Il ciclo delle contrazioni e delle espansioni dell’economia cinese: meglio iniziare a prepararsi

Una cosa della quale possiamo certamente vantarci è quella di essere sempre stati Pro-NATO e contro ogni fanatismo per dittature o democrature cinesi e russe che siano (a differenza dell’intera categoria dei giornalisti italiani, ormai diventati attivisti e propagandisti, a causa della quale ci auguriamo che chi legge sia abbastanza furbo da non informarsi sui siti italiani d’informazione mainstream).

Da sempre vi abbiamo raccontato le fragilità dell’economia cinese e oggi vogliamo continuare a farlo, facendo anche un appello ai nostri “governanti“, avvisandoli, per quanto possibile, di cominciare a prepararsi alle prossime, grandi, contrazioni dell’economia cinese.

Pur non mettendo in dubbio la forza che il dragone attualmente possiede, essendo la seconda economia mondiale, è bene ricordare che Pechino è totalmente dipendente dall’Africa e dall’America Latina per l’approvvigionamento delle materie prime (e tutte vengono pagate in dollari).

Un rallentamento dell’economia di Pechino non significherebbe soltanto maggiori problemi per i paesi in via di sviluppo, dovuto ovviamente alla riduzione delle vendite delle materie prime, ma anche per economie più sviluppate, come quella tedesca o quella australiana, che esportano tanto verso la Cina.

Il modello economico di Pechino si è basato su una forte espansione del credito interno (cioè, l’aumento del debito in mano ad attori privati), il quale se ha certamente generato un certo benessere economico all’interno della Cina, ha anche creato delle vere e proprie “bolle” sia nel settore bancario che in quello immobiliare.

Il rapporto dei crediti alle famiglie ed alle imprese ha superato il 100% del PIL, ad una velocità maggiore rispetto al c.d. “decennio perduto” giapponese (1990-2000) ed alla crisi del mercato immobiliare statunitense.

La ripresa da questa “ipotetica” recessione cinese non sarà di certo veloce, considerato il grande livello di controllo che lo stato ha nell’economia, i fantomatici “policy makers” devono cominciare a prepararsi con una strategia per uscire da questa situazione. Una soluzione? Creare una supply chains (la famosa catena di approvvigionamento delle risorse, che sta alla base del buon funzionamento di un economia) su base regionale, e non più globale, ed espandere gli interessi della NATO in queste nuove zone di produzione.

Di seguito la traduzione di un interessate articolo del National Interest a riguardo, scritto da Desmond Lachman.

L’esperienza storica con le bolle del mercato immobiliare e del credito, anche di dimensioni inferiori a quella che si sta vivendo in Cina, è generalmente finita in lacrime. È difficile ritenere che il caso della Cina possa andare diversamente.

Napoleone aveva già a suo tempo osservato che “quando la Cina si sveglierà il mondo tremerà”. Ora che l’economia cinese si è svegliata e le nuvole di tempesta si stanno addensando sulla sua economia, Napoleone avrebbe potuto dire che “quando l’economia cinese inciampa la ripresa economica mondiale claudica”.

Non c’è dubbio che la Cina oggi costituisce una parte fondamentale dell’economia mondiale. Come risultato di molti anni di crescita economica costantemente elevata, la Cina è ora la seconda economia più grande del mondo e rappresenta oltre il 16% della produzione mondiale. Inoltre, la Cina è stata il principale motore mondiale della crescita economica. Secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI), nell’ultimo decennio, la Cina ha rappresentato circa un terzo di quella crescita.

Negli ultimi anni, la rapida crescita economica della Cina è stata una particolare manna per le economie di mercato emergenti latino-americane ed africane dipendenti dalle esportazioni delle materie prime, in quanto ha contribuito ad un super-ciclo nel mercato internazionale delle materie prime stesse. È stato anche un importante motore delle economie dei suoi partner economici asiatici, degli esportatori di beni-capitali come la Germania, e degli esportatori di carbone e ferro come l’Australia.

Ci si deve ora aspettare che se per qualsiasi motivo la ripresa economica cinese dovesse claudicare, ci sarebbero grandi effetti di ricaduta sul resto dell’economia mondiale. Le economie dei mercati emergenti non sarebbero più in grado di contare sulla spinta dei prezzi internazionali delle materie prime per dare impulso alle loro economie. Anche i partner economici asiatici della Cina, la Germania e l’Australia non potrebbero più contare sulla domanda finora insaziabile della Cina per le loro esportazioni.

Un rallentamento della crescita economica cinese dovrà anche avere un impatto negativo sui mercati finanziari internazionali. Se è vero che la Cina non ha grandi legami diretti con i mercati finanziari mondiali, potrebbe avere un impatto su questi mercati attraverso il suo effetto “indiretto” sulla crescita economica mondiale. Questo sembrerebbe essere particolarmente il caso, in un momento in cui i mercati azionari ed immobiliari mondiali molto tesi di oggi sono premessi non solo dal mantenimento di tassi di interesse ultra-bassi per lunghi periodi, ma anche alla continuazione di una forte ripresa economica globale.

Tra le ragioni per temere che l’economia cinese potrebbe presto passare ad un percorso di crescita economica molto più basso di quello che ha sperimentato nell’ultimo decennio, c’è il fatto che il suo modello di crescita economica guidato dalla proprietà e dal credito sembra aver esaurito le vie percorribili. Mentre questo modello ha avuto un grande successo nel generare la crescita economica, lo ha fatto a spese della creazione di una “bolla” del mercato immobiliare e creditizio di proporzioni epiche.

Non solo perché il mercato immobiliare cinese è aumentato fino a raggiungere il 30% delle dimensioni dell’economia oppure perché i prezzi degli immobili nelle principali città cinesi siano ora circa 40 volte il reddito medio cinese. È anche perché, nell’ultimo decennio, il credito alle famiglie ed alle imprese è aumentato fino a raggiungere il 100% del PIL. Questo ritmo di espansione del credito supera quello che si è verificato nel periodo precedente al c.d. “decennio economico perduto” del Giappone negli anni ’90 o quello che ha preceduto il crollo del mercato immobiliare e creditizio statunitense nel 2006.

L’esperienza storica con le bolle del mercato immobiliare e del credito, anche di dimensioni inferiori a quella che si sta vivendo in Cina, è generalmente finita in lacrime. È difficile ritenere che il caso della Cina possa andare diversamente. Questo sembrerebbe tanto più vero se si considera che la deflazione della bolla cinese avverrà nello stesso momento in cui il programma di prosperità comune del presidente Xi Jinping sembra cominciare ad invertire alcune delle riforme economiche di Deng Xiaoping che avevano facilitato il c.d. “miracolo economico della Cina”.

Il controllo completo del governo cinese sul suo sistema finanziario rende altamente improbabile che la Cina sperimenti lo stesso tipo di arresto che gli Stati Uniti hanno avuto dopo lo scoppio della bolla del mercato immobiliare e del credito. Piuttosto, sembrerebbe fin troppo probabile che la Cina sperimenterà lo stesso tipo di “decennio economico perso” che ha avuto il Giappone dopo lo scoppio della sua bolla, con le sue !aziende zombie” ed i bilanci delle sue banche sovraccarichi di prestiti in sofferenza.

Come i problemi acuti di Evergrande, il gigante societario per lo sviluppo immobiliare cinese, sembrano ricordarci, non sarebbe troppo presto per i responsabili della politica economica globale per prepararsi agli effetti della ricaduta sul resto dell’economia mondiale di un tale “decennio economico perduto” cinese.


NationalInterest.org

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