Il doppio standard usato da Nancy Pelosi per la Commissione d’inchiesta sulla rivolta del Campidoglio

Byron York’s Daily Memo – Democratici, “due pesi e due misure”, e il comitato sulla rivolta del Campidoglio

La presidente della Camera Nancy Pelosi ha dichiarato di aver escluso i rappresentanti Jim Jordan e Jim Banks dalla commissione d’inchiesta sui disordini del Campidoglio perché i due Repubblicani “hanno fatto dichiarazioni ed intrapreso azioni che penso possano avere un impatto sull’integrità della commissione”. Pelosi ha detto che Jordan e Banks hanno anche “fatto dichiarazioni ed intrapreso azioni che avrebbero reso ridicolo metterli in una commissione che indaga sulla verità”.

Ma che dire dei Democratici scelti da Nancy Pelosi per il comitato? Alcune delle loro dichiarazioni ed azioni in passato potrebbero avere un impatto sull’integrità della commissione? E alcuni di loro hanno detto e fatto cose che erano così in contrasto con i fatti da rendere ridicolo metterli in una commissione che indaga sulla verità?

Tutto comincia con la scelta della Pelosi per il ruolo di presidente, il rappresentante Bennie Thompson. Nel lontano 6 gennaio 2005, quando il Congresso si riunì per certificare la vittoria del presidente George W. Bush nelle elezioni presidenziali del 2004, Thompson contestò la certificazione dei risultati dell’Ohio. A quel tempo, alcuni Democratici progressisti stavano promuovendo delle teorie selvagge sulla presunta manomissione delle macchine per il voto elettronico nello stato. I Democratici della Camera che allora votarono contro la certificazione dei risultati dell’Ohio dissero di stare semplicemente protestando contro il risultato e che non avrebbero cercato di rovesciare le elezioni. Ma il fatto è che focalizzarono la loro contestazione su di un singolo stato, che era guarda caso proprio lo stato decisivo nella competizione del 2004. Se avessero avuto la loro occasione, e se l’Ohio fosse stato inserito nella colonna degli Stati vinti dal democratico John Kerry invece che in quella di Bush, Kerry sarebbe stato eletto presidente.

Nel giugno 2008, Thompson votò per portare avanti gli articoli di impeachment contro il presidente Bush.

Nel 2017, Thompson è diventato un sostenitore delle teorie che la campagna presidenziale di Trump fosse in combutta con la Russia per vincere le elezioni presidenziali del 2016. Il 20 gennaio 2017, Thompson boicottò l’inaugurazione di Trump a causa della sua preoccupazione “per il ruolo che la Russia ha avuto nel processo democratico del nostro paese”, secondo un portavoce. Thompson era anche arrabbiato perché Trump aveva criticato il rappresentante John Lewis dopo che Lewis aveva definito Trump un presidenteillegittimo“.

Nel dicembre 2017, e di nuovo nel gennaio 2018, Thompson ha votato per portare avanti gli articoli di impeachment contro Trump. Mentre credeva più che mai nella teoria della collusione, gli articoli di accusa sostenuti da Thompson proponevano di rimuovere Trump dall’incarico per motivi diversi – per i suoi commenti sulla rivolta di Charlottesville, per le sue dichiarazioni sulla NFL, ed in particolare sul quarterback-attivista Colin Kaepernick, e per le chiacchiere sulle sue presunte dichiarazioni su Haiti, alcune nazioni africane ed El Salvador come “porti di m***da.” Thompson in seguito ha votato a favore del primo impeachment basato sul Russiagate.

Si potrebbe sostenere che Thompson, con la sua continua adesione a teorie della cospirazione, screditate e mai provate, abbia fatto dichiarazioni ed intrapreso azioni che potrebbero avere un impatto sull’integrità della commissione d’inchiesta sulla rivolta del Campidoglio?

Poi c’è un altro membro democratico, il rappresentante Adam Schiff. Come rappresentante della minoranza nella Commissione di Intelligence della Camera, Schiff aveva promosso le teorie calunniose e mai dimostrate del Dossier Steele. Per esempio, Schiff aveva diffuso una teoria secondo la quale la Russia avesse offerto ad un consigliere di basso rango della campagna di Trump, Carter Page, addirittura miliardi di dollari per influenzare Trump – Schiff ha effettivamente letto ad alta voce le affermazioni di quel dossier durante un’udienza della Commissione di Intelligence. Schiff protestò aspramente quando la sua controparte repubblicana nella commissione, il presidente Devin Nunes, rivelò che il Dossier Steele era stato commissionato dalla campagna di Hillary Clinton e dal Partito Democratico e che l’FBI lo aveva usato impropriamente per ottenere un mandato approvato dal tribunale per intercettare Page. Naturalmente, il consulente speciale sul Russiagate, Robert Mueller, non trovò alcuna prova per dimostrare la veridicità delle affermazioni fatte da Schiff su Page.

Sulla questione più ampia della collusione, Schiff ha affermato di avere “le prove” che fosse vero. C’erano “ampie prove di collusione in piena vista”, disse. Ma l’indagine di Mueller, che aveva infinitamente più risorse di Schiff, oltre ai “pieni poteri” per far rispettare la legge, non poteva stabilire che la collusione avesse mai avuto luogo, tanto meno che coinvolgesse qualcuno della campagna di Trump. Schiff ha dedicato anni a condurre il suo partito – e gran parte dei media – in una caccia all’oca selvaggia, anche prima di essere scelto dalla Pelosi per guidare il primo impeachment di Trump, che non è riuscito a condannare il presidente.

Si potrebbe sostenere che Schiff abbia fatto dichiarazioni ed intrapreso azioni che avrebbero avuto un impatto sull’integrità della commissione d’inchiesta sui fatti del Campidoglio?

Esattamente come il presidente Thompson, anche un altro membro della commissione, il rappresentante democratico Jamie Raskin, ha contestato una certificazione dei risultati del Collegio Elettorale. Lo fece nel 6 gennaio del 2017, quando il Congresso si riunì per ratificare la vittoria di Trump. Nel giro di pochi mesi, Raskin diventò un fervente aderente alla teoria del Russiagate, unendosi ai primi sostenitori dell’impeachment del presidente sulla base di quella supposizione mai dimostrata.

Si potrebbe sostenere che Raskin ha fatto dichiarazioni ed intrapreso azioni che avrebbero avuto un impatto sull’integrità della commissione d’inchiesta del Campidoglio?

In una conferenza stampa giovedì, Nancy Pelosi ha cercato di spazzare via l’accusa mossa dai Repubblicani di aver cacciato Jordan e Banks dal comitato perché avevano votato per contestare i risultati delle elezioni statali del 2020, anche se ha tollerato i membri del suo lato nel comitato che avevano fatto la stessa cosa nelle elezioni precedenti. La Pelosi ha fatto notare di aver permesso al rappresentante repubblicano Troy Nehls di rimanere nel comitato, anche se pure lui aveva contestato i risultati delle elezioni del 2020. La posizione di un legislatore sulla certificazione del Collegio Elettorale “non ha nulla a che fare” con la selezione nel comitato, ha detto la Pelosi. Affermare di non aver considerato le contestazioni elettorali repubblicane significava che la Pelosi non doveva affrontare le domande sulle azioni dei suoi stessi colleghi.

Ma i precedenti di Thompson, Schiff e Raskin sono quelli che sono. In vari momenti, tutti e tre gli uomini sono stati nelle aree marginali del dibattito politico che teorizzavano la cospirazione. Qualsiasi sguardo ragionevole alle loro carriere suggerirebbe che abbiano bisogno che le loro affermazioni vengano messe in discussione, che quando se ne usciranno con la loro prossima teoria, avranno bisogno di avere colleghi nel partito di opposizione che la respingano. Colleghi come Jim Jordan e Jim Banks.

Ma ora, la Speaker Pelosi ha fatto in modo che questo non accada.

WashingtonExaminer.com

Byron York è il corrispondente politico capo del Washington Examiner e un collaboratore di Fox News. Ha seguito le amministrazioni Bush, Obama, Trump e ora Biden, così come il Congresso e ogni campagna presidenziale sin dal 2000. È l’autore di “The Vast Left Wing Conspiracy”, un resoconto dell’attivismo liberal nelle elezioni del 2004. Già corrispondente dalla Casa Bianca per il National Review, i suoi scritti sono stati pubblicati sul Wall Street Journal, Washington Post, Atlantic Monthly, Foreign Affairs e New Republic. Laureato all’Università dell’Alabama e all’Università di Chicago, vive a Washington, D.C.