Israele sotto attacco: razzi e rivolte nelle città

Le città israeliane sono sotto una costante pioggia di razzi che stanno mettendo a dura prova la difesa aerea israeliana.

Le città israeliane sono sotto una costante pioggia di razzi che stanno mettendo a dura prova la difesa aerea israeliana. Ma a preoccupare sono anche le rivolte arabe iniziate nelle “città miste” contro la popolazione ebraica, costretta a rispondere alle violenze per difendersi.

L’Operation Guardian of The Walls, iniziata lo scorso 9 maggio 2021, vede l’IDF (Israeli Defence Forces, le Forze di Difesa Israeliane) difendere il proprio territorio da missili, razzi, palloni con esplosivi e droni oltre ad eliminare gli obbiettivi e tutte le potenziali minacce provenienti dalla Striscia di Gaza.

Già il mese scorso, nel weekend del 24-25 aprile 2021 sono stati lanciati da Gaza 40 razzi, la maggior parte dei quali sono stati intercettati dal sistema missilistico Iron Dome. Sotto iltiro dei terroristi di Hamas e della Jihad Islamica sono state le comunità nel sud di Israele (nel deserto del Negev) di Karem Shalom (nei pressi dell’omonimo valico, punto di passaggio tra Gaza e Israele), Nahal Oz, Netiv HaAsara e Kissufim. La risposta dell’IDF è stata la distruzione di postazioni di Hamas tramite carri armati Merkava, dei tunnel sotterranei e delle postazioni per il lancio di razzi da parte dei jet ed elicotteri da combattimento israeliani.

Ma dal 9 maggio gli attacchi sono stati più intensi con più di 1.000 (mille!) razzi partiti dalla Striscia di Gaza verso le città israeliane che comprendono Tel Aviv, Lod, Ashkelon, Ashdod, Be’er Sheva, i quartieri nuovi di Gerusalemme. La Knesset, ovvero il Parlamento israeliano, è stata evacuata così come il Muro del Pianto ed altri edifici religiosi e non della capitale israeliana. Nella città di Lod – Distretto centrale e con popolazione mista – un razzo è riuscito a penetrare il sistema difensivo, causando la morte una donna di 40 anni e di una bambina di 7 anni, entrambe di etnia arabo-israeliana. Gli attacchi terroristici palestinesi non fanno distinzione tra ebrei e arabi, come ha affermato il sindaco della città. Ma a preoccupare sono le rivolte arabe che, proprio nella città di Lod hanno visto i rivoltosi attaccare sinagoghe e negozi gestiti da ebrei.

La causa di questa escalation di violenze da parte dei palestinesi la si deve ad almeno tre motivi:

  • lo “sfratto” dei palestinesi nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme-Est;
  • la festività israeliana del Jerusalem Day;
  • la rinnovata aggressività dell’Iran a causa della nuova amministrazione americana.

Come al solito la comunità internazionale ha subito condannato le violenze, mettendo sullo stesso piano i terroristi ormai “legittimati” che attaccano e l’unico stato democratico in Medio Oriente che ha il diritto di difendersi.

La fake news sugli sfratti violenti a Sheikh Jarrah e le rivolte arabe

Lo “sfratto” delle famiglie palestinesi nel quartiere della zona Est di Gerusalemme è stato come al solito descritto da alcuni media o come l’ennesimo tentativo di insediamento da parte dei coloni israeliani a danno degli arabi oppure spiegato in modo superficiale, come se si trattasse di uno sfratto ingiusto ai danni di famiglie in difficoltà. Ma la questione è molto più complessa e risale a più di cinquanta anni fa, tanto da potersi definire come un caso di vera e propria “occupazione abusiva“.

Il quartirere di Sheikh Jarrah nasce a metà dell’Ottocento nei pressi della Città Vecchia di Gerusalemme e al suo interno abitavano sia arabi musulmani che ebrei. Alcuni rabbini acquistarono dagli arabi dei terreni attorno alla tomba del venerato Sommo Sacerdote ebreo del terzo secolo A.C. Shimon Hatzadik (Simone il Giusto) e vi si stabilirono fino al 1948, anno della fondazione dello Stato di Israele e dell’occupazione di Gerusalemme da parte dell’esercito giordano. A causa di questa occupazione gli ebrei furono cacciati con la forza e si insediarono gli arabi. Con la vittoria israeliana nel 1967 (nella c.d. Guerra dei Sei Giorni) la Città Santa tornò a far parte dello Stato ebraico dopo millenni. Ma i vecchi proprietari si trovarono le loro vecchie case abusivamente occupate: ne nacque un contenzioso risolto solo dopo molti decenni e il 2 febbraio 2021 un tribunale distrettuale di Gerusalemme ha appurato che i residenti palestinesi non erano né proprietari, in quanto privi dei documenti relativi che dimostrassero l’acquisto della proprietà, né di aver pagato l’affitto ai vecchi proprietari, come stabilito in precedenza già negli anni settanta. Alla fine gli occupanti hanno presentato ricorso alla Corte Suprema di Israele che doveva trovare una soluzione entro il 10 maggio 2021, rinviata però a causa dei disordini appena scoppiati.

I disordini sono stati fomentati da Hamas e alcuni osservatori hanno visto una analogia con quelle dei Black Lives Matters negli Stati Uniti: manifestazioni con bandiere apparentemente pacifiste seguite da lanci di bombe Molotov, pietre e uso di spranghe contro le forze di sicurezza israeliane, mettendo a ferro e fuoco il Monte del Tempio e usando come “fortino” la moschea di Al-Aqsa. A rafforzare l’analogia, non per nulla i movimenti BLM e Antifa sono uniti in una specie di “gemellaggio” verso i gruppi anti-israeliani, come si potevano intravedere nelle bandiere, magliette e post sui social degli attivisti americani.

Come detto prima, oltre a Gerusalemme anche la città di Lod è stata oggetto rivolte e violenze da parte di arabo-israeliani, con veri e propri assalti contro simboli e proprietà ebraiche e che, successivamente, si sono diffusi anche in altre città. Sinagoghe, negozi e proprietà private ebraiche sono state date alle fiamme o pesantemente danneggiate ma hanno trovato la reazione di gruppi organizzati di cittadini ebrei, con il rischio di arrivare ad una vera e propria guerra civile. Sembra dunque di essere tornati alle rivolte degli anni Trenta del Novecento, quando ci furono manifestazioni e violenze arabe durante il Mandato Britannico.

Il ritorno dell’influenza iraniana

Il giorno prima di quello cui la Corte Suprema israeliana avrebbe dovuto pronunciarsi, per la precisione il 9 maggio, si festeggiava il Jerusalem Day in due paesi: in Israele per la riunificazione di Gerusalemme nel 1967 e in Iran per la distruzione di Israele e la “liberazione” della città.

Non c’è dubbio che la nuova amministrazione di Sleepy Joe abbia portato le lancette del tempo indietro al 2015 (quando nacque l’accordo sul nucleare iraniano – il JCPOA) e rivitalizzato il regime degli ayatollah, fornitore dei razzi Grad per le organizzazioni terroristiche di Hamas e della Jihad Islamica (questi ultimi, tra l’altro, sciiti filo-iraniani), acquistati grazie ai fondi di aiuto concessi da altri paesi e dalle organizzazioni internazionali, tra cui figura anche l’Unione Europea

Il Consigliere per la Sicurezza degli Stati Uniti Jake Sullivan – grande sostenitore del ritorno americano agli accordi con l’Iran – e la maggior parte dei Democratici hanno scaricato la responsabilità verso Israele, non sappiamo se per eccesso ingenuità o se per pura avversione verso lo Stato ebraico.

Con la precedente amministrazione repubblicana si era riusciti a limitare in parte gli attacchi, anche se non sono mancati, soprattutto nei primi due anni di Donald Trump alla Casa Bianca quando era iniziato il lavoro di logoramento verso la Repubblica Islamica. La decisione di spostare l’ambasciata a Gerusalemme, e il conseguente riconoscimento della Città Santa capitale di Israele, la difesa di Israele in sede ONU da parte dell’allora Rappresentante Nikki Haley, gli Accordi di Abramo, con la normalizzazione dei rapporti diplomatici con i paesi del Golfo Persico e Israele e l’eliminazione del generale iraniano Qassem Soleimani a Baghdad nel gennaio 2020 avevano ridimensionato il protagonismo della Repubblica islamica iraniana nella regione.

Ora tutto questo rischia di andare in pezzi, in nome di non si sa quale “bene comune” o “unità”.

La dichiarazione di Trump e la telefonata di Biden

Anche se silenziato dai social network, Donald Trump ha rilasciato una dichiarazione di condanna degli attacchi missilistici di Hamas e sulla debolezza di Joe Biden.

Quando ero in carica eravamo conosciuti come la presidenza della pace, perché gli avversari di Israele sapevano che gli Stati Uniti stavano fermamente con Israele e che ci sarebbe stata una rapida punizione se Israele fosse stato attaccato.

Sotto Biden, il mondo sta diventando più violento e più instabile perché la debolezza di Biden e la mancanza di sostegno a Israele sta portando a nuovi attacchi ai nostri alleati.

L’America deve sempre stare con Israele e chiarire che i palestinesi devono porre fine alla violenza, al terrore e agli attacchi missilistici, e chiarire che gli Stati Uniti sosterranno sempre con forza il diritto di Israele a difendersi.

Incredibilmente, i Democratici continuano anche a sostenere la pazza anti-americana Rep. Ilhan Omar, ed altri, che attaccano selvaggiamente Israele mentre sono sotto attacco terroristico.

Le “magnifiche tre”, la “Squad” delle Rappresentanti estremiste democratiche Alexandria Ocasio-Cortez, Rashida Tlaib e Ilhan Omar hanno twittato le solite banalità filo-palestinesi che vi risparmiamo.

Solo nella giornata di mercoledì, Joe Biden ha chiamato il premier israeliano Benjamin Netanyahu, dichiarando alla stampa che “Israele ha il diritto di difendersi delle migliaia di razzi che piovono sul loro territorio” augurandosi che si arrivi a una “calma sostenibile”. Inoltre ha confermato a Netanyahu “l’impegno diplomatico dell’America con i paesi regionali, tra cui Egitto, Giordania e Qatar, così come con i funzionari palestinesi”, sempre che questi ultimi accettino di sedersi attorno ad un tavolo.

Chissà che non sia stata la dichiarazione di Trump a dare la “sveglia” ai sonni di Sleepy Joe! Il 45° Presidente USA si dimostra sempre più il leader di un’opposizione attiva nella politica americana.

La strategia militare dei palestinesi e la risposta israeliana

Hamas, ovvero l’organizzazione che governa la Striscia di Gaza dal 2005 e che ha delegittimato l’Autorità Nazionale Palestinese, utilizza due tattiche: la prima è quella di cercare di ingolfare la difesa e i sistemi antimissile Iron Dome israeliani che presidiano città e villaggi; la seconda, quella di utilizzare le rampe per il lancio per i razzi in pieno centro abitato, scavare tunnel sotto case e ospedali, immagazzinare munizioni negli scantinati di edifici (appartamenti, ospedali, scuole – tecnica usata anche da Hezbollah in Libano) in modo da costringere i jet e gli elicotteri israeliani a colpire quegli obbiettivi per favorire la propaganda islamista con immagini di gente sfollata, ferita ed edifici distrutti.

Inutile spiegare ai media e a gran parte dell’opinione pubblica che il fatto di mettere delle postazioni di lancio per i razzi nei centri abitati viene considerato in sede ONU come un crimine di guerra, in quanto mette la popolazione civile in grave pericolo. E inutile anche spiegare che i razzi a corto raggio utilizzati dai terroristi sono letali tanto quanto quelli lanciati dai sofisticati jet o elicotteri militari. E i lanci non vanno sempre a buon fine, come dimostra l’episodio accaduto nel primo pomeriggio di lunedì 10 maggio, quando è stato identificato un fallito tentativo di lanciare un razzo che è esploso all’interno della Striscia di Gaza.

La risposta dell’IDF è stata chiamata “Operation Guardian of The Walls” e consiste nel colpire postazioni di lancio dei razzi, dei droni “suicidi” e dei palloni esplosivi oltre agli edifici e ai tunnel ed altre infrastrutture utilizzate dai terroristi con l’uso dei carri armati (i primi ad aprire il fuoco), jet militari e elicotteri da attacco. Nella giornata di mercoledì è stato distrutto nel nord della Striscia di Gaza un lanciatore multiplo in grado di sparare fino a 10 razzi diretti verso le città costiere di Ashkelon e Ahdod e successivamente è stata colpita una squadra di terroristi pronti a lanciare gli UAV (droni) “suicidi” verso il territorio israeliano.

Gli aerei israeliani hanno colpito in totale 130 obbiettivi tra cui un edificio dell’intelligence appartenente ad Hamas nel quale sono morti 15 membri dell’organizzazione. In totale l’IDF ha impiegato 80 mezzi aerei, tra cui 8 caccia di quinta generazione F-35I “Adir” (la versione israeliana dell’F-35A Lightining II)

L’ultima operazione importante verso i terroristi palestinesi è stata la “Protective Edge” del 2014, quando Barack Obama era Presidente e Joe Biden il suo Vice. Anche in quella occasione i media e gran parte dell’opinione pubblica si schierò contro Israele.

Non era del tutto da escludere già ai primordi dell’attacco che l’IDF entrasse ed occupasse la Striscia di Gaza, lasciata forse imprudentemente nel 2005 sotto il governo di Ariel Sharon, ritiro che cancellò quasi completamente quelle comunità ebraiche. che, grazie alla protezione dei soldati israeliani, potevano tenere meglio sotto controllo eventuali disordini, come accade invece in Giudea e Samaria, dove i reparti dell’esercito israeliano negli insediamenti ebraici intervengono per stroncare sul nascere eventuali attacchi terroristici.

L’abbandono della Striscia di Gaza ha creato le basi per la dittatura di Hamas e la Jihad Islamica ed i risultati sono purtroppo questi.

2 pensieri su “Israele sotto attacco: razzi e rivolte nelle città

  1. Grazie per questo meraviglioso articolo.
    Io però toglierei due parole: il “forse” da la Striscia di Gaza, lasciata forse imprudentemente (soprattutto dopo il ritiro dal Libano che ha fatto raddoppiare gli attacchi terroristici sulla Galilea, le conseguenze devastanti di un ritiro da Gaza erano ampiamente prevedibili, e previste da chiunque conoscesse la situazione, e soprattutto la mentalità della controparte); e il “quasi” da ritiro che cancellò quasi completamente quelle comunità ebraiche: l’unico ebreo rimasto a Gaza per cinque anni è stato Gilad Shalit.
    Mi permetto di segnalare questo video, a cui ho collaborato:

    "Mi piace"

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