La partita a scacchi nel Pacifico

L’area più importante del mondo in questa fase storica e politica è stata recentemente caratterizzata da diversi accordi commerciali che decideranno il futuro dell’intero Pianeta.

L’area del Pacifico, la più importante del mondo in questa fase storica e politica, è stata recentemente caratterizzata da diversi accordi commerciali ed altre mosse militari che decideranno il futuro dell’intero Pianeta.

Il commercio in quest’area è però la parte dominante che fa muovere tutte le pedine, come ha spiegato l’Ambasciatore di Singapore Bilahari Kausikan. Ad oggi è stato possibile osservare un ritiro da parte di Washington dal TTP (la Trans-Pacific Partnership ovvero il Partenariato Trans-Pacifico) ed una forte avanzata di Tokyo nel guidare questo trattato che coinvolge ben 11 Stati, tra cui alcuni nostri alleati come Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda.

Tutto è iniziato in Australia il 17 novembre del 2011, quando Barack Obama diede inizio ai lavori per il TTP, lanciando la strategia “Pivot to Asia“, in modo tale da consolidare la presenza statunitense nell’area geografica del mondo con maggiore tasso di crescita sia in termini economici che di popolazione.

L’allora Segretario di Stato americano Hilary Clinton aveva definito questo trattato come il “Gold Standard” dei trattati commerciali nel 2016: salvo, in piena campagna elettorale, rinnegare la propria posizione.

Il 23 gennaio del 2017 il Presidente Donald Trump, appena insediato, firmò l’uscita da questo trattato e, durante gli ultimi quattro anni, ha invece prediletto la via degli accordi bilaterali con i vari paesi, firmando trattati con la Cina (la c.d. Phase One), il Giappone e la Corea del Sud.

Il Giappone, guidato dal Primo Ministro Shinzo Abe, dal canto suo ha comunque continuato i negoziati per il TTP e, dopo otto lunghi anni, è stato firmato il 30 Dicembre del 2018 da Nuova Zelanda, Australia, Perù, Messico, Canada, Cile, Singapore, Vietnam, Brunei, Malaysia e Giappone, un’area commerciale che coinvolge 500 milioni di persone con un PIL complessivo di 10 trilioni di dollari.

Pechino non è ovviamente rimasta ferma a guardare, approfittando del “vuoto” lasciato dagli americani, ed ha recentemente firmato il RCEP, ovvero il Regional Comprehensive Partnership, il Partenariato Economico Globale Regionale, con Australia, Giappone, Corea del Sud e i Paesi dell’ASEAN. L’India, invece, si è ritirata dalle negoziazioni nel Novembre del 2019 perché temeva di compromettere il proprio sviluppo industriale.

La differenza principale tra il RCEP e il TTP è che il primo si concentra principalmente sulla semplice questione della riduzione dei dazi, senza però toccare in alcun modo alcuni aspetti fondamentali, come la facilità di accesso ai mercati, la proprietà intellettuale e gli standard lavorativi, sindacali ed ambientali. Il Segretario americano al Commercio, il repubblicano Wilbur Ross, lo ha definito come un “Very Low-Grade Treaty” (un trattato di scarsa qualità).

Proprio le poche regole che presenta questo trattato voluto dalla Cina potrebbero portarlo ad un fallimento nel lungo periodo. L’Australia ha già infatti violato alcune di queste regole, dato che durante la Pandemia di COVID-19 ha preso provvedimenti a supporto della propria manifattura locale.

La stessa Cina è da tempo in una accesissima rivalità priori con l’Australia. Pochi giorni fa ha infatti imposto dei dazi del 200% sul vino australiano ed ha ridotto le importazioni di altri prodotti, come “punizione” per aver rifiutato di accettare Huawei come operatore per l’implementazione della tecnologia 5G. Tutto questo è avvenuto il 27 novembre del 2020, esattamente dodici giorni dopo la firma del RCEP.

Sebbene questa si possa definire come una “falsa partenza”, si certifica de facto l’assenza degli Stati Uniti dal punto di vista commerciale (ma non militare) nell’area. Il “vuoto” è stato purtroppo colmato da una spietata dittatura comunista.

Il tanto annunciato “ritorno al multilateralismo” non ci sarà con Sleepy Joe Biden: come spiegato precedentemente, una buona fetta dell’elettorato e del Partito Democratico ha abbandonato il supporto al TTP.

Si tornerà probabilmente ad insistere sul TTIP, ovvero “l’altro trattato”, quello con l’Unione Europea ma, come abbiamo già spiegato, la maggior parte delle volte è l’Unione stessa che non vuole cedere sui trattati, sopratutto sul tema agricoltura.

I trattati commerciali ovviamente non sono l’unico strumento geopolitico per muoversi in Asia.

Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno lInternational Development Financial Corporation (DFC), ovvero uno strumento di investimento internazionale che può essere usato per ampliare la propria presenza geo-economica in un’area del mondo. Il DFC, che non è stato molto utilizzato fino ad ora ma che certamente lo sarà in futuro, ha annunciato che investirà 2 miliardi di dollari nel nuovo fondo sovrano in Indonesia e che incoraggerà anche il Giappone, Singapore ed Emirati Arabi Uniti a fare altrettanto.

Possiamo quindi dire che il “lato negativo” delle strategia di Donald Trump dal punto di vista del commercio è stato quello di aprire con le sue mosse più spazio alla Cina in questa parte del mondo, ma che comunque deve fare i conti con le minori importazioni da parte degli Stati Uniti (che rimane comunque il primo partner commerciale), con problemi strutturali legati all’economia e con un “danno di immagine” pesantissimo, legato alla crisi scatenata dalla Pandemia di COVID-19.

Fonti: Reuters, WP, National Interest

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