La disinformazione dei media sulla Teoria della fuga dal laboratorio di Wuhan del COVID-19

Sulla Teoria della fuga dal laboratorio di Wuhan i media mainstream al posto di contrastare la disinformazione l’hanno diffusa.

Nell’ultimo anno i media mainstream e i social network ci hanno fatto credere, oltre a censurare, che il solo ipotizzare che il virus del Covid-19 fosse fuoriuscito dal laboratorio di Wuhan in Cina e che quindi fosse il risultato di una manipolazione da laboratorio, fosse solamente “disinformazione” e che la verità assoluta, tra l’altro senza prove, fosse che il Coronavirus avesse una origine naturale.

Ma non si sono fermati qui, anzi, la narrativa portata avanti era quella che chi esternava l’origine artificiale del Covid-19 fosse un “cospirazionista“, “ignorante“, “di estrema Destra“. Il motivo è facilmente intuibile: eravamo in campagna elettorale per le presidenziali americane e la teoria della fuga dal laboratorio era stata ipotizzata da politici Repubblicani e dallo stesso Presidente Donald Trump. I media e i social network avevano dunque un unico obiettivo: colpire l’Amministrazione Trump ed infangarla… e alla fine, quelli che si erano elevati a “guardiani contro la disinformazione” – per meri opportunismi politici – hanno diffuso essi stessi disinformazione.

Per saperne di più su questa vicenda, non perdere questi due articoli!

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Di seguito la tradizione di un articolo scritto da Bret Stephens, opinionista del New York Times, pubblicato il 31 maggio in cui analizza la triste vicenda dei media che non hanno fatto il loro dovere.

Premettendo che si tratta di un opinionista che scrive per un giornale di Sinistra e che quindi non ha particolare stima di Donald Trump, del senatore Tom Cotton, dei “bigotti” conservatori – cose che ovviamente non sono dell’opinione di questo Blog – invitiamo il lettore a prestare molta attenzione ai passaggi logici e al corredo delle fonti sulla teoria della fuga dal laboratorio del virus e alla generale riflessione sul comportamento dei mass media, della comunità scientifica e dei social network.

Il pensiero unico dei media e la teoria della fuga dal laboratorio

Se si scoprisse che la pandemia di Covid è stata causata da una fuoriuscita del virus da un laboratorio di Wuhan, in Cina, ciò si classificherebbe tra i più grandi scandali scientifici della Storia: una ricerca pericolosa, forse con tecniche eticamente dubbie che rendono i virus più pericolosi, condotta in una struttura scarsamente protetta, insabbiata da un regime più interessato alla propaganda che alla vita umana, catastrofica per il mondo intero.

Ma questo possibile scandalo, non ancora provato, oscura uno scandalo reale, che resta ancora da digerire.

Mi riferisco al lungo rifiuto da parte di troppi “guardianidei media (sia social che mainstream) di prendere sul serio la teoria della fuga dal laboratorio. Le ragioni di questo – la faziosità estrema e la l’affidarsi ingenuamente solo ai rapporti ufficiali – e i metodi con cui è stata imposta – censura e vilipendio – ricordano che a volte i nemici più pericolosi e distruttivi della scienza possono essere coloro che pretendono di parlare a suo nome.

Riavvolgiamo il nastro al febbraio dell’anno scorso, quando persone come il senatore Tom Cotton hanno iniziato a sottolineare un insieme di fatti inquietanti: la strana coincidenza di una pandemia originata nella stessa città in cui un laboratorio cinese stava conducendo esperimenti di alto livello di biocontenimento sui virus di pipistrello; il rapporto preoccupante che alcuni dei primissimi pazienti con il Covid non avevano avuto contatti con i mercati alimentari da cui si supponeva che la pandemia avesse avuto origine; il fatto che il governo cinese avesse mentito e fatto ostruzionismo durante la crisi. Pensate quello che volete del repubblicano dell’Arkansas, ma queste erano osservazioni ragionevoli che giustificavano un’indagine indipendente.

La reazione comune nei circoli liberal delle élite? Un giornalista del Washington Post l’ha definita una “teoria alternativa” che “è stata ripetutamente contestata dagli esperti“. L’Atlantic Council ha accusato Cotton di aver favorito una “infodemia” “spingendo l’affermazione, ormai smentita, che il nuovo Coronavirus potrebbe essere stato creato in un laboratorio di Wuhan”. Uno scrittore di Vox ha detto che si trattava di una “pericolosa teoria del complotto” avanzata da conservatori “noti per sputare regolarmente sciocchezze (e colpire la Cina)”.

Ci sono molti altri esempi del genere. Ma la struttura generale della narrazione dei media era chiara. Da una parte c’erano gli esperti in posti come l’Organizzazione Mondiale della Sanità: competenti, incorruttibili, autorevoli, nobili. Dall’altra c’era un gruppo di zoticoni di Destra che spingevano una risibile fantasia con sfumature xenofobe per distogliere l’attenzione dalla cattiva gestione della crisi da parte dell’amministrazione Trump.

Eppure, era una narrazione con dei buchi più grandi della bocca di Donald Trump.

Era oltraggioso pensare che il virus potesse essere sfuggito all’Istituto di virologia di Wuhan? Non se avete ascoltato la paziente, lucida e scientificamente ricca spiegazione del biologo evoluzionista Bret Weinstein sull’ipotesi della fuga dal laboratorio – che ha consegnato quasi un anno fa al podcast di Joe Rogan, decisamente non mainstream.

È stato saggio da parte dei giornalisti scientifici accettare la validità di una lettera del febbraio 2020, firmata da 27 scienziati e pubblicata su The Lancet, che insisteva freneticamente sulla “origine naturale” del Covid? Non se quei giornalisti avessero indagato sui legami tra l’autore principale della lettera ed il laboratorio di Wuhan (un fatto, come sottolinea lo scrittore scientifico Nicholas Wade in un saggio pubblicato su The Bulletin of the Atomic Scientists, che è stato di dominio pubblico per mesi).

Era saggio supporre che l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che è servita come portavoce della propaganda del regime cinese, dovesse essere presa come un’autorità in materia per stabilire cosa fosse “disinformazione” sul Covid da parte di Facebook, che a febbraio ha bandito la teoria della fuga di laboratorio dalla sua piattaforma? Non se l’obiettivo di aziende come Facebook è quello di avvicinare il mondo, al posto di riciclare la disinformazione del governo cinese mentre copia i suoi metodi illiberali.

A suo discapito, Facebook ha fatto marcia indietro la scorsa settimana. Le organizzazioni mediatiche stanno tranquillamente correggendo (o modificando furtivamente) gli articoli sprezzanti dell’anno scorso, a volte usando la foglia di fico di “nuove informazioni” sui lavoratori del laboratorio di Wuhan che sono stati infettati già nell’autunno del 2019 con una malattia simile al Covid. E la comunità sanitaria pubblica sta dando un nuovo sguardo alla sua versione sulla origine del Covid.

Ma anche in questo momento si ha un senso chiaro di questo gregge di menti indipendenti che si stano mettendo duramente al lavoro. Se la teoria della fuga dal laboratorio sta finalmente ottenendo l’attenzione che ha sempre meritato, è soprattutto perché Joe Biden ha autorizzato un’inchiesta e Anthony Fauci ha ammesso di avere dubbi sulla origine naturale del virus. In altre parole, il probo presidente e il probo esperto della salute pubblica hanno benedetto una certa linea di indagine.

Eppure la teoria della fuga dal laboratorio, che si riveli giusta o meno, è sempre stata credibile. Anche se era Tom Cotton a crederci. Anche se il “consenso” unanime della comunità scientifica la contestava. Anche se i bigotti – che raramente hanno bisogno di un pretesto – ne hanno tratto conclusioni bigotte.

Il buon giornalismo, come la buona scienza, dovrebbe seguire le prove, non le narrazioni. Dovrebbe prestare attenzione tanto ai fanatici intelligenti quanto alle autorità eminenti. E non dovrebbe mai trattare un onesto disaccordo come un’eresia morale.

Chiunque si chieda perché così tante persone sono diventate così ostili alle dichiarazioni dei funzionari della sanità pubblica e dei giornalisti scientifici dovrebbe trarre la conclusione appropriata da questa storia. Quando si vuole dare una lezione al pubblico sui pericoli della disinformazione, è meglio non spacciarla.

NewYorkTimes.com