Le elezioni kafkiane: come trovare una via d’uscita da questo labirinto

Abbiamo trovato questo articolo molto interessante di Frank Miele per RealClearPolitics, pubblicato il 6 novembre 2020, pochi giorni dopo l’Election Day, e lo prendiamo come una sorta di “Fact Checking” a garanzia di quanto da noi detto nelle varie Live che abbiamo tenuto sulle elezioni americane.

In particolare, sulla poca affidabilità del voto postale o per corrispondenza negli Stati Uniti, ormai chiaro essere la primaria causa di confusione nelle giornate successive al voto, sull’impossibilità di distinguere tra voti legali ed illegali una volta conteggiati, sulle stranezze di certi dati sull’affluenza, sui conteggi e nei risultati negli “Stati Chiave”, sul ruolo delle Corti e della Corte Suprema in particolare, che non avevano spazio di manovra, sul comportamento osceno del circuito mediatico e social che si è eretto giudice e garante della correttezza delle elezioni senza avere alcuna autorità morale e legale per farlo.

Tutti punti che abbiamo sempre trattato e discusso più volte e che ci rincuora vedere confermati da una fonte diretta che vive negli Stati Uniti, a sigillo quindi della qualità e dell’affidabilità del nostro blog e per l’impegno e la dedizione che abbiamo profuso.

Interessante anche la parte sul ruolo che avrebbero potuto svolgere i parlamenti statali, specialmente quelli a maggioranza repubblicana. Del perché, sul come e sul quanto sia stato fatto in questo senso sarà nostra premura scoprirlo nei prossimi articoli.

Le elezioni kafkiane: come trovare una via d’uscita da questo labirinto

articolo di Frank Miele, RealClearPolitics.

Le elezioni del 2020 sono un incubo dal quale io – assieme a milioni di altri – cerco di svegliarmi.

Come in molti incubi, è incerto sapere esattamente cosa stia accadendo. Schede elettorali fantasiose che vanno e vengono. Delle vittorie dei Repubblicani apparentemente insormontabili che scompaiono nella bocca di una macchina divoratrice di voti e che spuntano fuori dall’altra parte come inarrestabili rimonte dei Democratici, appena oltre la soglia per chiedere un riconteggio. E come in ogni incubo degno di questo nome, proprio quando pensi che stia per finire, una nuova botola si apre e si cade in un altro livello di confusione e caos, in un labirinto senza via di uscita

Ma questa è l’America. Non dovrebbe essere un romanzo di Kafka.

Allora come siamo arrivati a un punto in cui, giorni dopo le elezioni, nonostante molti proclami contrari nelle testate giornalistiche, non sappiamo ancora chi ha vinto, non sappiamo chi ha votato e non sappiamo per certo se le regole siano state seguite nel voto come nel conteggio?

Varie irregolarità sono state segnalate in cinque grandi città, tutte negli “Stati Chiave”, ed in particolare a Detroit, in Michigan; a Philadelphia, in Pennsylvania; ad Atlanta, in Georgia; a Milwaukee, in Wisconsin; e a Las Vegas, in Nevada. Le accuse vanno da misteriosi voti elettorali che sembrano riportare decine di migliaia di preferenze per Joe Biden e zero per il Presidente Donald Trump, affluenze record inspiegabili nelle contee che hanno comunicato i risultati in ritardo (tutte dominate dai Democratici) e che superano di gran lunga l’affluenza nelle contee di altri Stati in cui i voti sono stati conteggiati tempestivamente; e, naturalmente, il divieto illegale imposto agli osservatori elettorali proprio in quelle contee in cui sono state segnalate le anomalie più oltraggiose.

I Democratici ci dicono che non c’è nulla di strano, e i media compiacenti si sono portati diligentemente avanti, non disposti ad indagare da soli od addirittura ad esprimere “preoccupazione” per potenziali illeciti. Persino Fox News si è trasformata in un “cagnolino” del Partito Democratico, chiamando l’Arizona per Joe Biden molto prima che qualcuno potesse sapere con certezza in che direzione sarebbe andato lo Stato.

Giovedì sera, mentre la Contea di Fulton stava per far entrare la Georgia nella colonna degli Stati che hanno votato per Biden, John King della CNN ha fatto un appunto arrogante a Donald Trump:

“Indovini cosa, Signor Presidente? Conteremo i voti e, se ti favoriranno, lo dimostreremo. E se non lo faranno, lo dimostreremo. È così che funziona la democrazia. Stiamo solo contando i voti.”

Ehm, No, non è così che funziona. I canali di notizie non contano un accidente. Riportano solo i numeri spediti dagli uffici elettorali da varie Contee nel paese, e se la CNN o qualsiasi altra testata giornalistica stessero effettivamente facendo il loro lavoro, sarebbero attenti agli schemi ricorrenti che suggeriscono delle frodi nei numeri che riportano. Se “solo contare i voti” fosse tutto ciò che serve per avere una democrazia, la Russia di Vladimir Putin sarebbe un esempio glorioso di democrazia, come lo sarebbe la Repubblica islamica dell’Iran.

Ma la CNN e il New York Times la vedono diversamente. Ecco cosa ha twittato il Times il giorno delle elezioni:

“Il ruolo di dichiarare il vincitore di un’elezione presidenziale negli Stati Uniti spetta ai media. Le reti di trasmissione e gli organi di informazione via cavo hanno promesso di essere prudenti”.

Ebbene, sì, immagino che sia meglio che giurare di essere venali, egoisti, elitari e pericolosamente prevenuti, ma questo è ciò che sono realmente le agenzie di stampa negli Stati Uniti. Non riesco a pensare ad un gruppo di arbitri meno qualificato a cui investire il potere di giudicare i vincitori ed i vinti di un processo democratico, soprattutto se penso a persone come Jake Tapper e Rachel Maddow.

Eppure loro – e i loro Big (Tech) Brothers su Twitter e Facebook – si sono costituiti come “autorità morali” sulla legge elettorale. Insistono sul fatto che non c’è niente di improprio nell’elezione perché, beh, perché è finita con il risultato che volevano. Chiunque non sia d’accordo con loro, compreso il Presidente degli Stati Uniti, lo etichettano come un “teorico della cospirazione“.

Ma pensiamoci. Nonostante la totale mancanza di curiosità mostrata dai media mainstream, ci sono molte domande sia sulle procedure che sul conteggio dei voti in più Stati, e tutto inizia con quel “mostro amorfo” di cui Trump ci ha avvertito per mesi: il voto per corrispondenza. Purtroppo, non c’è modo di verificare che i risultati delle elezioni siano accurati perché non importa quante volte riconti i voti, non sarai in grado di accertare quali sono legali e quali sono illegali.

Quando si vota di persona, si effettua prima di tutto una “scelta attiva” di voto, si conferma la propria identità di elettore registrato ad un addetto alle operazioni di voto, quindi si effettua la propria votazione in privato ma in presenza di altre persone ed infine si ripassa dall’addetto che lo scansiona direttamente in una macchina per il conteggio dei voti mentre guardi. In altre parole, stabilisci il tuo diritto legale di voto ed hai una catena di custodia sicura del tuo voto, fino a quando non viene scansionato, a cui partecipi tu stesso.

Nessuno di questi passaggi è presente nella votazione per corrispondenza. Sei un destinatario “passivo” di una scheda elettorale, la tua identità viene presunta piuttosto che confermata, potresti esprimere il tuo voto sulla tua scheda elettorale sotto la pressione di familiari o estranei ed inviare la scheda elettorale da un addetto alle elezioni anonimo, attraverso uno dei tanti metodi di spedizione insicuri. Non hai la certezza che il tuo voto sia stato conteggiato e, quel che è peggio, non sei nemmeno presente quando il tuo voto viene espresso a tuo nome.

La cosa più importante da sapere sulle schede per corrispondenza è che, una volta separate dalla loro busta, sono completamente non identificabili. Potrebbero provenire da elettori legali o potrebbero non esserlo. Potrebbero essere arrivati per posta o potrebbero essere arrivati con il furgone per la consegna delle bibite. Potrebbero essere arrivati uno alla volta, o potrebbero essere arrivati in 100.000 tutti assieme.

E nessuno lo saprà mai.

Ma le testate delle notizie via cavo dicono che non c’è motivo di preoccuparsi delle schede per posta. Dicono che dovremmo fidarci delle persone che contano le schede perché, beh, perché qualcuno dovrebbe imbrogliare per eleggere il più importante funzionario pubblico del mondo? Basta andare avanti, non c’è nulla da vedere qui.

Ed è questo che lo rende così frustrante, non solo per il Presidente, ma anche per i suoi sostenitori, che pensano che ci possa essere stato un inganno nel processo di conteggio dei voti. Perché se c’è una frode, come diavolo lo provi?

Ci sono solo due strade per un candidato che pensa di essere stato defraudato di una vittoria legittima, ed entrambe hanno il potenziale per farlo sembrare (come Jim Acosta ha accusato Trump di essere) un “perdente irritato”. Uno è il processo giudiziario, che è dove ci troviamo ora, e l’altro è un processo costituzionale, sul quale dirò di più tra un minuto.

Il processo giudiziario consente ad un candidato di andare in tribunale per presentare prove di frode o violazioni della legge nella procedura di voto o nel conteggio delle schede, ma poi cosa? Gli avvocati di Trump hanno già dimostrato che ai loro osservatori elettorali è stato illegalmente impedito di presenziare al conteggio dei voti a Philadelphia. Stanno anche sostenendo che in Nevada sono stati espressi voti illegali e sollevando serie preoccupazioni sul motivo per cui il conteggio dei voti si è fermato misteriosamente nelle grandi città gestite dai Democratici durante le ore piccole del mattino del giorno dopo le elezioni. Ma se i Repubblicani dimostrano per frodi, qual è esattamente la soluzione? Ricordate, non si può distinguere un voto legale da un voto illegale una volta che sono stati conteggiati, quindi cosa può fare un giudice? Cosa potrebbe fare la Corte Suprema?

Ebbene, in una piccola parte, la Corte Suprema è in realtà ben posizionata per agire. Questo perché la Corte ha già ascoltato un caso basato sulla disposizione costituzionale secondo cui le elezioni federali sono di competenza esclusiva dei legislatori statali. La Corte si è divisa 4 contro 4 su una sentenza che avrebbe vietato alla Pennsylvania di contare i voti ricevuti per tre giorni dopo il giorno delle elezioni perché quella regola è stata implementata da un tribunale della Pennsylvania, non dal legislatore della Pennsylvania. I giudici federali hanno stabilito che era troppo tardi per modificare il mandato del tribunale di grado inferiore, ma hanno ordinato alla Pennsylvania di conservare i voti giunti in ritardo separati dal resto, nel caso in cui la questione si trasformasse in controversia.

Ebbene, è polemica. Quindi ci si aspetta che l’intera Corte – ora inclusa Amy Coney Barrett – rivisiterà la questione di quelle votazioni giunte in ritardo e molto probabilmente le eliminerà. Non c’è dubbio che siano incostituzionali.

Ma questo potrebbe invertire solo per una piccola misura di danno e non necessariamente riparerebbe tutti gli errori delle elezioni. Per il resto di quelli – quelli che coinvolgono procedure o scrutini illegali che non possono essere distinti da quelli legali – i tribunali hanno opzioni limitate. In realtà, esiste davvero solo un certo rimedio giudiziario, ed è così estremo che quasi nessuno immaginerebbe che venga utilizzato – vale a dire, buttare via i risultati delle elezioni ed imporre che una nuova elezione si tenga in un particolare Stato, sia esso la Pennsylvania o un’altro.

Ciò dovrebbe ovviamente essere fatto in modo accelerato, poiché il voto del Collegio elettorale è previsto per il 14 dicembre, ma non c’è motivo per cui un’elezione non possa svolgersi in modo tempestivo in una data determinata dal tribunale e amministrata dai rappresentanti della Corte. O forse dovrei dire che non c’è motivo per cui ciò non possa essere realizzato se non per la mancanza di volontà di intervenire che possiamo aspettarci dai giudici distrettuali o dai giudici della Corte Suprema.

Sarebbe un passaggio pesante.

Quindi questo ci porta alla soluzione costituzionale. Questa è più elegante, ma richiede comunque una dose inebriante di “faccia tosta”. Come è noto, ai sensi dell’articolo II della Costituzione degli Stati Uniti, i legislatori statali sono gli unici responsabili nel determinare come vengono nominati i Grandi Elettori di ogni Stato. Se un legislatore fosse convinto che le elezioni presidenziali in quello Stato siano state “contaminate”, potrebbe convocare ed approvare una risoluzione di emergenza che dichiari le elezioni “nulle” e quindi scegliere di nominare una lista di elettori “per fiat”. Poiché l’accusa di “cattiva condotta” viene avanzata dai Repubblicani contro i Democratici, si può presumere che ci vorrebbero dei parlamenti controllati dai Repubblicani per fare una mossa così audace.

Casualmente, i Repubblicani controllano entrambe le camere dei parlamenti di Michigan, Pennsylvania, Wisconsin, Georgia e Arizona. Il solo Nevada, tra gli stati contestati, ha un parlamento a maggioranza democratica. Se i legislatori sono convinti che la presidenza sia stata “strappata dalle mani” dei Repubblicani a causa di imbrogli o corruzione, potrebbero rimediare alla questione esercitando le loro prerogative costituzionali. Anche questa è una contestazione pesante, ma se gli Stati intenderanno esercitare la loro autorità sotto il nostro sistema di governo federale, non ci sarebbe un momento più appropriato per farlo di quando una parte politica cerca di arrogarsi un potere che non ha guadagnato attraverso delle elezioni libere e corrette.

La Repubblica è in gioco, e non è solo un incubo. È la realtà.

RealClearPolitics.com

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