Byron York – È ora che Mark Milley parli

Byron York’s Daily Memo – È ora che Mark Milley parli.

La macchina pubblicitaria è in funzione per l’ultimo libro di Bob Woodward, “Peril“, un resoconto degli ultimi mesi dell’amministrazione Trump e dei primi mesi dell’amministrazione Biden, scritto insieme a Robert Costa del Washington Post. Washington tradizionalmente si agita molto per le rivelazioni di Woodward, una tradizione che si è intensificata negli anni di Trump.

Ora, ci sono già resoconti contrastanti su alcuni momenti chiave del libro. Il più importante è la sua affermazione secondo cui il presidente dei Capi di Stato Maggiore congiunti Mark Milley fosse così preoccupato dello stato di salute mentale del presidente Donald Trump, così preoccupato che Trump potesse iniziare una guerra, che chiamò segretamente il massimo generale della Cina e gli promise che gli Stati Uniti non avrebbero attaccato. “In un paio di telefonate segrete“, dice da un resoconto del libro il Washington Post, “il gen. Mark A. Milley… ha rassicurato la sua controparte cinese, il gen. Li Zuocheng dell’Esercito Popolare di Liberazione, che gli Stati Uniti non avrebbero colpito”.

È una storia incredibile. Un generale dell’esercito si assume i poteri della presidenza e conduce relazioni estere private con il più potente concorrente dell’America? Più di un osservatore ha visto un tradimento all’opera. In una lettera a Joe Biden, il senatore repubblicano Marco Rubio ha detto: “Scrivo con grave preoccupazione per quanto riguarda la recente segnalazione secondo cui il generale Mark Milley […] ha lavorato per minare attivamente l’autorità del Comandante-In-Capo delle forze armate degli Stati Uniti e contemplato una fuga di notizie classificate e tradimento a vantaggio del Partito Comunista cinese prima di un potenziale conflitto armato con la Repubblica popolare cinese”. Rubio ha esortato Biden a licenziare Milley immediatamente.

Ma aspettate. Sembrerebbe che la storia appartenga alla categoria “grossa, se vera“. Perché non molto tempo dopo che la macchina delle public relations di Woodward si è messa in moto, Jennifer Griffin di Fox News, che ha delle buone fonti al Pentagono, ha twittato una versione che era significativamente diversa dalla versione di Woodward.

“C’erano 15 persone nelle chiamate in video-conferenza, compreso un rappresentante del Dipartimento di Stato, e le note di lettura delle due chiamate di Milley con la sua controparte cinese sono state condivise con la comunità di intelligence e l’Interagenzia“, ha twittato martedì la Griffin, citando fonti del Pentagono. Le due chiamate alla Cina erano “di routine“, ha continuato la Griffin, insieme a “più di una dozzina di chiamate con gli alleati della NATO, dopo il 6 gennaio, per rassicurarli che il governo degli Stati Uniti fosse stabile e per rassicurare la Cina che gli Stati Uniti non avevano pianificato un attacco a sorpresa, uno sforzo per evitare malintesi”.

Quindi qual è la vera storia? Le chiamate erano “segrete“? Oppure erano “di routine“? Riguardavano lo “stato di salute mentale” di Trump? Cosa ha detto veramente Milley al generale Li? Le risposte a queste e altre domande sono assolutamente decisive. E chi sono le fonti per tutte queste storie?

Il punto è che si parlerà molto delle rivelazioni di Woodward nei prossimi giorni. Sarà importante cercare di capire cosa è vero e cosa non lo è, cosa è esagerato e cosa no. Le azioni di Milley meritano un serio esame, non solo sulla stampa, ma molto più importante, a Capitol Hill. Milley deve comparire davanti al Comitato per i Servizi Armati del Senato il 28 settembre. È tempo che il pubblico ascolti la sua versione.


WashingtonExaminer.com

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Byron York è il corrispondente politico capo del Washington Examiner e un collaboratore di Fox News. Ha seguito le amministrazioni Bush, Obama, Trump e ora Biden, così come il Congresso ed ogni campagna presidenziale sin dal 2000. È l’autore di “The Vast Left Wing Conspiracy”, un resoconto dell’attivismo liberal nelle elezioni del 2004. Già corrispondente dalla Casa Bianca per il National Review, i suoi scritti sono stati pubblicati sul Wall Street Journal, Washington Post, Atlantic Monthly, Foreign Affairs e New Republic. Laureato all’Università dell’Alabama e all’Università di Chicago, vive a Washington, D.C.