Crisis Magazine – È tempo di verità sull’Afghanistan

Regis Martin, ex veterano del Vietnam, spiega la sua verità sull’Afghanistan, criticando tutta la politica americana.

Non è passato molto tempo da quando lasciai definitivamente il Vietnam del Sud – il mio anno di servizio è terminato bruscamente due settimane prima della scadenza, a causa del pressante accerchiamento del paese ad opera del nemico – quando arrivò la notizia che Saigon era definitivamente caduta. Era l’aprile del 1975, e a quel punto l’appetito dell’America per la guerra si era praticamente esaurito. Ero stato di stanza appena fuori dalla città e avevo viaggiato dentro e fuori molte volte, ed ero triste per le devastazioni subite da una capitale un tempo graziosa, conosciuta come “la Parigi d’Oriente“.

Ma vedere il filmato di quell’ultimo volo che si sollevava dal tetto dell’ambasciata degli Stati Uniti, con decine di vietnamiti disperatamente aggrappati all’elicottero, mi lasciò disgustato ed imbarazzato. Ecco il capitolo finale di un tentativo fallito degli Stati Uniti di salvare un alleato assediato dalle “tenerezze” dei Viet Cong. Avevamo abbandonato questa gente, e per nessun’altra ragione se non quella che avevamo perso la volontà di vincere.

Era un’umiliazione a cui speravo di non assistere mai più.

E se non avessi visto i filmati che arrivavano da Kabul, e non avessi visto lo sfacelo al rallentatore che si è svolto giorno dopo giorno sullo schermo della televisione, forse non avrei mai più rivisto una cosa simile.

Quello che abbiamo fatto a noi stessi permettendo che questo accadesse, quello che abbiamo permesso che fosse fatto agli afghani a cui avevamo promesso protezione, è indicibile. Ci siamo disonorati davanti al mondo e ci vorranno più delle solite misure di pulizia domestica per rimuovere questa macchia.

Ma siccome dobbiamo cominciare da qualche parte, eliminiamo almeno i responsabili di questa catastrofe, cominciando dal presidente e da tutta la miserevole cerchia dei suoi consiglieri, compresi, specialmente, quei buffoni in uniforme la cui incompetenza è stata ampiamente dimostrata nel corso di questo disastro.

Abbiamo passato venti anni rovinosi in un paese che alla fine non abbiamo potuto salvare. E a quale costo? Innumerevoli vite e tesori. Per che cosa? Per trovare e punire i pochi terroristi che hanno fatto saltare in aria i nostri edifici assieme a tremila o più dei nostri concittadini. Questo è il motivo per cui siamo andati lì per la prima volta. E, sorpresa, sorpresa, ci siamo riusciti. Infatti, nelle prime settimane e mesi di guerra, siamo riusciti, grazie ad una manciata di operazioni speciali, a localizzare ed uccidere la maggior parte di loro. 

Perché poi non ce ne siamo andati? Come abbiamo impiegato gli ultimi vent’anni? Nella costruzione di una nazione. Un esercizio di pura futilità, prolungato, costato molte migliaia di vite e molti altri miliardi di dollari. A quale scopo? Per trasformare gli abitanti di una tribù di allevatori di capre rimasta nell’ottavo secolo in abitanti delle periferie del ventunesimo secolo? Un mondo pre-moderno di fondamentalisti musulmani improvvisamente trasformato in un pubblico di ascoltatori della NPR (la National Public Radio americana, n.d.r.) bevendo un bicchiere di latte prima di andare a dormire?

Ci sono alcune idee, come direbbe Orwell, così assurde che solo un intellettuale potrebbe crederci. Chiunque poteva vedere, a meno che non fosse così innamorato dell’ideologia da rimanere cieco di fronte al mondo reale, che questo fosse un esperimento destinato a fallire – ad autodistruggersi, in realtà, cosa che certamente è avvenuta, assieme ai morti disseminati e fatti a pezzi dalle bombe degli attentatori suicidi negli ultimi giorni di quella che è stata ridicolmente chiamata un “evacuazione“.

Che fine orribile e terribile per quei poveri Marines all’aeroporto e per le centinaia di civili afgani che erano lì a difendere!

Chi si assumerà la responsabilità di tutto questo? Questo è quello che voglio sapere. A chi imputare questa catastrofe? Questo è ciò che l’America deve provare a scoprire nelle prossime settimane. Se non per noi stessi, certamente per i nostri figli, che sono stati costretti a crescere in un mondo dominato dalla cosiddetta “Guerra al Terrore“. Grazie alla lunga ombra gettata dall’11 settembre – quell’intero apparato massiccio e di vasta portata che è diventato lo “stato di sicurezza” – è l’unico mondo che conoscono. Non sono mai saliti su un aereo senza doversi sottoporre alla routine disumanizzante dei controlli. Hanno sicuramente il diritto di sapere come è iniziata.

Penso in particolare ai miei figli, che non sono meno sconcertati di me a questi eventi. Uno è un giovane Marine che, non molto tempo fa, è stato in azione in Medio Oriente. “Una volta marine, mi dice, sempre marine”. Ha aderito presto al Corpo, agli ideali di eroismo ed amore per la patria. Si è unito perché credeva in quello che rappresentava, perché voleva difendere l’America dai suoi nemici. Il suo senso di tradimento è più profondo rispetto a quello che provano molti altri. Avendo perso degli amici in questa guerra folle, è una cosa molto personale per lui.

A proposito, non si tratta di politica. Non c’è bisogno di tracciare delle linee nette nella sabbia del panorama politico, o di aver indossato un cappellino MAGA con una maglietta di Trump, per provare un senso di indignazione per quello che è successo. C’è abbastanza colpa qui per entrambi i partiti da vergognarsi. Né i democratici né i repubblicani hanno dimostrato molto coraggio nell’affrontare il nemico, a cominciare dal rifiuto di chiamarlo con il suo nome: terroristi di matrice islamica.

La mancata identificazione della natura del nemico, del volano di fanatismo che fa girare la ruota dei Talebani, ha seriamente compromesso lo sforzo per sconfiggerlo. C’è da stupirsi che la guerra al terrorismo sia durata più a lungo di qualsiasi altra nella storia degli Stati Uniti? Immaginate se avessimo lasciato inesplorate le premesse dell’ideologia nazista quando combattevamo il Terzo Reich? Oltre al formidabile William Kilpatrick, che è stato meravigliosamente instancabile nei suoi sforzi per smascherare il vero volto del nemico, chi altro a Destra ha avuto il coraggio di porre l’argomento? Nemmeno FOX News lo tocca. Per quanto riguarda i politici di formazione conservatrice, a meno che non mi sia sfuggito qualcosa, anche loro hanno fatto spallucce. 

Tale auto-inganno è stato a lungo il fulcro della nostra politica verso il mondo musulmano, e la distruzione che si è verificata all’aeroporto di Kabul deriva da esso. Probabilmente è troppo tardi, ma dobbiamo comunque iniziare a dire la verità.

Regis Martin è professore di teologia e membro della facoltà del Centro Veritas per l’etica nella vita pubblica presso l’Università francescana di Steubenville. Ha conseguito la licenza e il dottorato in teologia sacra presso la Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino a Roma. Martin è autore di diversi libri, tra cui “Still Point: Loss, Longing, and Our Search for God” e “The Beggar’s Banquet” (Emmaus Road). Il suo libro più recente, anch’esso pubblicato con Emmaus Road, si intitola “Witness to Wonder: The World of Catholic Sacrament”.


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