Il nuovo tentativo dei Democratici di approvare un’amnistia sull’immigrazione illegale

Byron York’s Daily Memo – Una nuova manovra democratica sull’immigrazione

Le spinte a promulgare una “riforma completa dell’immigrazione” sono fallite ripetutamente nel corso degli anni. Le proposte fallite hanno sempre incluso disposizioni per offrire uno status legale permanente e un percorso verso la cittadinanza per i circa 12 milioni di persone che si trovano illegalmente negli Stati Uniti. Tali misure, denunciate dagli oppositori come “amnistia“, non sono mai diventate legge.

Ora i Democratici hanno presentato un nuovo piano. Hanno già elaborato un enorme piano da 3,5 trilioni di dollari per racchiudere la maggior parte della loro agenda legislativa in una sola legge. Tutto è nato dall’argomento “infrastrutture” in cui i Democratici hanno cercato di ridefinire il termine “infrastrutture” – inteso dalla maggior parte delle persone come strade, ponti, aeroporti, ecc. – per includere anche altre cose, come l’assistenza sanitaria a domicilio e i college gratuiti.

Poiché i Repubblicani si sono opposti a questa ridefinizione, i legislatori hanno escogitato un piano per elaborare una proposta separata e bipartisan che copra le infrastrutture reali, mentre i Democratici hanno gettato tutto il resto in una legge gigantesca che tenteranno di far passare al Senato con soli 50 voti, più il voto della Vicepresidente Kamala Harris, secondo il processo noto come “riconciliazione“. La riconciliazione impedisce agli oppositori di usare l’ostruzionismo su un numero limitato di proposte di bilancio che hanno un impatto fiscale significativo. Il problema è che il Senato ha l’autorità di interpretare le regole su quali misure si qualificano per essere passate con la riconciliazione e quali no.

È qui che entra in gioco l’immigrazione. Le notizie degli ultimi giorni suggeriscono che i Democratici al Senato stiano pianificando di includere una misura di amnistia nella massiccia legge di spesa – basta gettarla lì dentro e vedere se il Senato le permetterà di rimanere. “L’obiettivo è quello di infilare la questione in un’enorme misura in autunno che finanzi molte delle priorità del presidente Joe Biden e che sia al riparo dall’ostruzionismo repubblicano al Senato”, riferisce l’Associated Press.

Politico Playbook è stato un po’ più schietto, chiamando il piano democratico un “gioco d’azzardo per la riforma dell’immigrazione attraverso il processo di riconciliazione”.

È un’idea che lascia a bocca aperta. I Democratici non hanno nemmeno la maggioranza dei seggi al Senato – è in parità, 50 a 50 – e hanno escogitato uno schema per far passare una delle misure più controverse di sempre, una che è fallita ripetutamente in passato, anche quando il partito aveva una maggioranza era e propria.

Può funzionare? Funzionerà? “Questo potrebbe rivelarsi più un atto kamikaze che un evento come il D-Day”, ha detto Jessica Vaughan, direttrice del Policy Studies for the Center for Immigration Studies, che è a favore di restrizioni più severe sull’immigrazione, in uno scambio di e-mail. “Qualsiasi persona ragionevole dovrebbe essere d’accordo che ciò non soddisfa gli standard previsti da una legge di riconciliazione del bilancio; chiaramente, le implicazioni di bilancio sono accessorie al punto dell’amnistia, e, semmai, ci saranno effetti fiscali negativi”. Inoltre, ha continuato Vaughan, “non è appropriato – ed è assolutamente vigliacco – cercare di promulgare cose che hanno implicazioni economiche, sociali e di sicurezza di grande portata attraverso il processo di riconciliazione”.

La linea di fondo è che non dovrebbe funzionare. Ma questo non significa che non funzionerà. E se lo facesse, quante persone sarebbero colpite? Alcuni Democratici hanno suggerito che non cercheranno di regolarizzare tutti e i 12 milioni di persone illegalmente presenti negli Stati Uniti, ma che guarderanno invece ad un gruppo molto più ristretto – forse 5 milioni. Vaughan non ci crede. “Possiamo essere sicuri che i Democratici diminuiranno i numeri, ma sono comunque enormi”, ha detto, “è possibile che fino a 10 milioni di persone ottengano l’amnistia, a seconda della formulazione. Questa è una cosa senza precedenti. Anche un’amnistia più piccola di, diciamo, 3 milioni ha delle implicazioni importanti, a causa della migrazione a catena che ne seguirà”.

E poi c’è il fatto sorprendente che i Democratici stiano considerando questo stratagemma sull’immigrazione – alcuni lo chiamano un tentativo di “Ave Maria” – in un momento in cui il confine con il Messico è sommerso da persone che entrano illegalmente negli Stati Uniti. La notizia che i Democratici stanno anche solo considerando un’amnistia sarà un ulteriore incentivo per loro a venire – e sicuramente ne hanno sentito parlare anche mentre ne discutiamo.

“È così ovvio, ma i Democratici sembrano ignari dell’ottica di spingere tutto questo in un momento in cui il confine è fuori controllo“, ha detto Vaughan. “Sappiamo per esperienza che anche solo parlare di un’amnistia provoca un’ondata di migranti illegali al confine. Gli elettori sembrano avere poca fiducia che la squadra di Biden possa gestire il confine in modo competente e sicuro, tanto meno gestire un altro regalo governativo di massa di carte verdi”.

Come altre parti dell’agenda democratica – guardate la S.1, la legge sul voto – la proposta sull’immigrazione, che non esiste ancora nemmeno sulla carta, è un esercizio di propaganda. Punta in alto, vai avanti, mostra ai tuoi gruppi di elettori progressisti che stai combattendo per loro. Se non succederà, almeno vedranno che ci avete provato. E chi lo sa? Forse funzionerà.

WashingtonExaminer.com

Byron York è il corrispondente politico capo del Washington Examiner e un collaboratore di Fox News. Ha seguito le amministrazioni Bush, Obama, Trump e ora Biden, così come il Congresso e ogni campagna presidenziale sin dal 2000. È l’autore di “The Vast Left Wing Conspiracy”, un resoconto dell’attivismo liberal nelle elezioni del 2004. Già corrispondente dalla Casa Bianca per il National Review, i suoi scritti sono stati pubblicati sul Wall Street Journal, Washington Post, Atlantic Monthly, Foreign Affairs e New Republic. Laureato all’Università dell’Alabama e all’Università di Chicago, vive a Washington, D.C.