The Federalist – Perché il procuratore speciale John Durham ha citato in giudizio la Brookings Institution

Un think-tank di sinistra è stato il punto di partenza della bufala del Russiagate: molti membri chiave dello staff sono stati coinvolti negli sforzi per sostenere che Trump avesse cooperato con Putin per rubare le elezioni del 2016.

Nell’aprile 2021, la Brookings Institution ha finalmente confermato pubblicamente che lo Special Counsel John Durham aveva richiesto di portare in giudizio i documenti del think-tank di sinistra con sede a Washington nel dicembre 2020. Gli amichevoli giornalisti della rivista Time hanno inquadrato il mandato di comparizione come limitato al rapporto decennale dell’ex staffer della Brookings, Igor Danchenko.

L’incriminazione di Danchenko della scorsa settimana, tuttavia, fornisce un perfetto promemoria sul fatto che la Brookings sia stata il “Ground Zero” per la bufala della collusione con la Russia, con molti membri chiave dello staff coinvolti nella dannosa bugia secondo Donald Trump abbai cooperato con Vladimir Putin per rubare le elezioni del 2016.

Giovedì scorso, Durham ha accusato Danchenko in un atto formale in cinque capi di aver mentito all’FBI durante l’interrogatorio degli agenti in relazione al suo ruolo di “Sub-Fonte primaria” di Christopher Steele per la compilazione del famoso dossier che ha permesso la sorveglianza elettronica dell’amministrazione Obama sulla campagna di Trump.

I dettagli nell’atto d’accusa di 39 pagine forniscono un’ulteriore prova che la squadra di Durham abbia costantemente sbrogliato la matassa dello Spygate, con il filo più recente che porta nel campo della Clinton – ed alla Brookings Institution, che è di sinistra.

Igor Danchenko

Danchenko ha parlato con il ‘PR Executive-1’?

Mentre l’atto d’accusa imputa a Danchenko di aver mentito all’FBI su Sergei Millian, che serviva come fonte secondaria per il dossier, è la presunta falsa affermazione di Danchenko di non aver mai comunicato con il “PR Executive-1” che si rivela più significativa ai fini di scoprire la verità dietro la bufala della cospirazione della Russia.

Poco dopo che l’atto d’accusa è stato reso pubblico, l’avvocato Ralph Martin ha confermato che il suo cliente, Charles Dolan Jr., sia il PR Executive-1” rimasto fino ad ora senza nome. La rivelazione che Danchenko abbia usato Dolan come “sub-fonte” per il dossier è significativa a causa delle connessioni di lunga data tra Dolan con la famiglia Clinton ed il Partito Democratico americano – e perché nulla di quello contenuto nel dossier la cui fonte sembra essere Dolan sembra essere vero, compresa una dichiarazione nel dossier che Dolan ha completamente inventato.

Così, grazie alla messa in stato d’accusa di Danchenko, il pubblico ora sa che un amico dei Clinton, nella persona di Charles Dolan Jr., ha fornito a Danchenko informazioni false, che Danchenko ha poi presentato a Christopher Steele come informazioni veritiere. Steele ha poi travasato le affermazioni di Danchenko nel dossier finanziato dalla campagna della Clinton che l’ex agente del MI6 ha poi fornito all’FBI.

La discussione dell’atto d’accusa sulla relazione tra Dolan e Danchenko ha rivelato un altro dettaglio che, anche se non è importante ai fini dei crimini contestati, si rivela significativo per comprendere l’interrelazione dei molti attori che hanno spinto la bufala della collusione con la Russia – cioè, come Danchenko e Dolan si sono incontrati.

Christopher Steele

A proposito di ‘relazioni incestuose’ a Washington…

Secondo l’atto d’accusa, nel febbraio 2016 una dipendente della Brookings Institution, Fiona Hill, presenta Danchenko a Dolan. Danchenko conosceva la Hill, poiché aveva anche lavorato per il thinktank come analista della Russia dal 2005 al 2010 circa. Durante quel periodo, come il rapporto dell’ispettore generale sull’abuso dei mandati di sorveglianza FISA avrebbe rivelato in seguito, Danchenko era già sotto inchiesta per essere un potenziale agente russo.

Significativamente, la Hill ha anche presentato Danchenko a Steele, un suo amico di lunga data, nel 2010 circa. In seguito alla presentazione di Danchenko a Steele da parte della Hill, la società Orbis di Steele ha assunto Danchenko come appaltatore per vari lavori, e alla fine Danchenko è diventato il “Primary Sub-source“, la fonte primaria, del falso dossier di Steele.

La Hill ha anche parlato con Steele riguardo al suo lavoro sul dossier, incontrandosi con lui nell’ottobre 2016 quando ancora lavorava per la Brookings Institution. La Hill ha continuato a parlare con Steele anche nel 2017, dopo aver lasciato la Brookings Institution ed accettato una posizione nell’amministrazione Trump attraverso il National Security Council.

La Hill non era l’unica dipendente della Brookings collegata alla bufala della collusione con la Russia. Come Chuck Ross ha spiegato per The Daily Caller più di un anno fa, la testimonianza di Steele nella causa di diffamazione presentata contro di lui nel Regno Unito da Aleksej Gubarev, un dirigente russo di tecnologia, ha stabilito che il presidente della Brookings Institution all’epoca, Strobe Talbott, ha chiamato Steele “dal nulla nell’agosto 2016”, chiedendogli circa il suo progetto contro Trump.

Come per Dolan, le credenziali di quest’ultimo amico della Clinton sono impressionanti: ha servito come vice segretario di stato sotto il presidente Bill Clinton e nel comitato consultivo degli affari esteri del Dipartimento di Stato al tempo in cui Hillary Clinton era Segretario di Stato.

Il principale amico della Clinton alla Brookings Institution avrebbe parlato ancora con Steele. L’avvocato principale nella causa di diffamazione contro Steele ha dichiarato che Steele “ha telefonato al signor Talbott il 2 o 3 novembre 2016, e il signor Talbott ha chiesto copie dei memorandum da discutere con John Kerry ed altri funzionari del Dipartimento di Stato”. Fusion GPS ha poi fornito una copia del dossier a Talbott.

Il complotto accelera dopo le elezioni del 2016

Poi, dopo la sconfitta a sorpresa di Hillary Clinton per mano di Donald Trump nel 2016, sempre secondo l’avvocato di Steele, Steele ha scritto all’allora presidente della Brookings il 12 novembre 2016 a proposito del dossier: “Caro Strobe, so che questo non è semplice, ma abbiamo bisogno di discutere il pacchetto che ti abbiamo consegnato l’altra settimana, e prima è meglio è. Cosa ne pensi, cosa ne hai fatto, come noi (entrambi) dovremmo gestirlo e le questioni che evidenzia andando avanti, ecc.”

Talbott ha poi fornito a Fiona Hill, che era allora al Dipartimento di Stato sotto l’amministrazione Trump, una copia del dossier, un giorno prima che BuzzFeed lo pubblicasse.

La testimonianza di Steele nel caso di diffamazione nel Regno Unito ha rivelato ulteriori connessioni con la Brookings Institution, con Steele che sostiene che Susan Rice, che era il consigliere per la sicurezza nazionale di Barack Obama all’epoca, o Victoria Nuland, assistente segretario di stato di Obama, avevano informato Talbott sul lavoro che Steele stava facendo. Nella sua testimonianza, Steele ha notato che Rice e Nuland erano state colleghe di Talbott alla Brookings.

Steele ha sottolineato che Talbott era rimasto fuori dal governo per 15 anni. Poi Steele ha ribadito la sua affermazione: “Era un esperto della Russia”, riferendosi a Talbott, “È stato consultato, credo, sia dalla consigliera per la sicurezza nazionale Rice che dall’assistente segretario Nuland, entrambi i quali hanno lavorato con lui alla Brookings Institution” prima di entrare nell’amministrazione Obama. Steele ha inoltre testimoniato di aver appreso che Talbott avesse parlato sia con la Nuland che con un altro segretario di stato di Obama, John Kerry.

Una portavoce della Rice ha poi detto al The Daily Caller che era “assolutamente e completamente falso” che la Rice avesse parlato con Talbott riguardo all’indagine di Steele. Al contrario, la Nuland, che ha servito come capo dello staff di Talbott quando quest’ultimo era vice segretario di stato nell’amministrazione di Bill Clinton, ha rifiutato la richiesta di commento del The Daily Caller.

Strobe Talbott

Le connessioni della Nuland con Brookings ed il dossier Steele.

Mentre la relazione della Nuland con Talbott e la Brookings risalivano almeno agli anni ’90, durante l’amministrazione Clinton, sono rimaste attive anche nel 2016 ed oltre. Appena due anni prima che il dossier di Steele entrasse in scena, la Nuland e suo marito, Robert Kagan, che serviva come senior fellow alla Brookings, venivano descritti comel’ultima coppia del potere americano“. Dopo l’elezione di Trump, l Nuland si è unita alla Brookings come non-resident scholar, anche se ora è tornata a lavorare ufficialmente per i Democratici come diplomatico “numero tre” dell’amministrazione Biden.

Ma già nel 2016, la Nuland lavorava per l’amministrazione Obama come assistente del Segretario di Stato. In quel ruolo, avrebbe approvato un incontro del 5 luglio 2016 tra Steele ed un agente dell’FBI. La Nuland avrebbe poi testimoniato di aver visto per la prima volta degli estratti del dossier a metà luglio del 2016.

Steele ha anche testimoniato di aver appreso come l’FBI ed il Dipartimento di Stato abbiano discusso le informazioni “fin dall’inizio”, e che prima di incontrare l’FBI a Londra, all’inizio di luglio, l’agente abbia dovuto “chiarire le sue linee con Victoria Nuland”.

Il coinvolgimento della Nuland è stato poi confermato da Jonathan Winer, un altro funzionario di alto livello del Dipartimento di Stato. Winer ha affermato di aver incontrato Steele nel settembre 2016 e di aver esaminato una copia del dossier, dopo di che ha preparato un riassunto di due pagine sulle “informazioni” di Steele e lo ha condiviso con la Nuland. La Nuland “ha indicato che sentiva che [il Segretario di Stato John Kerry] aveva bisogno di essere messo a conoscenza di questo materiale“, secondo un articolo che Winer ha scritto per il Washington Post dopo che sono emersi i dettagli del suo ruolo nello Spygate.

Il coinvolgimento di Winer non era limitato solo al dossier Steele, come si vedrà tra poco. Tornando prima alla connessione con il presidente della Brookings, Strobe Talbott, con i protagonisti. Mentre l’impegno di Talbott con Steele è ben documentato, una dichiarazione fatta da un avvocato nel corso della causa di diffamazione contro Steele solleva ulteriori questioni riguardanti le comunicazioni del presidente della Brookings con Sir Andrew Wood. Nel corso di quel caso, l’avvocato per la diffamazione ha affermato che Wood avrebbe “telefonato al signor Talbott il 2 o il 3 novembre”.

Mentre non è chiaro quali siano state le comunicazioni tra Talbott e Wood, la squadra di Durham ha sostenuto nell’atto d’accusa che il conoscente di Talbott, amico della Clinton, Charles Dolan Jr., ha notato in una e-mail che è “anche in contatto con l’ex ambasciatore britannico che conosce [Steele]”, un apparente riferimento a Sir Andrew Wood.

Victoria Nuland

Sir Andrew Wood si collega a John McCain e a James Comey

Sir Andrew Wood si rivela significativo per la storia, perché in seguito ha incontrato l’ormai defunto senatore John McCain e il suo assistente al McCain Institute, David Kramer, mentre i tre erano all’Halifax International Security Forum. Kramer ha testimoniato che, mentre erano lì, Wood li ha avesse informati entrambi del lavoro di Steele. Kramer poi volò a Londra per incontrare Steele e rivedere il dossier.

Il giorno seguente, dopo il ritorno di Kramer negli Stati Uniti, Fusion GPS ha fornito una copia del dossier di Steele al senatore John McCain. McCain l’ha poi passato all’allora direttore dell’FBI James Comey. McCain aveva anche chiesto a Kramer di informare Celeste Wallander e la Nuland. (Kramer, apparentemente di sua iniziativa, ha anche fornito una copia del dossier a diversi media).

Il briefing di Kramer sulla Nuland la collega nuovamente al dossier. Ma la Nuland non era l’unica della due connessa alla Brookings Institution: Nel corso della sua lunga carriera a Washington, Celeste Wallander aveva precedentemente servito come membro della delegazione congiunta Brookings InstitutionCenter for Strategic and International Studies sull’HIV/AIDS in Russia.

John McCain

Benjamin Wittes della Brookings Institution

Ancora più collegato alla Brookings era Benjamin Wittes, un senior fellow della Brookings. Wittes ha anch’egli fornito una copia del dossier a Comey, scrivendo in una e-mail: “Sto scrivendo perché un documento molto strano è passato dalla mia scrivania che può – o non può – avere implicazioni per le indagini che state conducendo”.

Benjamin Wittes, che aveva co-fondato la Lawfare che collabora con la Brookings Institution, ha poi trascorso i successivi anni, insieme ai suoi colleghi alla Lawfare, spingendo la bufala della collusione russa, facendo danni irreparabili agli Stati Uniti.

Anche dopo che l’accusa a Michael Sussman ha rivelato che la cospirazione Alfa Bank-Trump era stata ordita dalla campagna della Clinton e poi venduta all’avvocato generale dell’FBI James Baker, Wittes è rimasto impassibile nella sua difesa della notizia, definendo la storia “squallida”, ma “abbastanza tipica negli sforzi nella ricerca di qualcosa da opporre nelle campagne elettorali con una posta in gioco alta”.

La connessione Clinton-Brookings alla bufala della collusione con la Russia ha raggiunto anche il consigliere sulla politica estera di Hillary Clinton, Jake Sullivan. La settimana scorsa, Fox News ha riferito che Sullivan, che ora serve come consigliere per la sicurezza nazionale per Joe Biden, è stato identificato come l’innominato “consigliere per la politica estera” di Hillary Clinton nell’atto d’accusa del procuratore speciale Durham contro Sussmann.

L’atto d’accusa di Sussmann imputa all’avvocato dello studio legale Perkins Coie Jake Sullivan di aver mentito all’avvocato generale dell’FBI James Baker. Sussmann aveva informato il consigliere sulla politica estera della Clinton riguardo la storia della Banca Alfa, una banca russa con forti legami al Cremlino. Poco dopo, Sullivan iniziò a spingere quella falsa storia su tutta la stampa. Mentre Sullivan aiutava la campagna della Clinton, serviva anche come membro della “Order from Chaos Task Force” della Brookings Institution.

A partire dall’estate 2015 e fino a dicembre 2016, Sullivan ed altri membri di quella task force si sono incontrati in sette sessioni per condurre “un’immersione profonda nella politica estera degli Stati Uniti”, ha spiegato il presidente della Brookings, Talbott, nel rapporto finale pubblicato nel febbraio 2017. Tra gli altri, Talbott ha notato l’apprezzamento della task force per il tempo e gli sforzi di Fiona Hill.

Benjamin Wittes e James Comey

Brookings, Brookings, ovunque

Un’altra connessione con la Brookings precede la stesura del dossier di Steele, con la produzione, circa nell’aprile 2016, deldossier Cody Shearer“, che rispecchiava in qualche modo alcune anticipazioni poi confluite nel successivo dossier di Steele. Cody Shearer era il cognato del presidente della Brookings Institution e diede il suo rapporto a Steele, che poi lo incluse nel suo dossier. Più tardi, lo stretto amico e faccendiere di Clinton, Sidney Blumenthal, fornì a Winer anche una copia del rapporto Shearer.

L’evento della Brookings Institution del 17 ottobre 2016 rivela un’altra interessante connessione tra il think tank liberal e David Korn. Korn, un reporter di Mother Jones, ha fatto parte di un panel presso il think tank di Washington nello stesso periodo in cui Steele gli aveva parlato del dossier. Korn avrebbe poi pubblicato una storia sul dossier il 31 ottobre 2016, mentre dava a James Baker, allora avvocato generale dell’FBI, una copia del dossier.

James Baker è lo stesso funzionario governativo preso di mira da Sussman, l’avvocato dello studio Perkins Coie, incriminato da Durham poco più di un mese fa, per aver presumibilmente mentito sul fatto che i suoi white-papers e le informazioni su Alfa Bank provenissero dal suo lavoro con un cliente. Da allora, Baker si è ufficialmente unito ai ranghi sia di Brookings che della sua affiliata, il Lawfare Institute, trasferendosi lì dall’FBI nel maggio del 2018.

Hillary Clinton

… e molto di più è probabile che arrivi.

Queste molte connessioni tra la campagna della Clinton ed il think-tank Brookings, e forse anche di più, saranno probabilmente ulteriormente esposte man mano che l’indagine dello special counsel Durham continuerà. Il miglior indizio di questo viene dal fatto che la Brookings stessa ha dato ai giornalisti amici del New York Times la notizia che Durham aveva citato in giudizio il think-tank.

Senza l’annuncio della Brookings, che riconosce l’esistenza del mandato di comparizione, la mossa di Durham per ottenere i documenti dall’organizzazione sarebbe sconosciuta al pubblico. Ma rivelando l’esistenza del mandato di comparizione, Brookings è riuscita ad inquadrare l’interesse di Durham nei documenti detenuti dal think tank come “limitato al lavoro di Danchenko”.

“Il signor Durham ha ottenuto documenti dalla Brookings Institution relativi ad Igor Danchenko, un ricercatore russo che ha lavorato lì un decennio fa”, ha riferito il New York Times ad aprile. Lo stesso articolo ha ribadito il punto, sostenendo che “Durham ha ottenuto vecchi file personali ed altri documenti relativi al signor Danchenko dalla Brookings Institution, un importante think tank di Washington, attraverso un mandato di comparizione”. “Danchenko aveva lavorato lì dal 2005 al 2010”, ha spiegato l’articolo, presentando la connessione con la Brookings come antiquata.

L’avvocato generale della Brookings, Michael Cavadel, “ha confermato il mandato di comparizione per documenti ed altri materiali sul signor Danchenko”, dicendo che nessuno dei documenti richiesti “conteneva informazioni associate ai rapporti noti come il dossier di Steele”.

Ma questo non significa che il mandato di comparizione di Durham sia limitato alle informazioni su Danchenko. Qui è importante ricordare che un gran giurì può emettere un mandato di comparizione per cercare informazioni rilevanti – il destinatario non deve essere accusato, o sospettato, di un crimine.

Date le vaste relazioni tra i vari impiegati governativi che hanno spinto la bufala della collusione con la Russia, i compari della Clinton e gli individui collegati alla Brookings Institution, sarebbe scioccante se Durham non citasse in giudizio la Brookings, cercando tutte le informazioni relative ai vari attori ed alle indagini sulla collusione russa, comprese le comunicazioni tra i vari attori della campagna della Clinton, di Brookings, del team dell’FBI Crossfire Hurricane e le squadre investigative dell’ex procuratore speciale Robert Mueller.

Cavadel, l’avvocato generale della Brookings, non ha risposto a una richiesta di commento di The Federalist. Ma se Durham continuerà a parlare attraverso le sue incriminazioni, nessun commento potrebbe essere necessario.


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