Nuovo Senato, Nuovi Equilibri. Chi vince e chi perde nella nuova legislatura che comincia

Ecco i Senatori che aumenteranno la loro influenza e quali, invece, vedranno declinare il proprio potere.

A seguito dei recenti eventi (elezioni presidenziali, ballottaggi in Georgia, assalto al Congresso e giuramento di Joe Biden e Kamala Harris) gli equilibri di potere al Senato degli Stati Uniti sono cambiati. In questo articolo vorrei elencare quali, a mio parere, sono i Senatori che aumenteranno la loro influenza e quali, invece, vedranno declinare il proprio potere.

Chi sono i vincitori?

Joe Manchin (Democratico della West Virginia): ultimo Democratico a detenere un incarico pubblico in West Virginia, Joe Manchin diventa a pieno titolo uno dei senatori più influenti. Democratico moderato e conservatore, Manchin dal 2004 vince ogni singola elezione alla quale partecipa. Le sue posizioni politiche, il suo approccio bipartisan e la perfetta conoscenza del proprio territorio, gli hanno permesso di rimanere l’ultimo democratico dello stato. Manchin ha votato il 52% delle volte in maniera favorevole a Trump. Il suo voto ora diventa decisivo sia per i democratici (che punteranno sulla sua appartenenza al partito) sia per i repubblicani (che punteranno sul suo conservatorismo).

Krysten Sinema (Democratica dell’Arizona): è nota per essere una “Democratica moderata” (infatti, ha votato il 62% delle volte in maniera favorevole alle proposte di Trump da rappresentante e per il 25% delle volte da senatrice). Gran parte del successo della Sinema deriva dalla progressiva conquista democratica delle aree suburbane nella Contea di Maricopa. Venend da un c.d. “Purple State” (cioè uno stato ancora in bilico tra Democratici e Repubblicani) è improbabile quindi che assuma una posizione spiccatamente “progressista”. Il suo voto può risultare decisivo e ha ancora un margine di quattro anni per garantirsi la rielezione. Viceversa, il suo collega democratico Mark Kelly, oltre ad essere appena entrato nell’arena, ha anche molto meno tempo a disposizione, dato che dovrà ripresentarsi alle elezioni già nel 2022, in quanto eletto in un elezione speciale (cioè, quelle che si tengono tra le scadenze vere e proprie del mandato di senatore, che negli Stati Uniti dura 6 anni).

Mitt Romney (Repubblicano dello Utah): propri lui, il senatore “repubblicano” più “anti-Trumpiano” di tutti, vede il suo nemico sconfitto ed è pronto a sfruttare la sua lunga esperienza politica in un Senato estremamente diviso e polarizzato. Romney potrebbe certamente collaborare con Biden e i Democratici su alcuni temi, ma potrebbe anche decidere di restare fedele al suo partito sulle questioni fondamentali. Altro voto potenzialmente importantissimo nei prossimi quattro anni: infatti, sarà solo nel 2024 che Romney tornerà alle urne per cercare di ottenere la riconferma, sempre che riesca a sopravvivere alle tentazioni di “recall” da parte dei suoi avversari nel Partito e dei movimenti conservatori in generale, che lo considerano ormai un “traditore”. Tutto dipenderà da quanto riuscirà a farsi “perdonare” dall’elettorato conservatore.

Susan Collins (Repubblicana del Maine): emblema e bandiera dei “repubblicani moderati”, ultima senatrice esponente del Partito Repubblicano nel New England, geometria-variabile Collins, grazie al suo pragmatismo e alla sua capacità di muoversi tra le varie posizioni bipartisan è riuscita a vincere ben cinque elezioni di fila nel suo Stato. La Collins era tra i Senatori Repubblicani che, assieme a John McCain, votarono contro il tentativo di Trump di abolire l’Obamacare nel 2017, nonché contro la nomina di Amy Coney Barrett nel 2019. Potrebbe essere senza dubbio una potenziale “collaborazionista” dell’Amministrazione Biden, ma bisogna considerare che la sua anima “centrista” le impedirà almeno di sposare le proposte e le nomine più estreme portate avanti dalla Sinistra radicale.

Ben Sasse (Repubblicano del Nebraska): pur essendo un conservatore nelle sue posizioni politiche non ha mai sostenuto apertamente il Presidente Donald Trump, ed è pertanto un “Never-Trumper” dichiarato, anche se ha votato con il Presidente per l’85% delle volte. Tuttavia, a differenza di molti altri esponenti Repubblicani (in primis, lo stesso Romney, che chiese l’intercessione di Trump per le primarie per il seggio al Senato dello Utah nel 2018) ha dimostrato di non avere bisogno dell’appoggio di Trump per avere 2vita propria” – facile, anche perché viene da uno Stato profondamente conservatore – avendo ottenuto alle ultime elezioni nel Nebraska una percentuale di voti superiore a quella dell’ex Presidente pari all’8,9%. Sasse è stato tra i primi a congratularsi con Joe Biden e a chiedere una transizione pacifica del potere. Probabilmente non collaborerà per l’Agenda Biden nella misura in cui potrebbero farlo Romney e la Collins, ma certamente la sua posizione esce rafforzata dagli ultimi eventi.

Chi sono invece gli sconfitti?

Mitch McConnell (il leader dei Repubblicani al Senato). Dopo la riconquista del Senato nel 2015 McConnell diventava il leader della Maggioranza al Senato, incarico saldamente rimasto nelle sue mani per i successivi sei anni. Oggi, dopo la sconfitta nei ballottaggi della Georgia, nel nuovo Congresso che si è insediato ritorna, a seguito all’inaugurazione della nuova amministrazione, il leader della minoranza (incarico che aveva precedentemente rivestito dal 2007 al 2015). Il suo “patto di governo” stipulato con Donald Trump ha portato a conseguire i più grandi successi dell’Amministrazione uscente, cosa che lo aveva fatto avvicinare molto alla figura del Presidente, un alleanza naturale, essendo McConnell stesso un esponente della Destra del Partito Repubblicano. Ha aspettato fino all’ultimo a congratularsi – va ricordato, molo gelidamente – con Biden per la vittoria pur di accontentare Donald Trump, aspettando il voto dei Grandi Elettori, il c.d. “porto sicuro”, la data che avrebbe sancito la “fine” di ogni speranza di contestare e ribaltare legalmente l’esito delle elezioni. Dopo l’assalto del Congresso da parte dei sostenitori di Trump, i rapporti si sono velocemente degradati.

Pare, secondo le indiscrezioni, che McConnell sia arrabbiato con Trump per due motivi: il primo è la doppia sconfitta in Georgia, provocata secondo lui dalla eccessiva insistenza di Trump nella sua narrativa delle “elezioni rubate”, che avrebbe ottenuto l’infausto effetto di far desistere molti elettori dall’andare a votare per i candidati repubblicani perché ormai convinti che le elezioni non fossero più oneste e democratiche. A supporto della tesi di McConnell ci sarebbe il fatto che Perdue sia arrivato comunque davanti al suo sfidante democratico al primo turno, quindi, al ballottaggio, sarebbe bastato riportare tutti quelli che lo avevano votato per vincere – Perdue ha subito infatti un ammanco di quasi 300 mila voti rispetto al primo turno, a fronte di un corrispondente ammanco di 100 mila voti nel campo avversario, abbastanza quindi per provocare il “ribaltone”). Il secondo è proprio l’irruzione dei sostenitori del Presidente nel Campidoglio del 6 gennaio. Da vecchio uomo delle istituzioni, non si può certo pretendere che possa appoggiare un’iniziativa del genere, che – va ricordato – ha contribuito a provocare la morte di quattro sostenitori di Trump e di un agente delle forze dell’ordine di Capitol Hill.

Ma McConnell non ha voluto tagliare completamente i ponti con l’ex Presidente, ed infatti il suo rifiuto di convocare il Senato prima della data prevista ha contribuito a “salvare” Donald Trump da quell’istantaneo procedimento di Impeachment iniziato alla Camera, almeno fino a quando il Presidente è rimasto in carica. Probabile che ora cercherà nuovamente di far finire nel nulla questo secondo Impeachment, così come aveva fatto con il primo, almeno per non concedere la soddisfazione ai Democratici ed evitare un umiliazione troppo grande al suo Partito. McConnell, anche se sconfitto, si prepara comunque a prendersi la rivincita sui Democratici e sull’Agenda Biden, battagliando come non mai al Senato. Stiamo parlando dell’uomo che da solo è riuscito a sabotare meglio di chiunque altro la Presidenza di Barack Obama, ridimensionandone gli eccessi, oltre alle politiche e le nomine più radicali. Rispetto.

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Ted Cruz (Repubblicano del Texas): completo disastro per il senatore texano, tra i simboli del Tea Party e tra i senatori più conosciuti e amati dalla base dei Repubblicani. Già aspirante alla presidenza degli Stati Uniti, dopo la sconfitta del 2016 alle primarie Ted Cruz si è progressivamente avvicinato al suo ex-rivale, diventandone prima alleato e poi amico, ma è diventato anche sempre più dipendente dal sostegno politico di Donald Trump, cavandosela per il “rotto della cuffia” nella sudata riconferma del 2018 contro Beto O’Rourke (quando Beto però ancora non aveva abbracciato completamente le posizioni più progressiste che gli costarono il naufragio alla primarie democratiche dell’ano scorso). Dopo essersi speso in prima persona per portare avanti la tesi di Trump sul furto delle elezioni, ha cercato di contestare la certificazione del risultato da parte del Congresso, chiedendo anche la convocazione di una commissione d’inchiesta e un dibattito in aula, salvo poi vedersi costretto dalla piega che hanno preso gli eventi a dissociarsi precipitosamente dai rivoltosi che avevano dato l’assalto a Capitol Hill. Ted Cruz rischia ora la rimozione o, quantomeno, è quello che desiderano fargli i progressisti. La sua stella è ormai spenta? Vedremo. Di sicuro proverà a fare il “pontiere” tra l’establishment repubblicano che vuole riprendersi il partito ed abbandonare gli eccessi di una figura come quella di Trump, con la base dell’elettorato, che rimane saldamente trumpiana.

Josh Hawley (Repubblicano del Missouri): dopo aver strappato nel 2018 il seggio ai Democratici, Hawley, giovane e preparato, è stato uno dei Senatori che più ardentemente hanno sostenuto Donald Trump durate gli anni della sua presidenza ed ha sempre votato conformemente alle sue direttive. Hawley era stato incluso nell’elenco del presidente Donald Trump dei 20 potenziali candidati alla Corte Suprema degli Stati Uniti in seguito alla morte dell’ex giudice Ruth Bader Ginsburg il 18 settembre 2020. Hawley, in conformità con la posizione espressa da Trump, è tra i Sentori ad essersi opposti alla certificazione dei voti del Collegio Elettorale sia dell’Arizona che della Pennsylvania. Costretto dalla piega che hanno preso gli eventi a dissociarsi precipitosamente dai rivoltosi che avevano dato l’assalto a Capitol Hill, anche lui rischia quantomeno la rimozione, almeno nei desiderata dei progressisti, esattamente come Cruz. Di certo non esce bene da questi ultimi eventi, anche in vista delle prossime primarie del 2024, in cui era visto come un potenziale candidato per il “dopo-Trump”.

Bernie Sanders (Indipendente del Vermont): il senatore socialista del Vermont esce ancora una volta fortemente ridimensionato da queste elezioni presidenziali. La sua sconfitta alle primarie contro Joe Biden, dove ha preso complessivamente meno voti e delegati alla Convention rispetto a quelle del 2016 contro Hillary Clinton – hanno dimostrato che il suo “messaggio” funzionava bene solo perché in funzione anti-Hillary. Sebbene abbia fama di essere “anti-establishment“, non lo è nelle maniera più assoluta: si è infatti sempre piegato al volere della leadership del partito di cui non fa parte (è infatti un “indipendente”) ma che ambisce certo, se non a guidare, almeno ad influenzare. Gli americani non amano ancora molto la Sinistra troppo radicale e le sue proposte politiche, ed anche se qualche proposta è stata inclusa – da Biden in primis – nella piattaforma elettorale, in un Congresso così diviso, dove la capacità di mediare sarà fondamentale per non evitare brutte sorprese alla conta finale, l’influenza di Sanders sembra si ridurrà enormemente. La sua incapacità di andare fino in fondo contro l’establishment del Partito Democratico, poi, farà il resto.

Elizabeth Warren (Democratica del Massachussets): la senatrice socialista è stata anche lei pesantemente sconfitta alle primarie. Per lei vale sostanzialmente quanto detto per Bernie, aggiungendo il fatto che è co-responsabile del prematuro abbandono di Sanders alle primarie, in complicità con l’establishment democratico, ed anche una certa dose di “trasformismo”: durante quelle primarie cambiò infatti più volte idee, posizioni e programma, in base alle contingenze del momento, con il risultato che nessuno ci capì più niente di quello che voleva fare, cosa che contribuì a farle conseguire l’unico suo “successo” in quella tornata elettorale: l’impresa di riuscire a perdere nel suo Stato.

Conseguenze

Al momento attuale questi sono i personaggi che si apprestano a far parlare di se nel nuovo Congresso. Altri potrebbero emergere. Dopotutto, la maggioranza Democratica al Senato non è incontestata ed anzi, il Senato americano si appresta, almeno per i prossimi due anni, ad essere molto soggetto alle geometrie-variabili dei senatori che lo compongono. Di una cosa però siamo ben certi, ed è bene iniziare subito a parlarne.

Con il nuovo assetto del Senato, il nuovo Congresso non avrà più nei ruoli di leadership apicali dei rappresentanti provenienti dall’America profonda e rurale, poiché Mitch McConnell, in quanto Majority Leader, era l’unico leader non proveniente dagli Stati costieri, essendo il Senatore del Kentucky. La Speaker della Camera Nancy Pelosi viene infatti dalla California, mentre i due leader della maggioranza democratica e della minoranza repubblicana alla Camera vengono rispettivamente dal Maryland e dalla California. Chuck Schumer, il nuovo leader della maggioranza al Senato, viene dallo Stato di New York, mentre il Presidente del Senato (che negli Stati Uniti è il Vice Presidente) Kamala Harris, viene anche lei dalla California.

Questo Congresso certifica la “Divided America“, l’America spaccata in due tra la Costa democratica e il Centro repubblicano, e che non farà bene alla tenuta e all’unità del paese.