Donald Trump e le possibili implicazioni di un suo “MAGA Party”

Donald Trump ha rappresentato qualcosa che i Repubblicani non possono abbandonare facilmente. Ma una sua possibile uscita per fondare il suo “MAGA Party” sarebbe un grande regalo a quello che Joe Biden e i Democratici si preparano a fare.

Che le elezioni presidenziali del 3 novembre scorso siano state un evento spartiacque nella storia del Partito Repubblicano statunitense è cosa ormai nota.

Il partito che fu di Eisenhower, di Nixon e di Reagan si trova oggi nel pieno di una fase di transizione, che trasformerà profondamente – nel bene o nel male – il Partito Repubblicano per come fino ad oggi lo abbiamo conosciuto.

L’avvento di Donald Trump all’interno della politica statunitense ha acuito un processo generale, e già in atto da molti anni, di polarizzazione estrema della politica, che ha costretto i due maggiori partiti americani ad una decisa “svolta” nei propri programmi, affidandosi maggiormente alla “base” del loro elettorato.

Donald Trump, nelle vesti di rottamatore, ha “rivoltato come un calzino” il Grand Old Party, mettendo in luce una alla volta le debolezze di quelli che fino al suo arrivo erano definiti i “santoni” del Partito Repubblicano. Grazie al suo status di outsider ed al suo ben noto carisma, è riuscito a vincere contro ogni pronostico sia le primarie che le presidenziali del 2016, innescando da lì in poi una serie di eventi che hanno fatto la storia degli Stati Uniti e del mondo.

La fine del suo mandato rappresenta adesso la possibilità di proseguire nel solco scavato in questi anni, che ha generato in tutto il globo dei figli delle sue politiche, i quali, chi più e chi meno, hanno raggiunto posizioni di vertice nel loro paese, dando continuità in tutto il mondo al lascito di Donald Trump.

Per il Partito Repubblicano, che non ha di certo lesinato critiche al proprio presidente in questi quattro anni, si aprono adesso diversi scenari, che segneranno senza dubbio la storia del conservatorismo negli Stati Uniti d’America nei prossimi decenni.

Divisi dalle molteplici anime che compongono il partito, i Repubblicani hanno di fronte a loro due strade: proseguire col trumpismo o ritornare alla vecchia guardia, abdicando e ripudiando i quattro anni appena trascorsi, a questo punto definibili come un “incidente di percorso”. Un bivio epocale, ma dove è certo che in nessun caso si potrà tornare veramente indietro.

Analizzando i due scenari, possiamo capire diverse cose, tra cui: il trumpsmo è ormai un’idelogia a se stante – ben insediata nel Partito Repubblicano attraverso quello che Trump ha chiamato il suo movement – ma matura abbastanza per proseguire senza colui che le ha dato vita, ovvero Trump stesso. Sono ormai moltissimi gli esponenti tra i Repubblicani che hanno da tempo sposato le idee di Trump, pur non condividendo alcuni modi e difetti del suo carattere che hanno difatti impedito al presidente di guadagnarsi un secondo mandato alla Casa Bianca.

Certo, andrà considerato anche il futuro di Donald Trump all’interno del suo stesso partito. Sarà però difficile poter attuare una “riforma” del genere se Trump dovesse (malauguratamente) decidere di dar vita propria al suo movimento. Molti sarebbero infatti gli elettori che darebbero fiducia alla sua “nuova creatura” e questo non potrebbe che causare una dispersione di voti che avvantaggerebbe solamente Biden e i Democratici.

Nel caso in cui nel Grand Old Party a prevalere fosse la linea tradizionalista, invece, sarebbe davvero difficile poter vedere di nuovo Trump felicemente in una posizione anche di minoranza all’interno della vita del partito, e questo potrebbe accelerare il suo processo di uscita. Sarebbe sciocco, senza dubbio, privarsi di una figura e di una ideologia che godono ancora di un forte consenso di una parte del paese e che soltanto nelle ultime elezioni ha raccolto 74.2 milioni di preferenze, un vero e proprio record per i Repubblicani e per un presidente uscente.

Tutto ciò dimostra che gli Stati Uniti non sono più quelli di un tempo e che le posizioni storicamente “moderate” sono adesso in netta minoranza anche tra gli stessi elettori del Grand Old Party.

A cercare di sovvertire gli equilibri creatisi in questo quadriennio ci pensano tutti coloro che, con l’avvento di Trump, sono stati “tagliati fuori” dalle stanze dei bottoni. Un vero e proprio repulisti quello a cui abbiamo assistito in questi anni, che ha di fatto messo ai margini esponenti di famiglie da decenni legate al Partito Repubblicano, e che adesso si vedono “messe alla porta” da quel partito che fu un tempo dei loro padri e dei loro nonni, ma dentro il quale ora vogliono assolutamente rientrare.

Le ultime elezioni non hanno solo sancito la fine del mandato di Trump ma hanno anche, e soprattutto, saldato definitivamnete le sue idee all’interno del pensiero del Partito Repubblicano, che però continua ad essere titubante – specie dopo i fatti di Washington – se continuare o meno su quella strada che lo aveva riportato nello Studio Ovale dopo otto lunghi anni di amministrazione Obama.

Una cosa che sicuramente ricorderemo di questa presidenza è inoltre il grande rapporto creatosi tra Donald Trump ed i suoi elettori, quel “movement” accennato sopra, e come hanno dimostrato le sbalorditive prove d’affetto degli americani nei suoi confronti, dando vita ad un rapporto mai visto tra il politico ed il suo popolo.

Il mondo segue adesso attento ciò che succederà all’interno del più grande partito conservatore del mondo. Tanti sono i politici che in questi anni hanno tratto ispirazione dal leader del mondo libero e che continueranno a fare delle sue idee un faro negli anni a venire.

Qualunque sarà la posizione dei Repubblicani nei prossimi anni non si potrà non prendere più in considerazione quella “pancia del paese” che per molti, troppi, anni era stata oggettivamente bistrattata ed ignorata dalle classi dirigenti, dando poi vita a quell’esplosione di populismo e di nazionalismo che in Donald Trump ha trovato la propria consacrazione definitiva.

Ma, adesso più che mai, c’è bisogno di trovare unità d’intenti all’interno del Partito Repubblicano: si prospettano infatti quattro anni “alle barricate”, con un presidente che proverà come nessun altro a distruggere ed a sfasciare tutto ciò che di buono ha fatto il predecessore. Di fronte a un Joe Biden che, al di là dei pelosi “appelli all’unità”, è chiaro che si stia preparando a fare il reciproco di Donald Trump, e quindi ad essere odiato e ritenuto “illegittimo” da una buona metà del paese, proprio come lo fu Donald Trump, dei Repubblicani divisi tra le proprie anime è quanto più dannoso e controproducente possa esserci in questo momento. Si dovrà trovare necessariamente una quadra tra le diverse correnti che soffiano nel Partito e, senza alcun dubbio, instaurare una pacifica convivenza tra vincitori e vinti.

Le possibilità, inquietanti, della fuoriuscita dal Grand Old Party di Donald Trump e dei suoi fedelissimi rappresenterebbe un durissimo colpo all’anima conservatrice del paese, che si troverebbe in questo modo tra due blocchi. Nel tradizionalistico sistema bipolare degli Stati Uniti, difficilmente un nuovo movimento a trazione ultra-conservatrice riuscirebbe a raggiungere posizioni di vertice, ma senza dubbio rosicchierebbe vitali consensi ai Repubblicani, regalando in questo modo una facile vittoria ai Democratici, e finendo, paradossalmente, per consegnare definitivamente il paese a quell’establishment, a quelle elites, in definitiva alla “plaude”, che si vorrebbe invece combattere.

Ecco perché, nel presente come nel futuro, l’unità e la concordia sono gli ingredienti più importanti per poter tornare a vincere già da domani.

Un pensiero su “Donald Trump e le possibili implicazioni di un suo “MAGA Party”

  1. Il fatto è che il conservatorismo nazionalista – oltre ad essere profondamente deficitario dal punto di vista economico (Trump, la sua incarnazione, ha portato il debito pubblico USA a 20.3 trillions e salvo qualche timida liberalizzazione del mercato del lavoro non ha mai avuto contezza delle corrette soluzioni alle crisi economiche se non quelle (sbagliate) di pompare denaro stampato out of thin air per nascondere il persistente disavanzo commerciale e fregarsene del dilemma di Triffin) – rappresenta un movimento basato sul complottismo e su aspetti che non esiterei a definire di estrema destra (e questo, badate bene, ve lo sta dicendo un Thatcheriano e non l’ultimo dei comunisti). Con queste premesse non penso che l’unità e la concordia da voi auspicate possano realizzarsi, se non con una moderazione ed un cambiamento radicale di atteggiamento e parziale di contenuti da parte dei trumpiani (nei quali io, essendo Thatcheriano, non mi riconosco).

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