Sull’ascesa (e la caduta) del clamore sulle Fake News

di Luigi Curini

Articolo tratto e tradotto da IREF, Fiscal competition and economic freedom

Per alcuni anni, sono state le regine indiscusse dei talk show politici, la chiave principale utilizzata dalla maggior parte dei commentatori per spiegare la qualunque. Non c’è stata elezione in cui non abbiano fatto la loro apparizione trionfale: Il “Leave” ha vinto alla Brexit? Colpa delle fake news! Trump è diventato presidente? Lo stesso!

È vero, le fake news, un termine onnicomprensivo che si riferisce a informazioni intenzionalmente fabbricate e caratterizzate da contenuti politicamente carichi, hanno subito un primo contraccolpo in concomitanza con le elezioni europee del 2019, dove l’attesa marea populista alla fine non si è realizzata. Ma con Joe Biden alla Casa Bianca il miracolo sembra essersi nuovamente materializzato: all’improvviso le fake news e il loro ruolo taumaturgico nell’influenzare il voto sono svaniti (o quasi).

Alcuni dati a questo proposito. Negli Stati Uniti, la ricerca su Google del termine “fake news” è diminuita considerevolmente dal novembre 2020, e nel marzo 2021 ha raggiunto il livello più basso dall’ottobre 2016 (il trend di Google è indicizzato a 100, dove 100 è il massimo interesse di ricerca per il tempo e la località selezionati). Sembra, quindi, che il pubblico americano non sia più molto interessato a tale argomento.

Una query su Google Scholar mostra risultati simili anche per quanto riguarda gli articoli scientifici che hanno nel titolo il termine “fake news“. Se estrapoliamo per tutto il 2021 i dati disponibili per i primi quattro mesi di quest’anno, la diminuzione del numero di articoli che trattano di fake news sarebbe del 31% in meno rispetto al 2020 (1.500 articoli contro 2.180).

Il calo è notevole (-22%) anche se si seleziona “misinformazione” e/o “disinformazione“, piuttosto che “fake news”. Lo stesso vale per “post-verità” (-42%), la parola dell’anno 2016 di Oxford Dictionaries.

Questa tendenza è interessante anche da un punto di vista sociologico. Nella letteratura scientifica ci si è spesso chiesti se le fake news influenzino gli atteggiamenti e i risultati elettorali. La maggior parte delle statistiche riguardanti la presenza di fake news su Facebook e Twitter, tuttavia, dovrebbero essere prese con cautela. In primo luogo, trascurano il fatto che questi social media possono raggiungere un numero relativamente piccolo di elettori. Secondo, e più importante, queste statistiche non tengono conto dell’esistenza di notizie mainstream più tipiche. Per esempio, durante le elezioni presidenziali americane del 2016, si stima che i 3 milioni di persone che hanno condiviso vari tipi di fake news siano stati quasi 5 milioni su Twitter. Anche se questi sono grandi numeri, le fake news rappresentavano solo l’1% circa dell’assunzione di notizie politiche di un generico utente di Twitter. Inoltre, e soprattutto, la circolazione delle notizie false era altamente concentrata: L’80% delle notizie false ha colpito solo l’1% degli utenti. In altre parole, i risultati suggeriscono che le notizie false sono state una fonte di interesse di nicchia che caratterizza un piccolo sottoinsieme di elettori. In particolare, le fake news sono state lette soprattutto da coloro che hanno già un’idea molto chiara su come votare e che consumano fake news semplicemente per confermare quelle stesse idee, piuttosto che per cambiarle. Non è una novità: la gente tende a preferire le informazioni congeniali; è quel noto atteggiamento di “esposizione selettiva“. Le notizie politiche non fanno eccezione. Il risultato è simile quando si passa da Twitter a Facebook.

In altre parole, l’impatto delle fake news è stato (ed è tuttora) limitato dallo stesso meccanismo che aiuta tali post a trovare trazione e a diffondersi: gli algoritmi e le bolle di filtraggio fanno sì che le persone vedano e condividano opinioni politiche con le quali erano già inclini a concordare. Quelli più propensi a interagire con i “troll russi” o a consumare fake news erano (e lo sono ancora) quelli meno propensi ad essere influenzati da loro – proprio a causa delle loro opinioni politiche più radicate.

Detto diversamente, il fatto che un gran numero di persone legga molte fake news sui social media non significa necessariamente che tali messaggi influenzino i loro atteggiamenti. Semmai, i messaggi rafforzano solo le convinzioni politiche precedenti. Questo non è sorprendente per chi studia i fattori socio-economici, contestuali e programmatici che influenzano le scelte degli elettori e che difficilmente cambiano rapidamente quando sono esposti alle fake news. Eppure, questa lezione è spesso sottovalutata e talvolta dimenticata.

Rimane quindi una domanda. Perché le fake news e le elezioni fanno notizia nonostante la mancanza di una forte evidenza empirica e teorica? La risposta è che le stesse ragioni che determinano il successo delle bufale valgono anche per le fake news: offrono una spiegazione semplicistica (una sorta di straw-man argument – l’argomento fantoccio, n.d.r.) per un problema complesso e si prestano ad essere un efficace strumento di propaganda. In questo senso, tutti i dubbi empirici vengono spazzati via dalla necessità di trovare una risposta facile e rassicurante a problemi complessi. Perché ci si dovrebbe sforzare di capire le ragioni di fondo della scelta degli americani di votare per Trump invece che per Hillary Clinton? La fake news-narrative offre una risposta facile, insieme all’immagine di elettori poco informati e facilmente manipolabili. La coscienza si calma e si identificano dei capri espiatori. In questo senso, l’analisi basata su prove aneddotiche è più che sufficiente. Alla fine, il problema si dissolve quando gli elettori diventano più maturi e capiscono finalmente come votare.

Naturalmente, questo non implica che le fake news siano innocue. Infatti, possono avere effetti negativi che si estendono oltre i risultati elettorali. Possono polarizzare i cittadini, minare la fiducia nei media e distorcere il contenuto del dibattito pubblico. Ma abbiamo bisogno di (più) prove e dati, non di clamore o di speculazioni.

IREFeurope.com

Luigi Curini, professore di Scienza Politica all’Università degli Studi di Milano, già nostro ospite a “L’AMERICA VOTA – La notte elettorale” la diretta streaming delle elezioni presidenziali del 2020