Byron York – Il quadro presidenziale più incerto di sempre

Byron York’s Daily Memo – Il quadro presidenziale più incerto di sempre

Le elezioni presidenziali del 2024 saranno fra tre anni. Ma la questione sta dominando la politica di oggi ancor più delle prossime elezioni di midterm, che sono a meno di un anno di distanza. Questo a causa di una serie di condizioni uniche – a dire il vero, bizzarre – della politica presidenziale statunitense sia dal lato democratico che da quello repubblicano.

Cominciamo con i Democratici. Ci si aspetta che un presidente al primo mandato si ricandidi per essere rieletto. È una questione che ha un peso, perché, primo, è stato appena eletto e, secondo, può essere eletto per un secondo mandato. Negli Stati Uniti, chiamiamo un presidente che non ha più la possibilità di vincere le elezionianatra zoppa” – una descrizione che trasmette, appunto, debolezza. Generalmente si presume che un nuovo presidente, se per qualche ragione dicesse che non volesse o non potesse ricandidarsi, sarebbe un’anatra zoppa fin dall’inizio.

Joe Biden non vuole essere questo tipo di presidente e infatti dice che intende ricandidarsi nel 2024. Ma sempre più persone, “anche alcuni dei suoi alleati, non sono sicuri che lo farà“, riporta il Washington Post. Joe Biden, che è in carica da solo 10 mesi, è già il più vecchio a sedere nelle Studio Ovale nella storia degli Stati Uniti. Ha già compiuto 79 anni (sabato 20 novembre) e avrà 82 anni alla fine del suo mandato. Se dovesse correre per la rielezione, chiederebbe agli elettori di fidarsi di lui per sedersi in quell’ufficio fino all’eta di 86 anni. Non c’è alcun precedente nella politica presidenziale americana.

Quello che sta accadendo ora è che alcuni Democratici stanno intraprendendo delle azioni che si basano sul sospetto che o Biden sceglierà di non ricandidarsi oppure non sarà proprio in grado di ricandidarsi. Le speculazioni hanno fatto irruzione nella stampa, secondo cui questa o quella figura – il segretario ai trasporti Pete Buttigieg, o la senatrice Elizabeth Warren, o i colleghi Senatori Cory Booker o Amy Klobuchar – si stiano posizionando per essere pronti a correre nel 2024 se Biden non dovesse ripresentarsi.

Ma la speculazione più intensa si concentra sulla sua vice, Kamala Harris. Dopo tutto, lei sarebbe l’erede naturale di Biden se lui non dovesse ricandidarsi. Ma più di qualche democratico si preoccupa che proprio Kamala Harris, che non è riuscita a connettersi con gli elettori durante la sua corsa per la nomination del 2020 ed ha avuto un rapporto difficile con la squadra della Casa Bianca da quando è entrata in carica, potrebbe non essere la scelta più ovvia per il 2024. D’altra parte, lei è la vicepresidente. E non solo, è la prima donna vicepresidente e la prima vicepresidente non bianca. I Democratici la metterebbero da parte se Biden non si candidasse? Non senza prima una grande battaglia.

Tuttavia, è chiaro che sempre più elementi all’interno della Casa Bianca di Biden stiano remando contro Kamala Harris. Stanno dicendo ai giornalisti cose riguardo una “disfunzione” nel suo ufficio. Stanno suggerendo che lei non stia conseguendo nulla di buono. Lamentano le frustrazioni nel lavorare con lei e la sua squadra. Perché lo stanno facendo? In parte perché, almeno finora, Kamala Harris è una vicepresidente insignificante. Ma la ragione più grande è l’incertezza che circonda Joe Biden. Il re è debole. Sente che il suo successore lo sta accerchiando. Ma anche il successore è debole, e sente che gli sfidanti gli stanno girando intorno.

La linea di fondo è che le prospettive presidenziali dei Democratici sono in un flusso virtualmente senza precedenti a causa dell’età del loro capo. Ma anche le prospettive presidenziali dei Repubblicani sono in un flusso virtualmente senza precedenti, per un diverso insieme di ragioni.

Non c’è mai stata una situazione presidenziale simile a quella che Donald Trump presenta ai Repubblicani. Non c’è un presidente del loro Partito in carica, e la maggior parte delle persone avrebbe supposto che ci sarebbe stata una grande elezione primaria con molti candidati per il 2024. Invece, i potenziali candidati stanno conducendo quella che andrebbe chiamata una campagnaWait-for-Trump“. Stanno andando in Iowa, New Hampshire e South Carolina, facendo i primi passi lì. Ma lo stanno facendo per essere pronti nel caso in cui Donald Trump non corresse alla fine. Ma se lo farà, molti probabilmente si faranno da parte.

Guardate all’Iowa, il primo stato a votare alle primarie presidenziali. Negli ultimi mesi, ha visto una parata di potenziali candidati: Mike Pence, Tom Cotton, Mike Pompeo, Nikki Haley, Tim Scott, Rick Scott, Marco Rubio e Kristi Noem – praticamente tutti quelli che sono stati menzionati come candidati, con la significativa eccezione di Ron DeSantis.

È una lista di candidati potenzialmente forte. Ma, al momento, tutti passerebbero in secondo piano qualora Donald Trump decidesse di entrare in gara. La ragione, dice il presidente del Partito Repubblicano dell’Iowa, Jeff Kaufmann, è che i Repubblicani nello stato dell’Iowa sono così inorriditi da ciò che vedono come eccessi dell’amministrazione Biden che credono che debba essere fermata il più presto possibile, e credono che Donald Trump sia la loro migliore possibilità per farlo.

“Per la maggior parte degli abitanti dell’Iowa, la smania di fermare ciò che vedono come l’assurdità di Washington supera di gran lunga il fatto che Trump si ricandidi o meno”, ha detto Jeff Kaufmann in un’intervista martedì. “Vogliono che tutto questo finisca al più presto. A questo punto, penso che la maggior parte degli abitanti dell’Iowa veda Trump come il mezzo migliore per farlo. Non penso che sia ‘Amiamo Trump, quindi dobbiamo fermare Biden’. È più come, ‘dobbiamo fermare questa follia e in questo momento Trump è il miglior mezzo per riuscirci'”.

Jeff Kaufmann ha diviso le opinioni dei Repubblicani dell’Iowa verso Donald Trump in tre categorie.In primo luogo, ci sono quelli la cui lealtà a Trump è maggiore della loro lealtà al Partito, un gruppo che Kaufmann stima essere circa 1/4 dei Repubblicani. Il secondo è l’ampio gruppo, forse la metà, che si identifica come ‘repubblicano convinto‘ e che crede anche lui che Donald Trump debba essere il candidato del partito nel 2024. E infine il terzo è il gruppo, l’altro quarto che rimane, che vorrebbe vedere una vigorosa competizione nei caucus, anche con molti candidati, ma che, se la pressione si farà sentire e Trump entrasse in campo, voterebbero per lui.”

“L’unica cosa he si ritrova su tutta la linea è che tutti sostengono le sue politiche“, ha detto Jeff Kaufmann. E anche se Donald Trump non fosse in gara, sosterranno colui che vedranno come il candidato più forte per sostenere le politiche di Donald Trump. Ma credono anche che il sostenitore più forte delle politiche di Trump sarebbe Trump stesso. “Quel gruppo di mezzo, quel 50%, di Repubblicani, lo pensano per primi – per alcuni di loro è difficile vedere qualcun altro in grado di fare ciò che vorrebbero vedere a Washington senza la personalità di Trump“, ha spiegato Kaufmann. “Se si guardano indietro all’era dei Bush, vedono i Repubblicani come complici del problema. Ora, invece, sono preoccupati che chiunque non sia Trump a spingere per le politiche di Trump non sia abbastanza forte“.

Forza“. È una parola che è tornata più e più volte tra gli elettori Repubblicani da quando Donald Trump è sceso per la prima volta in campo nel 2015. Allora, e oggi, un numero significativo di Repubblicani crede che Donald Trump abbia una forza unica per respingere quella che vedono come la minaccia democraticoprogressista allo stile di vita americano. Ora, Jeff Kaufmann crede che un’entrata in scena di Trump renderebbe essenzialmente chiaro il campo repubblicano in Iowa.

Sì, ci sarebbe qualche altro candidato – Chris Christie sta già parlando di candidarsi – ma la strada per Trump sarebbe per lo più libera.

Ma che dire di tutto quello che è successo? Per milioni di persone, le sue azioni dopo le elezioni dell’anno scorso – il rifiuto di concedere, le cause legali fallite, gli intrighi per trovare un modo per ribaltare i risultati negli stati chiave, il piano per sfidare il voto del Collegio Elettorale il 6 gennaio, culminato nella rivolta al Campidoglio che è seguita – dovrebbero sembrare squalificanti. Per quanto Biden sia cattivo – e sembra proprio che l’attuale inquilino della Casa Bianca stia lavorando 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per creare le condizioni favorevoli ad un ritorno di Donald Trump – potrebbe sembrare altamente improbabile che una coalizione vincente che comprenda tutti gli elettori, al contrario di una maggioranza netta di Repubblicani come quella che abbiamo visto in Iowa o in altri stati conservatori, scelga di riportare Donald Trump alla Casa Bianca.

In New Hampshire, per esempio, il sostegno a Donald Trump non sembra essere così forte come in Iowa. Ma c’è, ed è comunque forte. Nella Carolina del Sud, il sostegno dei Repubblicani per Donald Trump è invece così forte che alcuni politici vedono le primarie del GOP in quello stato – sempre se si terranno – come una sorta di ‘apprendistato’ per posizionarsi bene nella scelta di colui che sarà il compagno di corsa di Trump.

Tutto questo potrebbe cambiare, naturalmente. Donald Trump potrebbe non ricandidarsi. Potrebbe avere qualche problema di salute – dopo tutto, avrebbe 78 anni all’inizio di un suo secondo mandato, la stessa età che Biden ha oggi, e chiederebbe agli elettori di metterlo in carica fino a 82 anni. Se Biden è troppo vecchio per essere presidente, lo sarà anche Trump. E, naturalmente, se eletto, Trump sarebbe un’anatra zoppa fin dall’inizio, dato che starebbe servendo per il suo secondo mandato.

Gli Stati Uniti hanno avuto un solo presidente che ha servito per due mandati non consecutivi alla Casa Bianca – Grover Cleveland, che ha servito dal 1885 al 1889 e di nuovo dal 1893 al 1897. Quindi, è già successo. Ma è ancora accurato dire che i Repubblicani si trovino in una situazione che è accaduta solo una volta in quasi 250 anni. Chi lo sa come andrà a finire?

Ora, aggiungete questo all’incertezza che esiste già nel Partito Democratico. Insieme, queste condizioni, in entrambi i campi, democratico e repubblicano, potrebbero rendere la stagione della campagna presidenziale più inquieta – per non dire quella più strana – di sempre.


WashingtonExaminer.com

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Byron York è il corrispondente politico capo del Washington Examiner e un collaboratore di Fox News. Ha seguito le amministrazioni Bush, Obama, Trump e ora Biden, così come il Congresso ed ogni campagna presidenziale sin dal 2000. È l’autore di “The Vast Left Wing Conspiracy”, un resoconto dell’attivismo liberal nelle elezioni del 2004. Già corrispondente dalla Casa Bianca per il National Review, i suoi scritti sono stati pubblicati sul Wall Street Journal, Washington Post, Atlantic Monthly, Foreign Affairs e New Republic. Laureato all’Università dell’Alabama e all’Università di Chicago, vive a Washington, D.C.

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