Le nuove tecnologie e la potenza del Dollaro: ecco come Donald Trump ha distrutto Huawei nello sviluppo dei microprocessori

Le nuove tecnologie e la potenza del Dollaro. Ecco come Donald Trump ha distrutto Huawei nello sviluppo dei microprocessori.

La città di Shenzhen, nella Cina Sud-orientale, una metropoli che collega Hong Kong al resto del territorio cinese, è da molto tempo nota per essere un “hub” per la telefonia globale, sia sia perché qui avviene l’assemblaggio dei cellulari Huawei sia per tutte le infrastrutture inerenti al mondo delle telecomunicazioni in generale.

A Novembre, la Huawei ha deciso di vendere al prezzo di 15 miliardi di dollari il proprio brand Honor al governo municipale di Shenzhen. Questa mossa, giudicata da molti analisti come “inaspettata”, può essere facilmente spiegata con l’inserimento di Huawei nella “Black List” del Dipartimento del Commercio americano. Da quel momento in poi, infatti, Huawei sta lottando “con le unghie e con i denti” per la propria sopravvivenza.

L’economia cinese ha dimostrato di essere in grado di sfruttare le economie di scala e di sviluppare nuove tecnologie (anche attraverso pratiche commerciali scorrette) ma è estremamente deficitaria nella cooperazione, nella tutela della proprietà intellettuale e nelle c.d. “venture capital” che rendono possibile lo sviluppo delle cosiddette “deep technologies” – anche perché, in questo particolare settore, avere un network ampio di collaboratori è la “chiave per la svolta”.

Il fatto che gli Stati Uniti siano riusciti ad “azzoppare” così facilmente il più grande produttore al Mondo di smartphones e di infrastrutture per e telecomunicazioni nel giro di un anno è certamente un segnale indicativo della fragilità del sistema fortemente centralizzato creato dal Politburo di Pechino.

L’industria elettronica cinese ha come fornitori molte aziende coreane, giapponesi ed anche statunitensi, ma sono i microprocessori la componente più importante di tutte e Pechino, sotto questo punto di vista, è totalmente irrilevante ad oggi.

Generalmente, il microprocessore più conosciuto è la c.d. “CPU“, ovvero la Central Power Unit presente negli smartphones e nei computer. Nel 2020, però, con l’utilizzo di nuove tecnologie, ci sono altri microprocessori che sono importanti per il dominio tecnologico: questi sono quelli che utilizzano la c.d. “AI“, ovvero l’Intelligenza Artificiale e quelli che utilizzano la c.d. “GPUs“, ovvero la Graphic Processing Units.

Le CPU più avanzate al momento sono l’Apple A14 Bionic, il Qualcomm Snapdragon 888 e la Samsung Exynos 1080, che hanno acceleratori GPU e AI già integrati e la possibilità di interagire con le tecnologie 5G.

Dal canto suo, la Huawei, nel mentre, è riuscita a sviluppare l’HiSilicon Kirin 9000.

Fino all’anno scorso, i chip erano sviluppati dalla Taiwan Semiconductors (TSMC) ma, grazie alle sanzioni “anti-Huawei” del Dipartimento del commercio americano (DOC), la cooperazione tra le due società è finita. Sempre per effetto di queste sanzioni, si può dire che la HiSilicon Krin 900 sia una tecnologia praticamente “nata morta”.

Per ovviare a questo problema, la Huawei avrebbe potuto rivolgersi alla Semiconductor Manufacturing International Corporation (SMIC), il più grande produttore di chip su suolo cinese, ma, essendo stata anche questa società inserita nella “Black List” del Dipartimento del commercio americano, di cui si è parlato sopra, anch’essa non ha accesso alla tecnologia ed ai finanziamenti statunitensi. Questo significa che la SMIC difficilmente potrà rimpiazzare la TSMC nel fornire chip alla Huawei.

Il Politburo cinese, però, ci ha sempre creduto, ed ha infatti investito ben 22 miliardi di dollari nel 2014 con l’obiettivo di ridurre le importazioni di chip. Oggi, infatti, solo il 16% dei chip cinesi vengono fabbricati in “madrepatria” – e sono anche i “meno sofisticati” per ciascuna categoria. Nel 2019 un secondo finanziamento da 29 miliardi è stato annunciato con il medesimo obiettivo, ma anche con maggiori sanzioni da parte di Washington.

Il problema principale per i produttori di chip cinesi sembra proprio essere la disponibilità di capitali.

Ad esempio, la società di Wuhan Hongxin Semiconductor Manufacturing Company (HSMC), aveva promesso di fabbricare il primo chip da 7 nanometri, salvo poi avere enormi problemi di liquidità e dovendo ricorrere ad un “mega” bail out (il salvataggio pubblico) del suo governo municipale.

Un altro caso, sempre dalla fantastica Wuhan, riguarda la Yangtze Memory Technology. Dopo stravaganti annunci, Tsinguha Unigrup, la sua società controllante, non è riuscita a ripagare un bond da 198 milioni di dollari. La notizia fa particolarmente scalpore perché è una controllata statale che si pensava fosse “immune ai fallimenti”.

Non è certamente il primo caso di questo genere. Il Peking University Founder Group, un conglomerato di aziende tecnologiche legato alla prestigiosa Università di Pechino, ha mancato il pagamento di una quota di debito a dicembre del 2019. La situazione è tutt’altro che rosea (e noi dell’Osservatore Repubblicano ve ne avevamo già parlato qui) ma essendo noi un team di “pericolosi populisti e QAnonisti” vi ricordiamo che anche il governatore della Banca Centrale cinese aveva avvertito i governi locali che non sarebbero state ripianate le perdite delle loro società, che è esattamente quanto fatto dai governi di Shenzhen e di Wuhan.

Leggi anche: “La Cina si scontra con la realtà: la questione dei Bond Cinesi e la loro inaffidabilità”

Insomma, questo è il riassunto che non solo l’economia pianificata dal governo non funziona, ma anche che restringendo l’accesso al dollaro e cercando di far rispettare le regole del libero mercato alla Cina abbiamo tutto da guadagnarci.

Secondo Gary NG, economista per l’area Indo-Pacifica per Natixis Bank, il default delle controllate di stato cinesi ha per la prima volta superato il tasso di default delle aziende private, e chi ci rimetterà i soldi saranno ovviamente i creditori occidentali.

Ricordiamoci quindi che molti “assi” sono nelle maniche delle potenze occidentali, basta saperli usare e, ovviamente, non fidarsi dei numeri falsi dell’economia di Pechino.

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