pomeriggio“, ha detto Liz Cheney il mese scorso. “Ma per 187 minuti il Presidente Trump si è rifiutato di agire“. Questi 187 minuti, a cui Cheney si riferisce spesso, sono apparentemente le tre ore e sette minuti che intercorrono tra la parte del discorso in cui Trump ha invitato i suoi sostenitori a protestare “pacificamente” al Campidoglio ed il video delle 16:17 in cui dice loro di andarsene. Durante questo periodo, contrariamente all’affermazione fatta da Liz Cheney, Trump aveva twittato due volte – una volta, alle 14:38, dicendo: “Per favore sostenete la nostra polizia del Campidoglio e le forze dell’ordine. Sono veramente dalla parte del nostro Paese. Rimanete pacifici!” e poi, alle 15:13, dicendo: “Sto chiedendo a tutti al Campidoglio di rimanere pacifici. Nessuna violenza! Ricordate, noi siamo il partito della legge e dell’ordine – rispettate la legge e i nostri grandi uomini e donne in uniforme. Grazie!” Infine, alle 16:17, Trump ha postato un video in cui ha chiesto ai rivoltosi: “Ora dovete andare a casa. Dobbiamo riportare la pace. Dobbiamo ripristinare la legge e l’ordine”.

Liz Cheney non conta quei tweet – all’epoca forse la principale modalità di comunicazione di Donald Trump – nella sua formulazione della sua teoria dei “187 minuti”. Invece, dice che il fallimento di Trump nel chiedere immediatamente e con più decisione il ripristino dell’ordine ammonti ad una “negligenza del dovere” che potrebbe essere punita dalla legge ed usata per squalificare Trump dal ricoprire nuovamente la carica di Presidente.

Avrebbe potuto dire loro di ritirarsi“, ha detto Liz Cheney di Trump sulla ABC News domenica 2 gennaio. “Avrebbe potuto dire loro di andare a casa – e non l’ha fatto. È difficile immaginare una negligenza più significativa e più grave di questa”.

Liz Cheney ha notato che alcuni membri del Congresso, così come gli aiutanti di Trump e persino la famiglia del Presidente lo stessero esortando a fare una dichiarazione televisiva. “Qualsiasi uomo che non lo faccia… è chiaramente inadatto alla carica anche in futuro, chiaramente non potrà mai più trovarsi da nessuna parte nelle vicinanze dello Studio Ovale”, ha detto.

Liz Cheney stava solo esprimendo una sua opinione oppure delineando una strategia legale? Questa è la vera “domanda dietro la domanda” quando George Stephanopoulos della ABC le ha chiesto: “La sua mancata dichiarazione è una negligenza criminale?

Penso che ci sianopotenziali statuti penali che vengono in questione qui“, ha risposto la Cheney, “ma penso che non ci sia assolutamente alcun dubbio che sia stata una negligenza. E penso che una delle cose che la commissione dovrà considerare mentre stiamo esaminando una iniziativa legislativa è se avremo bisogno di pene più severe per quel tipo di negligenza del dovere”.

Osservate attentamente le parole di Liz Cheney. Dove vuole arrivare? Ecco una visione della situazione, dopo aver parlato con alcuni esperti legali e costituzionalisti di orientamento Repubblicano:

La negligenza non è un reato. Trump non può essere incriminato per negligenza. Si tratta, piuttosto, di qualcosa per cui il Congresso avrebbe potuto certamente rimuovere Donald Trump attraverso un procedimento di impeachment ma questo non è successo. Il secondo impeachment di Trump si basava infatti su un singolo capo di accusa, che lo accusava di aver incitato alla rivolta contro il Campidoglio.

Quindi, come potrebbe il comitato sul 6 gennaio, come suggerisce Liz Cheney, invocare l’introduzione di “pene più severe” per “quel tipo di negligenza”? Certamente non per un crimine inesistente. E inoltre, la Costituzione impedisce al Congresso di approvare leggi penali che si applicano retroattivamente; i legislatori cioè non possono trasformare un atto del passato, che era legale nel momento in cui si è svolto, in un atto criminale che possa essere punibile in un secondo momento. Il Congresso non può nemmeno aumentare retroattivamente la pena per un crimine che sia già stato commesso. E, un’altra cosa: il Congresso non può approvare una legge per punire un singolo individuo, anche se questo singolo individuo è un ex presidente degli Stati Uniti.

Oltre a tutto ciò, la Commissione sul 6 gennaio non è un’inchiesta penale. Il Congresso non ha questa autorità. Il Dipartimento di Giustizia ce l’ha. Come comitato di supervisione del Congresso, il comitato sul 6 gennaio è tenuto ad avere unoscopo legislativo“, cioè deve condurre una supervisione in modo da informare e creare una legislazione da sottoporre al vaglio del Congresso. Ecco perché Liz Cheney ha menzionato loscopo legislativodi voler introdurre pene più severeper lanegligenza del dovere“, anche se questo sembra legalmente impossibile. Ha fatto sembrare che il comitato stia effettivamente perseguendo una sorta di “riforma legislativa“, quando in realtà sta prendendo di mira Donald Trump.

Una cosa che il comitato, e la Camera nel suo complesso, può certamente fare è redigere il c.d. criminal referral – che consiste nel raccogliere delle prove ed inviarle al Dipartimento di Giustizia con la raccomandazione che un soggetto venga indagato. Questo è il motivo per cui Liz Cheney ha menzionato delle potenziali leggi criminali che potrebbero entrare in gioco.

Il Comitato sul 6 gennaio sta dunque chiaramente cercando qualsiasi prova che possa indicare che Donald Trump abbia violato qualche legge, così da poter poi chiedere alla Giustizia di perseguirlo. Per esempio, se il Dipartimento di Giustizia accusasse le persone intorno a Trump, o gli organizzatori della manifestazione del 6 gennaio, di “cospirazione”, potrebbe poi asserire che Trump stesso fosse parte attiva di quella cospirazione ed accusarlo di questo.

Finora, non abbiamo visto alcuna prova a sostegno di un argomento del genere, certamente non da parte del Comitato sul 6 gennaio. E per tornare alloscopo legislativo” del comitato – non c’è modo che, anche se Trump fosse accusato di “cospirazione”, il Congresso possa introdurre delle nuove “pene più severe” da applicare ad una sua condotta del passato che impediscano a Trump di ricoprire nuovamente la carica di Presidente.

Oltre alla Commissione sul 6 gennaio, le forze ‘anti-Trump’ stanno cercando altri modi per tenerlo fuori dalle elezioni del 2024.

Il più significativo tentativo è quello con il 14° Emendamento della Costituzione americana, che proibisce a chiunque abbia partecipato ad un’insurrezione o ad una ribellione [contro gli Stati Uniti], o abbia fornito aiuto o appoggio ai suoi nemici” di ricoprire una carica pubblica. (N.B. Approvato dopo la Guerra Civile, era originariamente destinato ad applicarsi solamente agli “ex funzionari confederati”). Ma per intraprendere qualsiasi azione ai sensi del 14° Emendamento, il Congresso dovrebbe prima stabilire che gli eventi del 6 gennaio costituiscano una insurrezione o ribellione” contro il governo degli Stati Uniti, e successivamente che Trump abbia partecipato attivamente all’insurrezione. Ma non basta, una tale sentenza dovrebbe anche reggere al vaglio di un tribunale.

I Democratici la perseguiranno? Non è chiaro. Ma, come minimo, sembra che stiano progettando di usare il 14° emendamento contro alcuni membri repubblicani del Congresso. Recentemente, Marc Eliasl’avvocato democratico che sta dietro allo sporco trucco del Dossier Steele nelle elezioni del 2016 – ha twittato: “La mia previsione per il 2022: prima delle elezioni di midterm, avremo una seria discussione sul fatto che dei singoli membri repubblicani della Camera debbano essere squalificati dalla Sezione 3 del 14° Emendamento dal servire nuovamente al Congresso. Potremmo persino assistere ad un contenzioso”. Elias ha allegato il testo della parte “insurrezione o ribellione” dell’emendamento.

I Democratici possono contare su Elias se vorranno andare fino in fondo. Dopo tutto, hanno raccolto enormi benefici politici dal caso messo in piedi dal falso Dossier Steele, e lui è sempre alla ricerca di nuovi modi, che siano legittimi o meno, per far deragliare il sistema a favore dei Democratici.

Niente di tutto questo è per difendere le azioni di Donald Trump quel 6 gennaio: nelle settimane precedenti a quel giorno, ha incitato i sostenitori a credere che le elezioni fossero state rubate. Ha rifiutato di concedere, anche dopo che le sue numerose sfide legali ai risultati dei singoli stati erano fallite. Poi, quando alcuni di quei sostenitori hanno preso d’assalto il Campidoglio, avrebbe dovuto immediatamente dire loro di fermarsi e di andare a casa, proprio in quel momento. Per molte persone, le azioni di Trump nelle settimane dopo le elezioni del 3 novembre 2020 sono state vergognose e lo hanno squalificato dal servire ancora come Presidente degli Stati Uniti.

Ma questo è un giudizio politico. I Democratici danneggeranno solamente la loro causa qualora tentassero di inventare qualche crimine o di abusare della Costituzione nel tentativo di impedire legalmente a Donald Trump di ricoprire nuovamente quella carica. Gli elettori potranno deciderlo da soli.

Tuttavia, l’anniversario ad un anno di distanza dal 6 gennaio trova i Democratici, sia nel Comitato del 6 gennaio che oltre, determinati a mantenere viva la lotta. E anche se i loro schemi ‘anti-Trump’ sembra improbabile che possano funzionare in senso legale, con l’aiuto di qualche mass media comprensivo, continueranno a focalizzare l’attenzione sul 6 gennaio per tutto il 2022.

Una domanda finale: Ma le elezioni di novembre? Gli elettori sono profondamente preoccupati per l’economia, l’inflazione, il COVID-19, il crimine, l’educazione, la competenza di Joe Biden, ed altre questioni che stanno diventando sempre più difficili per i Democratici. Alcuni nel Partito sembrano pensare che fissarsi sull’anno scorso, e su un ex presidente in particolare, possa non essere il modo migliore per affrontare queste preoccupazioni. Il mese scorso, POLITICO ha riferito che i Democratici speravano che il [comitato sul 6 gennaio] avrebbe concluso il suo lavoro questa primavera, lasciando al Partito un sacco di tempo prima delle elezioni di metà mandato per spostare l’attenzione sulle questioni ancora sul tavolo e che trovano un riscontro tra gli elettori”. Questo non accadrà.

Quindi, , questa è la settimana del 6 gennaio. Ma se alcuni Democratici continueranno su questa posizione, ogni settimana del 2022 sarà la settimana del 6 gennaio. Ed allora gli elettori potranno dire la loro.


WashingtonExaminer.com

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Byron York è il corrispondente politico capo del Washington Examiner e un collaboratore di Fox News. Ha seguito le amministrazioni Bush, Obama, Trump e ora Biden, così come il Congresso ed ogni campagna presidenziale sin dal 2000. È l’autore di “The Vast Left Wing Conspiracy”, un resoconto dell’attivismo liberal nelle elezioni del 2004. Già corrispondente dalla Casa Bianca per il National Review, i suoi scritti sono stati pubblicati sul Wall Street Journal, Washington Post, Atlantic Monthly, Foreign Affairs e New Republic. Laureato all’Università dell’Alabama e all’Università di Chicago, vive a Washington, D.C.

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