Il massacro di Atlanta e i giochi di moralità dei media

Abbiamo tradotto un interessante articolo di opinione pubblicato sul New York Times il 22 marzo del 2021 a firma dell’opinionista Bret Stephens.

Premettendo che si tratta di un opinionista che scrive per un giornale di Sinistra e che quindi crede alla bufala del Russiagate e della collusione della campagna di Trump e la Russia nelle elezioni presidenziali del 2016 e che accusa apertamente Donald Trump di aver fomentato il razzismo negli Stati Uniti – arrivando addirittura ad imputargli due famose sparatorie avvenute nel corso del suo mandato – cose che ovviamente non sono dell’opinione di questo Blog, invitiamo il lettore a prestare molta attenzione ai dati interessanti sui crimini d’odio nei confronti degli asiatici-americani forniti nell’editoriale e alla generale riflessione sul comportamento dei mass media americani.

Senza voler sottovalutare il problema, è necessario però riportare la discussione su questi fenomeni anche nella misura in cui essi sono presenti nella realtà.

I giornalisti dovrebbero dare ai lettori i fatti, non giocare con le paure.

Per molti anni, Gallup ha misurato la fiducia dell’America nelle sue istituzioni. Il giornalismo non è andato bene. Nel 2020, solo il 24% degli americani aveva molta o abbastanza fiducia nei giornali. Il 39% ne aveva poca o nessuna. Per i notiziari televisivi, le cifre rispettive erano ancora peggiori, 18% contro 49%.

Come spiegare questa mancanza di fiducia? Una ragione può essere che continuiamo a dimostrarci indegni di essa.

Questo sta accadendo di nuovo sulla scia della sparatoria in tre centri massaggi della zona di Atlanta, in cui sei delle otto vittime erano donne di origine asiatica. Il crimine è orribile e straziante. L’identità dell’autore è chiara.

Ed il movente, anche se richiede ancora un riscontro, è confessato: L’assassino sostiene di aver lottato con una dipendenza dal sesso in contrasto con il suo credo evangelico. Secondo l’Associated Press, “Tutti e tre i negozi dove le persone sono state uccise martedì hanno dettagliate recensioni anche recenti su un sito online che porta gli utenti ai luoghi che forniscono servizi sessuali”.

Allora come facciamo ad avere titoli come “Le sparatorie alle terme di Atlanta e l’anno dell’odio contro gli asiatici-americani” su una notizia di U.S. News & World Report? E perché il resoconto dell’incidente da parte di così tante testate giornalistiche ha enfatizzato solo la razza di sei delle vittime quando c’è, per ora, solamente una presunta prova (in un giornale sudcoreano) che le vittime siano state uccise a causa della loro razza?

La ragione è che abbiamo due cose che, separatamente, sono importanti e vere, ma che sono state dubbiamente unite per ragioni di convenienza ideologica.

Ecco ciò che è importante e vero: i crimini d’odio contro gli asiatici-americani in 16 città degli Stati Uniti sono aumentati del 149 per cento nel 2020 rispetto all’anno precedente, secondo un’analisi accademica, anche se il tasso complessivo dei crimini d’odio è diminuito del 7 per cento nello stesso periodo.

È vero anche che Donald Trump ha alimentato l’odio anti-immigrati che molto probabilmente ha contribuito al massacro del 2018 alla sinagoga Tree of Life di Pittsburgh e al massacro del 2019 in un Walmart di El Paso. I suoi riferimenti al “virus cinese” erano un altro segnale caratteristico della xenofobia strisciante, ed è per questo che è comprensibile che gli asiatici-americani che hanno avuto a che fare con le molestie abbiano percepito come gli attacchi di Atlanta confermassero le loro peggiori paure.

Ma se i media dovrebbero aver imparato una cosa negli ultimi 20 anni, è di essere eccezionalmente prudenti nel cercare di mettere una verità sull’altra per il bene di una narrazione convincente.

Nel 2003, Saddam Hussein voleva le armi di distruzione di massa, le possedeva e le aveva usate in precedenza ed aveva una lunga storia di ostruzioni agli ispettori internazionali. Ma non significava che Saddam Hussein avesse le W.M.D. Nel 2016, Donald Trump disse cose carine sulla Russia e su WikiLeaks, e la Russia, usando WikiLeaks, cercò di intromettersi nelle elezioni americane per aiutare Trump ad essere eletto. Ma la reciprocità di interessi non ha portato a dimostrare la collusione, almeno non in un modo che potrebbe essere perseguito con successo in tribunale.

Ora abbiamo un tasso crescente di crimini d’odio anti-asiatici, ed un orribile crimine in cui l’autore è bianco e la maggior parte delle sue vittime di origine asiatica (anche se due erano bianche). La potente tentazione ideologica è di trattare questo caso come un’altra sparatoria sulla scia di quelle di Pittsburgh e di El Paso – o, come ha detto un titolo della CNN, “Il suprematismo bianco e l’odio stanno perseguitando gli asiatici-americani“.

Allettante, ma per lo più infondato. Lo stesso studio che ha trovato l’aumento dell’anno scorso nei crimini d’odio contro gli asiatici nota anche che l’incidenza complessiva di questi crimini è relativamente piccola, sia in numeri assoluti (122 incidenti nel 2020, su un totale di 1.717 crimini d’odio), sia rispetto ad altri gruppi vittime. Non c’è bisogno di dire che un crimine d’odio è uno di troppo, ma anche se i rapporti di questi incidenti possono essere una piccola frazione dei crimini complessivi, le proporzioni contano.

E mentre i dati sull’identità dei responsabili sono difficili da ottenere, il Dipartimento di Polizia di New York ha tenuto i conti l’anno scorso. Ha scoperto che dei 20 crimini d’odio anti-asiatici in cui sono stati effettuati arresti, due arrestati erano bianchi, cinque erano bianchi-ispanici, due erano neri-ispanici, ed il resto erano afroamericani.

Cosa si può concludere da questi dati limitati? Non molto, tranne che l’idea che il suprematismo bianco sia ciò che perseguita gli asiatici-americani poggia su una “lastra di ghiaccio empiricamente sottile”. Come molte altre cose nell’opinione pubblica di oggigiorno, è un’altra Verità ideologica con la “V” maiuscola alla ricerca di verità fattuali e con la “v” minuscola per convalidare le sue ipotesi precostituite ed esagerate. Che abbia il lodevole obiettivo di “sensibilizzare” e “combattere l’odio” non solleva i giornalisti dalla responsabilità di riportare scrupolosamente i fatti, non di giocare sulle paure anche se al servizio di un bene superiore.

Nel frattempo, i lettori meritano di sapere come l’autore ha potuto comprare l’arma del delitto il giorno della sua strage. Dovrebbero saperne di più sulla mania religiosa che presumibilmente alimentava le sue ansie tossiche. Meritano di sapere quanto è diffuso il commercio del sesso nei centri di massaggio, e perché le autorità locali sembrano guardare dall’altra parte. E dovrebbero vedere dove le prove possono ancora portare, compresa la possibilità ancora aperta di un animus razziale ancora celato.

Tutto questo sarebbe giornalismo in cui il pubblico potrebbe avere fiducia. Invece abbiamo solo giochi di moralità.

NYTimes.com