Oggi la censura online non viene più fatta dai governi ma viene subappaltata ai privati. Ed è agghiacciante

Facebook conferma il ban di Donald Trump ma ammette che manchi di qualsiasi standard oggettivo.

Jonathan Turley ha pubblicato sul suo blog delle interessanti e profonde riflessioni in tema di libertà di parola e di espressione nell’ambito del sistema di censura attuato dalle Big Tech, alla luce della decisione del Comitato di sorveglianza di Facebook di confermare il bando dell’ex-Presidente Donald J. Trump sulla sua piattaforma social.

Jonathan Turley è “Shapiro Professor of Public Interest Law” presso la George Washington University ed ha servito come consulente durante il processo di Impeachment al Senato. Ha testimoniato come esperto giuridico alle udienze dell’impeachment di Bill Clinton e di Donald Trump.

Si riporta la traduzione dell’articolo, adattato alla comprensione di un pubblico italiano.

L’Oversight Board di Facebook ha votato se l’azienda intende o meno ridare a Donald Trump i suoi “scarponi”.

La decisione del consiglio di confermare la decisione di bandire Trump ma riconsiderare il divieto a vita potrà sembrare conveniente per molti. Tuttavia, c’è un precedente. Uno dei miei racconti processuali preferiti viene dall’Irlanda, dove un irlandese fu accusato da un inglese di aver rubato un paio di scarponi. La colpevolezza dell’imputato era assolutamente chiara, ma la giuria irlandese non riusciva comunque a pronunciarsi in favore dell’inglese. Alla fine, assolse l’irlandese ma aggiunse una postilla: “Noi crediamo che O’Brien dovrebbe restituire all’inglese i suoi scarponi”. Caso chiuso.

Pochi pensavano che, dopo aver allargato per anni la censura anche ai personaggi politici come Donald Trump, Facebook potesse mai trovare il coraggio di dichiararsi in torto per quel divieto imposto per la prima volta il 7 gennaio 2021. Invece, il consiglio ha stabilito che aveva assolutamente ragione a sospendere Trump, ma che potrebbe voler riconsiderare il divieto permanente data l’assenza di qualsiasi standard oggettivo a supporto. Quindi Trump avrà ancora i suoi scarponi, per ora. Facebook nel frattempo continuerà la sua insidiosa campagna per far “evolvere” le persone sui regolamenti che impattano la privacy e la libertà di parola.

Potrebbe essere troppo severo aspettarsi qualcosa di più da un consiglio che letteralmente controlla uno dei più grandi programmi di censura del mondo. Facebook, Twitter e altre aziende oggi si impegnano apertamente in ciò che amano chiamare – eufemisticamente – “modifica dei contenuti“. La decisione riflette la logica contorta del consiglio di revisione del censore della libertà di parola. L’azienda – ed il suo consiglio – partono dal presupposto che si possa e che si debba censurare le opinioni ritenute “disinformazione” oppure pericolose. La premessa di partenza è quindi che la censura sia giustificata e che la neutralità sui contenuti sia pericolosa.

La posizione del Board sulla policysenza standard – sui divieti permanenti ignora però che la sua stessa politica di sospensione temporanea è altrettanto senza standard. L’azienda ha citato la risposta al discorso di Trump da parte di terzi, in contrapposizione ad uno specifico appello di Trump a commettere “violenza”. Non prende la stessa posizione quando parole simili vengono però usate da personalità come la Rep. Maxine Waters (D-Cal.) durante le ultime proteste. Il consiglio si preoccupa che il divieto permanente non sia fondato su una politica pubblica e che un’autorità così illimitata dovrebbe preoccupare tutti. In effetti è così. Così come ci preoccupa l’autorità illimitata che viene imposta alle sospensioni.

Recentemente, Facebook ha vietato non solo i post ma la stessa voce di Donald Trump. Con quello che potrebbe essere chiamato lo ‘Standard di Zuckerberg‘ – “Colui che non deve essere ascoltato” – Facebook ha bloccato un’intervista di Trump con sua nuora Lara Trump. L’azienda ha dichiarato che avrebbe censurato qualsiasi contenuto “con la voce di Donald Trump”. Così, solo se Trump avesse sussurrato le sue risposte alla nuora, lei avrebbe potuto dire quelle parole. Questa non viene però considerata come quella che il Consiglio stesso chiama una “sanzione indeterminata e non standardizzata“.

Ciò che è più allarmante è che Facebook, Twitter ed altre aziende sono state difese da leader Democratici, scrittori ed accademici. Infatti, l’Atlantic ha pubblicato un articolo del professore della Harvard Law School Jack Goldsmith e del professore di diritto dell’Università dell’Arizona Andrew Keane Woods che chiede una censura di internet in stile cinese. Hanno dichiarato che “nel grande dibattito degli ultimi due decenni sulla libertà contro il controllo della rete, la Cina aveva in gran parte ragione e gli Stati Uniti avevano in gran parte torto” e che “un monitoraggio significativo e il controllo del discorso sono componenti inevitabili di un internet maturo e fiorente”.

I leader Democratici come il senatore Richard Blumenthal (D-Conn.) si sono premuniti di avvisare le aziende Big Tech che stanno controllando i contenuti per essere sicuri che non ci sia alcun “arretramento o ritirata” dalla necessaria “robusta modifica dei contenuti“. Molti commentatori di sinistra sono diventati quindi sostenitori sfacciati non solo della censura, ma della censura aziendale, cioè quella fatta da aziende private.

Il pensiero comune è che queste aziende non siano soggette al Primo Emendamento e che quindi non ci sia alcun problema con la libertà di parola. Il Primo Emendamento non sarebbe dunque sinonimo di valori più ampi rispetto alla sola libertà di parola. Le aziende private possono quindi distruggere la libertà di parola attraverso la censura privata. Questo è particolarmente il caso delle aziende che non solo gestiscono piattaforme per le comunicazioni, ma che ricevono l’immunità per le cause legali sotto l’idea che sarebbero solo fornitori neutrali di tali piattaforme. Immaginate se la vostra compagnia telefonica si prendesse la briga di intervenire nelle telefonate per obiettare qualcosa che avete appena detto o per bandirvi da ulteriori chiamate per aver diffuso disinformazione. Alcuni di noi credono che la libertà di parola sia invece un diritto umano definito da valori che vanno oltre i confini del Primo Emendamento.

L’alleanza tra figure politiche e queste grandi aziende è particolarmente agghiacciante. Big Tech ha permesso la creazione di un “media di stato senza lo stato“. Recentemente, Twitter ha ammesso che sta censurando le critiche al governo indiano sulla sua gestione della pandemia perché tali opinioni sono considerate illegali in India. Facebook è stato accusato di censurare le opinioni della minoranza Sikh che sollevano preoccupazioni di genocidio. I governi possono ora esternalizzare i compiti di censura a Big Tech, che beneficia per questo di un sostegno del governo che va dall’immunità legale alle leggi fiscali.

Donald Trump si è mosso per creare una propria piattaforma per comunicare con gli elettori. Tuttavia, questo non riguarda Trump. Si tratta di Facebook e del suo programma di censura. Molti di noi non sono impressionati dallo sforzo di Facebook di elaborare i suoi standard per la censura perché si basa tutto su una premessa che riguarda la censura. Internet era una volta il più grande spazio per la libertà di parola che la storia abbia mai visto. Ora è stata convertita in uno spazio gestito per quei soli punti di vista che sono approvati dalle aziende private. Per i sostenitori della libertà di parola, è come passare da un oceano di libertà di parola ad una piscina di contenuti controllati.

Alla fine, il consiglio di amministrazione di Facebook non poteva spingersi fino a quanto detto da quella giuria irlandese per dire che l’azienda dovrebbe restituire gli scarponi a Trump, ma piuttosto “potrebbe voler considerare” di restituirgli gli scarponi. Nel mondo dei censori aziendali, questa è considerata la posizione di partenza.

JonathanTurley.org