Un tribunale ha respinto l’agevolazione COVID di Joe Biden basata sul colore della pelle

Il razzismo mascherato da “antirazzismo” sostenuto dai Democratici, dai media e dal mondo accademico ha subito finalmente un colpo d’arresto in Tribunale.

In questo editoriale del Washington Examiner dell’8 giugno è stato affrontato il problema del razzismo mascherato da “antirazzismo” nel quale, negli Stati Uniti, almeno stando a quanto dice la dottrina scellerata della “Teoria Critica della Razza” – sostenuta dai Democratici, dai media e da una parte del mondo accademico – tutto si sintetizza come uno battaglia contro il “privilegio dei bianchi“, dove – ovviamente – i bianchi sarebbero macchiati dal “peccato originale” del razzismo e quindi dovrebbero diventare cittadini di “serie B” a causa del loro passato da oppressori e per garantire “l’equità” alle minoranze, ma dove le stesse minoranze – per quanto alberghino anche in esse dei sentimenti “anti-bianchi” – per via della loro etnia o colore della pelle, non potranno mai essere tacciate di razzismo. Il razzismo sarebbe, in questo caso, solamente a senso unico: solo un bianco può essere “razzista” – anzi lo è per definizione secondo queste teorie.

I Democratici negli ultimi provvedimenti legislativi in sostegno all’economia a causa della pandemia di Coronavirus, nel concedere dei sussidi, hanno determinato dei requisiti razziali in favore delle minoranze, quindi, per fare un esempio, ad un ristoratore o ad un agricoltore bianco in difficoltà economica, sulla base di questi criteri e solo perché ha il colore della pelle sbagliato – secondo i Democratici – dovrebbe essergli negato il sussidio.

Ovviamente, i Tribunali hanno iniziato a bocciare questi provvedimenti che, oltre ad essere incostituzionali, sono senza ombra di dubbio razzisti

Di seguito la traduzione dell’editoriale.

Joe Biden ha ricevuto un avvertimento dal Tribunale che ha respinto il sussidio COVID basato sul colore della pelle

Dato che il presidente Joe Biden sta portando avanti le iniziative che ha annunciato a inizio giugno per “aiutare a ridurre il divario razziale nella ricchezza”, dovrebbe prestare attenzione ad un avvertimento di fine maggio della Corte d’Appello degli Stati Uniti del 6° Circuito secondo cui il trattamento preferenziale basato sulla razza sia da ritenersi non valido.

Questo è come dovrebbe essere. È giusto che i tribunali, in nome della giustizia, abbattano le preferenze razziali, un razzismo pernicioso e buonista che travolge scuole, aziende e media. Tratta tutta l’esperienza americana attraverso il filtro della razza. Sarebbe ancora peggio se il razzismo che sta dietro alla cosiddetta “Teoria Critica della Razza” fosse sostenuto dalla forza del governo.

Biden ha ragione a volere che tutti i segmenti della società prosperino. Se elaborate senza criteri razziali, le sue iniziative per aiutare ad avviare le imprese impoverite e svantaggiate o ad incrementare il valore delle abitazioni nei quartieri in difficoltà sarebbero anche le benvenute. Ma le dichiarazioni della Casa Bianca si concentrano costantemente sulle “disparità razziali“, e la chiara implicazione è che le soluzioni proposte implicheranno inevitabilmente delle preferenze razziali.

È qui che entra in gioco la sentenza del 6° Circuito. Nella decisione 2 a 1 del 27 maggio in Vitolo vs. Guzman, la Corte ha affermato che il governo non possa assegnare del denaro per i sostegni dovuti al Coronavirus sulla base della razza o del sesso.

La Small Business Administration (SBA) aveva distribuito 29 miliardi di dollari in sovvenzioni nella risposta al COVID-19 ai proprietari di ristoranti in base a delle regole che permettevano ai sussidi stessi di essere destinati solamente a quei ristoranti che erano di proprietà per almeno il 51% da donne o proprietari non bianchi. Scrivendo per la Corte, il giudice Amul Thapar ha spiegato che il precedente della Corte Suprema (per non parlare della semplice equità) permette tali preferenze solo in funzione di un interesse pubblico “convincente”, un termine d’arte con tre criteri rigorosi. Un mero e vago desiderio di porre rimedio alle discriminazioni del passato non è sufficiente a permettere al governo stesso di favorire o sfavorire dei cittadini, altrimenti idonei, solo perché sono bianchi.

Ma istituzionalizzando questa discriminazione che viene imposta dal governo, la SBA offendeva illogicamente sia la Costituzione che l’equità. Antonio Vitolo e sua moglie, che è ispanica, possiedono ciascuno la metà di un ristorante, il che significa che c’è solo il 50% – invece che il 51% – era detenuto da una proprietaria donna ed ispanica. Così, sulla base di una distinzione razziale di dubbia importanza, ai Vitolo era stato negato l’accesso al sussidio. Se per ipotesi il signor Vitolo avesse venduto anche solo l’1% della sua proprietà alla moglie oppure anche ad un’altra donna o ad un latinoamericano, il ristorante avrebbe potuto ricevere i fondi federali.

L’assurdità della quota arbitraria del 51% come “soglia etnica” è evidente. Altrettanto assurda, come ha notato Thapar, è la politica della SBA che concede “preferenze ai pakistani ma non agli afgani; ai giapponesi ma non agli iracheni; agli ispanici ma non ai mediorientali”. Il risultante “Spoil System etnico” è la definizione stessa discriminazione razziale.

Se l’amministrazione Biden cerca di appellarsi alla decisione del 6° Circuito e far rivivere le pratiche palesemente discriminatorie della SBA, perderà sicuramente presso una Corte Suprema il cui giudice capo, John Roberts, ha notoriamente insistito sul fatto che “il modo per fermare la discriminazione sulla base della razza è smettere di discriminare sulla base della razza”.

Oggi, una patologia ossessionata dalla razza sta infettando le istituzioni che esercitano il potere culturale. Sotto la falsa bandiera dell’antirazzismo, coloro che diffondono la patologia trattano la nostra intera vita nazionale come una battaglia ineluttabile tra il “privilegio bianco” e il perpetuo vittimismo delle minoranze etniche (escludendo in particolare gli asiatici). In questa narrazione, tutti i bianchi sono intrinsecamente razzisti, macchiati dall’equivalente razzista di un “peccato originale“, e devono diventare cittadini di seconda classe al fine di ristabilire l’equità. Ma nel frattempo, nessuna persona afroamericana o ispanica potrà mai essere razzista, non importa quanto grande ed ovvio sia il suo animus contro i bianchi (o gli asiatici, se è per questo) sulla base della loro razza.

Questa dottrina postula che i bianchi non hanno la capacità di pentirsi, espiare o imparare dalle loro colpe collettive. Non possono essere né migliorati né educati. Secondo un conferenziere celebrato alla Yale University School of Medicine, c’è, infatti, un “Problema Psicopatico della Mentalità Bianca“, come se tutti i bianchi fossero incapaci di pensieri o azioni individuali ma fossero, piuttosto, un unico – ed irrimediabilmente corrotto – organismo conglomerato.

Questa folle ideologia abbracciata dal mondo accademico e dal Partito Democratico è psicopatica. Poiché discrimina solo sulla base della razza, la sua risposta è premiare e punire indiscriminatamente. Il suo scopo è quello di abolire le differenze fondamentali come il libero arbitrio individuale e di sostituirlo con una “colpevolezza collettiva“, il “vittimismo collettivo” e con la “responsabilità collettiva” che non ha alcuna somiglianza con l’equa giustizia per la quale questa nazione si batte.

I nuovi razzisti, come i peggiori bigotti di un tempo, rifiutano la verità che la razza non sia un indicatore di colpevolezza o di innocenza. I tribunali devono ora intervenire per impedire la resurrezione e l’istituzionalizzazione di questa ideologia. In caso contrario, il razzismo e la “discriminazione alla moda” – ma ripugnante – verrebbero approvati a livello nazionale.

WashingtonExaminer.com