Byron York – La Democrazia americana non è mai stata in pericolo il 6 gennaio come vogliono far credere i Democratici

Byron York’s Daily Memo – La Democrazia americana non è mai stata in pericolo il 6 gennaio come vogliono far credere i Democratici.

Non è insolito sentire i Democratici ed i loro alleati nella stampa e nei media dire che i rivoltosi del Campidoglio il 6 gennaio siano pericolosamente arrivati vicini a rovesciare il governo degli Stati Uniti. Quel giorno, la Democrazia americana era “appesa a un filo”, secondo Don Lemon della CNN, che stava facendo eco a sentimenti visti anche altrove nei media.

Ecco la verità. La rivolta del Campidoglio è stata un evento spaventoso e vergognoso per il quale centinaia di partecipanti – oltre 700 finora – stanno affrontando delle accuse penali. Ma non è mai arrivata nemmeno vicino a far crollare la democrazia americana. Una buona motivazione è che così tanti membri Repubblicani del Congresso hanno poi rifiutato di seguire lo sforzo dell’allora presidente Donald Trump di contestare i risultati del Collegio Elettorale.

Ci sono state quattro votazioni su queste contestazioni delle elezioni– una ciascuna sia alla Camera che al Senato sulla contestazione dei risultati in Arizona e Pennsylvania. Nessuna è arrivata nemmeno lontanamente vicino al passare.

Tutte le votazioni sono avvenute dopo che la rivolta era finita e la Camera e il Senato erano tornati a riunirsi. La Camera era guidata da una risicata maggioranza democratica, proprio come oggi, ma il Senato era ancora sotto il controllo dei Repubblicani, con il GOP che deteneva una maggioranza di 51 seggi. (Il 5 gennaio 2021, le elezioni per il Senato della Georgia, entrambe vinte dai Democratici, erano avvenute il giorno prima, e i senatori Democratici Jon Ossoff e Raphael Warnock non sarebbero entrati in parlamento fino al 20 gennaio, dopo il loro giuramento).

Al Senato, il voto sulla contestazione dell’Arizona è stato 6 a 93 – 6senatori a favore e 93 senatori contrari. Quei sei erano Repubblicani – Ted Cruz, Josh Hawley, Cindy Hyde-Smith, John Kennedy, Roger Marshall e Tommy Tuberville. Gli altri 45 Repubblicani del Senato hanno votato contro la contestazione dei risultati dell’Arizona.

Il voto del Senato sulla contestazione della Pennsylvania è stato simile: 7 a 92. I 7 Repubblicani che hanno sostenuto la mozione erano leggermente diversi – c’erano sempre Cruz, Hawley, Hyde-Smith, Marshall e Tuberville, cui si sono aggiunti Cynthia Lummis e Rick Scott . Gli altri 44 Repubblicani hanno votato contro la contestazione dei voti della Pennsylvania.

Alla Camera, si sono stati molti più Repubblicani che hanno sostenuto le contestazioni. Ma il voto sulla contestazione dell’Arizona era ancora 121 a 303. I 121 voti per la mozione erano, ovviamente, tutti Repubblicani. Ma 83 Repubblicani della Camera hanno votato comunque contro la contestazione dell’Arizona, e 5 si sono astenuti. Sulla contestazione della Pennsylvania, il voto della Camera è stato 138 a 282. 64 Repubblicani hanno votato contro la contestazione, e 7 di loro non hanno votato.

Non è ancora del tutto chiaro perché così tanti Repubblicani alla Camera abbiano scelto di sostenere le contestazioni, dato che tutti gli stati avevano certificato i loro risultati, Donald Trump aveva perso le sue varie cause contro le elezioni, e non c’erano prove definitive di irregolarità di voto abbastanza significative da cambiare il risultato in nessuno stato.

Alcuni Repubblicani sentivano di trovarsi in linea rispetto ad alcuni precedenti che erano già stati stabiliti dai Democratici. Dopo tutto, alcuni Democratici della Camera si erano anch’essi opposti alla certificazione dei risultati del Collegio Elettorale nelle ultime delle tre elezioni presidenziali vinte dai Repubblicani. Nel 2001, dopo che George W. Bush aveva vinto il riconteggio della Florida, alcuni Democratici della Camera cercarono di fermare il conteggio dei voti elettorali di quello stato. I Democratici lo hanno fatto di nuovo nel 2005, dopo che Bush aveva vinto la rielezione. E nuovamente nel 2017, dopo l’elezione di Donald Trump, alcuni Democratici si erano opposti alla certificazione. (Infatti, anche uno dei membri che oggi siede nel comitato della Camera sul 6 gennaio, il rappresentante democratico Jamie Raskin, è stato uno di quelli che si era opposto alla certificazione dell’elezione di Trump nel 2017).

Nel 2005, dopo che i Democratici avevano denunciato delle irregolarità di voto in Ohio, le obiezioni democratiche arrivarono effettivamente ad un voto da parte della Camera. Il risultato fu 31 a 267. I 31 che votarono per non includere nella conta i Grandi Elettori dell’Ohio erano, ovviamente, tutti Democratici, mentre 88 Democratici votarono contro quella contestazione . In un’indicazione di quella che forse era una mancanza di interesse per l’argomento, 80 Democratici non hanno votato. Al Senato, il voto sulla contestazione dell’Ohio fu di 1 a 74, con l’unico voto a favore della contestazione dato della senatrice democratica-prograssista della California, Barbara Boxer.

Il quadro generale: Le contestazioni ai risultati del Collegio Elettorale, a condizione che abbiano un certo supporto sia alla Camera che al Senato, devono essere votate. Questo è quello che è successo il 6 gennaio 2021. I voti alla Camera e al Senato sono stati fortemente contrari alle contestazioni mosse da Donald Trump. Quei voti contrari includevano tutti gli eletti tra i Democratici ed un gran numero di Repubblicani.

La Democrazia non era dunque appesa ad un filo. Stava, invece, lavorando.


WashingtonExaminer.com

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Byron York è il corrispondente politico capo del Washington Examiner e un collaboratore di Fox News. Ha seguito le amministrazioni Bush, Obama, Trump e ora Biden, così come il Congresso ed ogni campagna presidenziale sin dal 2000. È l’autore di “The Vast Left Wing Conspiracy”, un resoconto dell’attivismo liberal nelle elezioni del 2004. Già corrispondente dalla Casa Bianca per il National Review, i suoi scritti sono stati pubblicati sul Wall Street Journal, Washington Post, Atlantic Monthly, Foreign Affairs e New Republic. Laureato all’Università dell’Alabama e all’Università di Chicago, vive a Washington, D.C.

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