Il Flop dell’Afghanistan: chi c’è dietro l’ascesa dei Talebani e a chi conviene

Con il ritiro disordinato organizzato dall’amministrazione di Sleepy Joe, l’Afghanistan torna nelle mani dei Talebani. La Cina è pronta a coprire il vuoto lasciato dall’Occidente, grazie al Pakistan, il paese che sta dietro alla nuova ascesa degli islamisti .

Che cos’è l’Afghanistan: sintesi generale

Se l’Afghanistan ha resistito alle mire espansionistiche dell’Impero inglese, di quello zarista e sovietico ed infine anche al difficile tentativo della missione di peace-keeping della NATO a guida americana, ciò è dovuto non solo alle caratteristiche morfologiche del territorio, in parte montuoso con presenza di grotte, cunicoli e nascondigli naturali adatti per le imboscate, ma soprattutto da chi abita in quei territori. Il puzzle etnico si compone a nord con la presenza di uzbeki, turkmeni, tagiki, nelle zone centro-occidentali gli hazara, a ovest e sud-ovest gli aimak e i beluchi (entrambi di origine iraniana), a est e sud-est, lungo il confine con il Pakistani, i pashtun ed infine altre etnie nomadi. I pashtun sono i più numerosi (tra il 35-40% della popolazione afgana) e a loro volta si suddividono tra “stanziali” e “nomadi”, spostandosi attraverso il territorio pakistano. Di confessione sunnita sono la vera e propria “fabbrica di talebani”.

Con tutte queste etnie, divise a loro volta in tribù e clan, spesso in conflitto tra loro (ad esempio i confinanti aimak e hazara) e con un’altra che detiene un certo peso politico (i pashtun) non ci sarà mai la possibilità di avere un vero e proprio governo di unità nazionale simile ai modelli occidentali, neppure se venissero separati in piccoli stati indipendenti, visto le diatribe di confine che ne potrebbero scaturire. Solo la dittatura islamista, in un paese quasi interamente musulmano, ha oggettivamente avuto la possibilità di unire gran parte del paese con un’interpretazione della Sharia tra le più oscurantiste ed il terrore. Il vicino Pakistan ha sempre spinto per avere il paese chiuso per motivi di sicurezza nazionale.

L’obbiettivo di cinesi e pakistani

La Repubblica Popolare Cinese è un solido alleato del Pakistan fin dagli anni Sessanta, quest’ultimo inseritosi come “terzo incomodo” tra le due super-potenze della Guerra Fredda. I motivi sono i vari embarghi applicati più volte e ad intermittenza dagli Stati Uniti – dalle guerre indo-pakistane degli Sessanta e Settanta, passando alla proliferazione nucleare di inizio anni novanta fino all’ultimo embargo, emesso dall’amministrazione Trump, a causa dell’appoggio offerto ai gruppi islamisti che potevano addestrarsi in campi a loro dedicati e per la persecuzione delle minoranze religiose, come i cristiani, all’interno del paese – ma bisogna conteggiare anche l’alleanza commerciale e militare dell’Unione Sovietica con l’India, il vero nemico del governo di Islamabad.

La Cina ha trovato nel Pakistan un “alleato perfetto” per mettere un primo tassello in quella area geografica ed avere anche una sorta di “cuscinetto” sul versante montuoso a oriente. La rivalità con l’India, con la quale ha un contenzioso mai risolto lungo il confine con il Tibet, ha spinto Pechino ad aprire negli anni Sessanta una via commerciale, fino a costruire negli anni Settanta industrie e fabbriche – soprattutto belliche – che vennero successivamente cedute al governo di Islamabad che, in questo modo, cercò di ridurre il gap tecnologico che aveva con l’India, almeno da un punto di vista militare. La partnership tra Islamabad e Pechino ha portato a collaborazioni industriali poco conosciute in Occidente, e mai prese troppo in considerazione, se non da una certa stampa specializzata su argomenti militari e aerospaziali.

Con l’ascesa dei Talebani, che conquistarono la capitale Kabul all’inizio degli anni Novanta, i servizi segreti pakistani (ISI = Inter Services Intelligence) hanno cercato di mettere il paese in mano a un governo che fosse in grado di non allinearsi con le altre potenze, di chiudere i confini e di isolarsi in modo da permettergli di concentrarsi a est, verso l’India ed i territori contesi (ad esempio il Punjab e fertile Kashmir) oltre che a tenere i turbolenti e scomodi pashtun in buoni rapporti, senza infastidirli troppo. Durante l’occupazione sovietica degli anni Ottanta, quella parte di confine venne sorvegliata da reparti della difesa aerea e i caccia pakistani furono protagonisti di alcuni combattimenti aerei contro le forze aeree governative comuniste afgane a causa dei numerosi sconfinamenti. Due fronti aperti rischiano in questo modo di ridimensionare e mettere a rischio l’integrità del paese, ecco perché i Talebani fanno così comodo al Pakistan.

Ultimo tassello in ordine di tempo é l’incontro tra il governo cinese ed una delegazione di Talebani avvenuta lo scorso 28 luglio a Tianjin, nella zona occidentale della Cina, preparato dagli intermediari pakistani. I cinesi sono decisi a riempire il vuoto lasciato dalle nostre truppe e, con il paese uniformato sotto la guida talebana, avere un solo interlocutore con cui intrattenere delle solide basi commerciali, per la costruzione di infrastrutture ed impedire possibili interferenze islamiste lungo i pochi chilometri di confine che separano i due paesi. Quest’ultimo argomento è importante al fine di impedire un eventuale supporto, diretto e indiretto, da parte degli jihadisti verso la popolazione musulmana degli uiguri nello Xinjiang, vera spina nel fianco del Partito Comunista Cinese.

Solo pochi giornalisti hanno messo in evidenza da subito come i pakistani abbiano fornito mezzi, assistenza e uomini per l’ultima avanzata talebana fino alla presa di Kabul.

La confusione di Joe Biden

Ma in questo caos afgano qualcuno sta iniziando finalmente mettere in dubbio la politica di Sleepy Joe: il ritiro delle truppe USA e degli alleati della NATO in questo modo così disordinato ha iniziato a far storcere il naso a qualche analista e corrispondente dagli Stati Uniti. E’ vero che la decisione era stata presa anche dalla precedente amministrazione, ma l’ex presidente Donald Trump cercava un accordo più consistente con i Talebani, mettendo in mezzo altri interlocutori che potessero avere voce in capitolo con loro, come il Qatar. E, come avvenuto in Iraq, avrebbe lasciato un contingente di forze speciali come deterrente.

Molti hanno paragonato l’evacuazione americana di Kabul a quella di Saigon, mettendo a confronto le foto dell’evacuazione delle ambasciate con l’uso degli elicotteri militari. Ma qui si è andati anche oltre, con le persone in fuga che hanno preso d’assalto l’aeroporto di Kabul ed alcune che si sono letteralmente aggrappate ai cargo militari C-17 della U.S. Air Force in decollo sulla pista, trovando una morte assurda, tutto questo pur di non cadere nelle mani dei Talebani.


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