Afghanistan: E se Joe Biden stesse sbagliando a ritirare le truppe?

Perché Joe Biden ritira le truppe dall’Afghanistan (e perché sbaglia)

“L’America è tornata. Pronta a guidare il mondo”

Con queste parole, Joe Biden aveva introdotto le linee guida della sua politica estera, una politica estera tesa a ripristinare il ruolo degli Stati Uniti come nazione guida del mondo, rinsaldando le relazioni diplomatiche con i partner storici, a sui giudizio duramente compromesse dall’isolazionismo dell’amministrazione di Donald Trump.

Tuttavia, il 14 aprile 2021 Joe Biden ha annunciato di voler ritirare completamente il contingente americano in Afghanistan, seguendo i termini dell’accordo siglato dal suo predecessore, entro la data simbolica dell’11 settembre 2021. Una decisione Cher però è palesemente in contrasto con gli indirizzi della politica estera annunciati agli albori della sua amministrazione. Quali sono i motivi dietro questa decisione?

I motivi

È ormai noto come l’opinione pubblica americana sia decisamente stufa di un lunghissimo conflitto, per il quale non si intravede alcuna soluzione militare all’orizzonte. Certamente, l’arrivo degli Stati Uniti ha permesso instaurare un sistema di governo in Afghanistan e ha significativamente migliorato la condizione delle donne afghane e il rispetto dei diritti umani in generale nel paese, tuttavia l’operazione si è rivelata un completo fiasco strategico, per una lunga serie di motivazioni.

L’inizio della Guerra in Iraq del 2003 ha distolto l’attenzione dall’Afghanistan e dal relativo confitto. Inoltre, gli americani non sono mai riusciti a recidere i legami tra i Talebani e il Pakistan, che ha fornito appoggi finanziari e logistici agli studenti coranici, sin dalla fondazione del gruppo. Inoltre, l’Occidente non è mai riuscito a recidere anche i fortissimi legami sempre tra i Talebani e i gruppi Pashtun, predominanti nelle aree montuose e rurali. Pesano inoltre la fortissima corruzione del governo afghano e la sua profonda divisione interna. L’Afghanistan ha infatti uno dei tassi di percezione della corruzione tra i più alti al mondo, il paese figura al 165° posto della lista stilata da Transparency International.

Il governo di Kabul rimane anche diviso a causa delle rivalità tra le varie etnie e tribù che lo compongono. Nel 2014, le elezioni furono contrassegnate da forti accuse di brogli elettorali rivolte dal leader dell’opposizione Abdullah Abdullah, al vincitore Ashraf Ghani, l’attuale presidente. Il successivo conflitto istituzionale, terminò solo grazie ad un accordo che conferì ad Abdullah il ruolo di Chief Executive. Nel 2019, la situazione è addirittura peggiorata, con Ghani e Abdullah che hanno svolto due diverse inaugurazioni presidenziali, cosa assolutamente inammissibile in un paese democratico. Ancora una volta, per risolvere il conflitto Ghani ha dato un ennesimo “contentino” ad Abdullah, ponendolo a capo dell’Alto Consiglio per la riconciliazione.

In sostanza, e anche per questi motivi, l’opinione pubblica americana è diventata sempre più insofferente verso un conflitto lungo e costoso, combattuto ad enorme distanza dalla madrepatria, contro un nemico che gode del completo appoggio del Pakistan e al fianco di un alleato debole, corrotto e disfunzionale.

La strategia d’uscita

A partire dal 2011, gli Stati Uniti hanno dunque avviato un graduale disimpegno dal conflitto, ritirando progressivamente le loro truppe e avviando trattative con i vari gruppi armati. Nel 2016, venne siglato il primo accordo di pace, con i gruppo armato Hizb-i-Islami Gulbuddin (HIG), guidato da Gulbuddin Hekmatyar. Successivamente, in linea con la sua politica isolazionista e con la volontà di porre fine alle cd. “Endless War”, le “guerre senza fine”, il Presidente Donald Trump ha proseguito le trattative con i Talebani nel tentativo di ottenere un accordo di pace più ampio. A tal proposito, l’allora Segretario di Stato Mike Pompeo nominò l’ex ambasciatore alle Nazioni Unite Zalmay Khalizad, come inviato speciale per il processo di pace afghano. Khalizad, a sua volta, è finalmente riuscito ad ottenere nel un accordo di pace con i Talebani nel 2020.

L’accordo prevede il ritiro delle truppe straniere dall’Afghanistan, in cambio della rottura dei rapporti tra i Talebani ed Al Qaeda. L’accordo tuttavia è risultato fin da subito molto debole, l’intelligence americana ha infatti fatto notare come i Talebani non abbiano assolutamente reciso i loro rapporti con Al Qaeda e come ci sia il serio pericolo di una caduta del governo di Kabul. Dal 2020 il gruppo ha posto fine agli attacchi alla coalizione multinazionale, ma ha aumentato vertiginosamente i suoi attacchi a danno delle forze di sicurezza afghane e le perdite tra i civili nel 2020, sono state le più alte rispetto al 2009. I Talebani non paiono per nulla intenzionati ad avviare trattative concrete con il governo afghano e molti dei loro leader hanno affermato che il loro obbiettivo è restaurare l’Emirato Islamico dell’Afghanistan, abbattuto con l’intervento americano nel 2001. Ma davvero i rischi sono così alti?

Il precedente iracheno

Sulla Guerra in Iraq è stato detto di tutto. Tuttavia dopo una prima fase di enorme instabilità, l’incremento delle truppe voluto dall’allora Presidente George W. Bush (il cosiddetto “surge“) permise un drastico calo delle violenze. Bush lasciò ad Obama una vittoria militare in Iraq. Tuttavia, nel 2011, il Presidente Barack Obama decise di ritirare le truppe dall’Iraq.

Le conseguenze della mossa, furono devastanti. Nei tre anni successivi, il paese divenne via via più instabile e ad approfittare del vuoto lasciato dalle truppe americane fu il movimento estremista guidato da Abu Bakr al Baghdadi, all’epoca denominato “Stato Islamico dell’Iraq” per poi divenne noto al mondo come ISIS. Nel 2014 le forze di Al Baghdadi occuparono gran parte del territorio sunnita iracheno e arrivarono pericolosamente vicine a Baghdad. Di fronte al collasso militare iracheno, Obama fu costretto a riportare le truppe americane in Iraq appena tre anni dopo averle ritirate. Oggi, circa 3.500 soldati americani son impegnati in Iraq.

Possibili sviluppi

La leadership politica afghana risulta debole e corrotta, certamente non in grado di guidare il paese né in negoziati con i Talebani, né tantomeno di reggere ad un nuovo, eventuale si spera, conflitto. Tanto più che, allo stato attuale, le Forze Armate Afghane non risultano ancora in grado di operare autonomamente senza l’appoggio americano. Laddove i Talebani riuscissero effettivamente a riprendere il potere, finirebbero per restaurare il regime islamico pre 2001, vi sarebbe una paurosa regressione della tutela dei diritti umani nel paese ed un quasi totale annullamento dei progressi sul fronte dei diritti delle donne.

Inoltre, una eventuale vittoria dei Talebani renderebbe nuovamente l’Afghanistan un “Safe Heaven” per i movimenti terroristici come Al Qaeda, i quali potranno tornare a sfruttare il territorio per costruire campi d’addestramento e servirsi delle colture di oppio del paese per finanziarsi tramite il traffico di droga, divenendo molto più pericolose e ottenendo nuove risorse che potranno essere rivolte contro i paesi occidentali.

Tornando al presente, la mossa di Joe Biden, inoltre, finirebbe per danneggiare ulteriormente la credibilità americana nell’area, duramente messa in crisi dall’aver consentito un’invasione turca del Kurdistan Siriano.

La mossa è stata per questo duramente criticata dal Congresso americano, ed in maniera bipartisan: dai Democratici come la Senatrice Jeanne Shaheen del New Hampshire, ai Repubblicani come i Senatori della leadership Lindsay Graham della Carolina del Sud e Mitch McConnell del Kentucky alla Rappresentante Liz Cheney de Wyoming, hanno tutti asserito che il ritiro definitivo delle truppe della coalizione dal paese lascerà un partner strategico americano in balia di movimenti jihadisti, favorendo il contestuale rafforzamento di questi ultimi.

Conclusioni

In conclusione, la mossa di Joe Biden pare essere motivata più da ragioni elettorali, data l’ostilità del pubblico americano verso tale conflitto, piuttosto che da un reale raggiungimento degli obbiettivi che gli Stati Uniti si erano prefissati nel 2001, e rischia di riportare al potere uno dei regimi più brutali e oscurantisti della Storia, favorendo allo stesso tempo il ritorno di movimenti terroristici che otterrebbero nuovamente un “porto sicuro”.

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