Quello che sta accadendo era già stato previsto nel 2008: la fine degli Stati Uniti (o dell’Unione Europea)

“Noli timere” Lc 1,30

Mentre scrivevo questo articolo è intervenuta la Sentenza della Corte Suprema (da adesso: SCOTUS, acronimo che sta per Supreme Court Of The United States) che ha negato al Texas e ad altri 19 Stati assieme a lui la possibilità sia di un dibattimento sulle procedure elettorali adottate da altri 4 Stati (Georgia, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin) sia quella di rimandare la convocazione dei Grandi Elettori prevista per il 14 dicembre.

Di quell’articolo che immaginava uno scenario parzialmente diverso dall’attuale rimane la gravità della situazione, già incredibilmente prevista in uno studio del 2008 da parte dell’accademico russo (nonché ex funzionario del KGB) Igor Panarin: il quale prevedeva un processo più o meno complesso di disgregazione degli Stati Uniti conseguente ad uno o più movimenti di secessione interna, a loro volta derivanti da un lato dall’estremo degrado morale della popolazione come delle sue istituzioni, e dall’altro dalla mancanza di un’omogeneità culturale e storica del medesimo.

“I want you to park that big Mack truck right in this little garage /  Make it cream, make me scream”, “I don’t wanna spit, I wanna gulp / I wanna gag, I wanna choke / I want you to touch that lil’ dangly thing that swing in the back of my throat”, “If he fuck me and ask, “Whose is it?” / When I ride the dick, I’ma spell my name, Ah”

“Voglio che parcheggi quel grosso furgone Mack proprio in questo piccolo garage / Preparalo crema, fammi urlare”, “Non voglio sputare, voglio inghiottire / voglio vomitare, voglio soffocare / voglio che tu tocchi quella piccola cosa penzolosa che mi oscilla in fondo alla gola “,” Se mi fotte e chiede: “Di chi è?” / Quando cavalco il cazzo, scrivo il mio nome, Ah”

Cardi B., intervistatrice-supporter del Presidente eletto Joe Biden, in quello che è diventato già un classico delle interviste politiche del ventunesimo secolo
“Decadenza dei costumi”, primi 50 secondi del video

Il Professore russo di Scienze della Politica in questione aveva originariamente previsto per l’anno 2010 l’inizio degli eventi che avrebbero portato ai processi di secessione. Questi, nel tempo, ha continuato ad aggiornare le sue tesi, che considera inevitabili, ed è ancora molto seguito sia in Russia sia nei paesi dell’ex-Blocco Sovietico.

Oggi è effettivamente sotto gli occhi di tutti che il nostro più grande Alleato stia attraversando un periodo di massima fragilità, quasi senza precedenti, le cui faglie di attrito sarebbero rappresentate da:

1) la causa legale menzionata all’inizio di questo articolo, la quale ha, oramai, portato all’aperta contrapposizione di uno Stato contro altri quattro, senza che essa potesse trovare una soluzione risolutiva mutualmente riconoscibile;

2) i 19 Stati che avevano dichiarato di far fronte comune con il Texas vs. altri 23 che invece sostenevano i quattro chiamati in causa;

3) le ipotesi di referendum per secedere dagli Stati Uniti che stavano già prendendo forma prima della pronuncia della Suprema Corte medesima;

4) l’estrema polarizzazione politica della popolazione, aggravata dal fatto che si sta facendo largo la convinzione che le elezioni siano state truccate. (immagine sotto)

5) Il ruolo dei media che, in maniera soverchiante, danno credito solo alle aspettative di una delle parti in causa, arrivando a censurare al contempo e sistematicamente la parte opposta, ed escludendo a priori ogni tentativo di ricercare la verità dei fatti, secondo le regole basilari che in passato sono state il “faro” del giornalismo mondiale. (immagine a lato)

6) La possibilità esplicita, oramai paventata addirittura dagli stessi rappresentanti istituzionali, di secessione a seguito della pronuncia della SCOTUS stessa (immagine sotto).

Comunicato di risposta dello Stato del Texas alla Sentenza della Corte Suprema: “…
Forse gli stati rispettosi della legge dovrebbero legarsi assieme e formare un’Unione di stati che rispetterà la Costituzione”

7) le fratture in seno alle assemblee elettive, sia quelle degli Stati chiamati in causa sia delle omologhe federali, che a più voci chiedevano proprio alla SCOTUS di pronunciarsi in proposito.

Donald Trump

Premesso dunque che l’Amministrazione di Donald Trump sembra non indietreggiare neanche di un millimetro (a mio parere: giustamente) si aprono ora degli scenari che porteranno in ogni caso gli Stati Uniti, quantomeno, a sfiorare la secessione.

Il fatto che questa secessione, poi, avvenga nella realtà, dipenderà però da:

1. Dalla “qualità delle carte” nelle mani dell’Amministrazione Trump, fino a qui solo accennate;

2. Dalla possibilità di renderle di dominio pubblico, bypassando la “trappola di cristallo” della censura, sia dei media che dei social network;

3. Dalla possibilità di accedere nuovamente alla Corte Suprema e/o all’Alta Corte Militare, non più per questioni meramente di “validità delle procedure giuridiche”, bensì per l’accertamento di eventuali brogli.

A tal proposito, in un articolo del 29 Novembre, avevo già parlato del rapporto con cui il Direttore Nazionale dell’Intelligence sarebbe intervenuto entro il 18 dicembre per dichiarare o meno l’integrità del processo elettorale; se tale direttore portasse prove eclatanti di interferenze nel voto le istituzioni fin qui menzionate potrebbero essere di appoggio l’una con l’altra e metterebbero il Presidente in una posizione ineccepibile sia dal punto di vista giuridico, sia dal punto di vista sostanziale… e, come vedremo tra poco, anche mediatico, per poter attivare gli strumenti previsti dall’Ordine Esecutivo del 12 Settembre 2018 e dall’Insurection Act, già evocato questa estate dallo stesso Donald Trump.

Leggi anche: Il Presidente Donald Trump avrebbe già un “asso pigliatutto” nelle sue mani, anche se nessuno, ancora, ne parla.

Donald Trump e i media

Il complesso degli strumenti previsti da questi due atti prevede il sequestro dei beni di coloro che avrebbero partecipato al Colpo di Stato (inclusi i dunque i mass media), l’utilizzo della Corte Marziale e l’utilizzo del NCSWIC per le comunicazioni mediatiche, ovvero, tradotto, il Consiglio Nazionale Interoperabilità per l’Intero Stato, ente federale che si occupa anche di garantire le comunicazioni in situazioni di emergenza… più altre possibilità, cui non voglio nemmeno pensare, sia per la loro gravità sia perché qualunque saranno gli sviluppi, senza un intervento della SCOTUS, qualunque “azione” rimarrebbe, giuridicamente, almeno in parte infondata, rendendo quindi la secessione inevitabile, perché i vari gruppi di Stati che si stanno contrapponendo verrebbero facilmente supportati, riconosciuti (o, all’opposto disconosciuti) in modo disomogeneo dalle altre entità straniere, le quali agirebbero certamente per contribuire alla definitiva disgregazione del paese.

Donald Trump, dal canto suo, avrà quindi bisogno in ogni caso di una pronuncia della SCOTUS, almeno per annullare a posteriori la validità della riunione dei Grandi Elettori che avverrà questo lunedì: senza di essa, sia che Trump riesca a mantenere la Presidenza sia che Sleepy Joe Biden assuma tale carica, l’esito ultimo di quanto sta accadendo in questi giorni sarà, inevitabilmente, la secessione.

Se invece Donald Trump riuscisse a fondare degli “atti di forza” (inevitabili) su basi giuridiche forti, le considerazioni fatte fino ad adesso varrebbero piuttosto per tutti gli altri attori di questa vicenda, esterni agli Stati Uniti, a cominciare dall’Unione Europea, che non avrebbe più la legittimazione del suo principale alleato il quale, anzi, cercherebbe un redde rationem, dividendo al suo interno coloro che hanno agito supportando gli interessi americani da chi invece li avrebbe irrimediabilmente lesi.

Tutto dipenderebbe quindi da quanto gli Stati Uniti siano ancora “d’America“, da quanto (ancora oggi) questo paese sia in grado di ribaltare delle sorti apparentemente segnate in modo irreversibile, attraverso una combinazione di azioni forti, ma Cher siano giuridicamente fondate (il rispetto della continuità della forma distingue infatti l’uso legittimo della forza dalla “forza bruta”) ma anche incorniciate in un sipario tipicamente americano. Se l’America dunque esiste ancora, essa ha oggi più che mai bisogno della sua anima, di un “colpo di teatro” fatto da un “guastafeste“, di una scenografia spettacolare, di quello che chiamiamo un “colpo di scena“.

Die Hard – Trappola di Cristallo

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