I Democratici sono “indignati” del fatto che il Presidente Donald Trump li accusi di frode. Ma si raccoglie ciò che si semina

In un editoriale del 9 novembre, il giornalista del Washington Examiner, Byron York, spiega l’ipocrisia dei Democratici, che in questo momento reagiscono con indignazione al Presidente Donald Trump che li accusa di aver vinto le elezioni con i brogli. 

Sin dall’inizio, ed anche prima, dell’Amministrazione di Donald Trump, i Democratici, con la complicità dei mass media compiacenti, hanno portato avanti loro stessi le accuse infondate di “frode elettorale” nei confronti del Presidente, accusandolo di aver colluso con la Russia per farsi aiutare a vincere le elezioni presidenziali del 2016.

Le accuse ed il circo mediatico attorno ad esse è durato fino al luglio del 2019, per proseguire poi con il tentativo di Impeachment.

Non stupirà quindi sapere che il tentativo di “pacificazione” di Sleepy Joe Biden per “guarire le ferite” di una nazione divisa non andrà in porto, e proprio a causa di quanto è successo in questi anni.

Ecco la traduzione dell’editoriale di Byron York

Trump accusa i Democratici di barare? Si raccoglie ciò che si semina.

Molti Democratici ed i loro alleati nei mass media sono arrabbiati per il fatto che il Presidente Donald Trump abbia accusato Joe Biden e loro stessi di aver “barato” per vincere la Presidenza. Senza dubbio alcuni sono frustrati, anche nella vittoria. Ma perché dovrebbero essere sorpresi quando Trump dice che la loro parte ha barato? Dopotutto, hanno detto la stessa cosa quattro anni fa dopo le elezioni del 2016.

E non l’hanno fatto solo per una settimana o due. I Democratici hanno avanzato l’accusa di “frode elettorale” per lungo tempo, mese dopo mese ed anno dopo anno, infliggendo tutti i danni possibili alla Presidenza di Donald Trump. Oggi, dopo il voto del 2020, le accuse di Trump non avranno lo stesso effetto: verranno respinte e quindi ignorate da gran parte dei mass media, a differenza del periodo 2016-2019, quando le accuse anti-Trump, comparabilmente infondate, andavano sulle prime pagine dei giornali. Ma il fatto è che, nell’era Trump, alcuni Democratici hanno lanciato false accuse di “frode elettorale” come parte della loro strategia politica. Sono in una posizione difficile per lamentarsene adesso.

L’accusa era, ovviamente, che Trump avesse vinto nel 2016 cospirando con la Russia, che secondo loro influenzò le elezioni. Alcuni Democratici, tra cui il direttore della campagna elettorale di Hillary Clinton, Robby Mook, hanno iniziato a suggerire che Trump stesse “cospirando” con la Russia già in quell’estate, quando la campagna elettorale stava navigando a pieno regime. Per questo, la campagna di Hillary Clinton e lo stesso Comitato Nazionale Democratico hanno pagato un’ex spia britannica per compilare un dossier di false accuse che avrebbero “dimostrato” la collusione tra Trump e la Russia. “Collusione” che, nel contesto delle elezioni del 2016, era sinonimo di “imbroglio“.

Poi si è iniziato a dar battaglia. Il 6 gennaio del 2017, due settimane prima dell’inaugurazione di Trump, il Congresso si è riunito in sessione congiunta per certificare i risultati del Collegio Elettorale. Storicamente, è sempre stato un evento cerimoniale, un “pro-forma“. Ma diversi esponenti Democratici alla Camera hanno cercato di bloccare la certificazione dei risultati statali. La rappresentante Barbara Lee si è opposta alla certificazione “a nome dei milioni di americani, inclusi i membri della comunità di intelligence, che erano “inorriditi” dalle evidenze che i russi avessero interferito nelle elezioni americani. Gli oppositori non hanno avuto alcun sostegno al Senato, quindi il Presidente – era l’allora Vice Presidente Joe Biden – li ha respinti.

Il 20 marzo del 2017, l’allora direttore dell’FBI, James Comey, ha divulgato una notizia enorme, comunicando che l’Agenzia stesse indagando sull’esistenza di “un coordinamento” tra la campagna di Trump e i russi che, avrebbero cercato di interferire con le elezioni.

Il 17 maggio del 2017, poi, quell’accusa di “frode” è stata trasformata in un “arma“, con la nomina del procuratore speciale per l’indagine sul Russiagate, Robert Mueller, a cui era stato assegnato il compito di cercare se vi fosse stato un coordinamento tra Trump e la Russia. La questione se Trump avesse cospirato o se si fosse coordinato con la Russia per ottenere un vantaggio ingiusto nelle elezioni è stata al centro di quell’indagine.

Ma già entro la fine del 2017 era chiaro persino negli ambienti interni dell’indagine di Mueller che il procuratore speciale non era stato in grado di stabilire se la “cospirazione” o il “coordinamento” o la “collusione” avessero avuto luogo, ne tanto meno chi avrebbe potuto prenderne parte. Ma Mueller ha permesso che le sue indagini si trascinassero per lungo tempo, mentre i suoi inquirenti cercavano i presunti “ostacoli alla giustizia“. Nel frattempo, l’accusa di “frode” è rimasta nell’aria e ha regolarmente trovato la sua strada sulle notizie dei media.

Il 1° maggio del 2018, ad esempio, c’è stata un’ondata di storie sulla collusione tra Trump e la Russia sui mass media. A Tonight on ‘All In“, il conduttore della MSNBC Chris Hayes disse quella sera che “la finestra più chiara mai vista sull’indagine sulla Russia e i segni che Mueller ha già prove di collusione”. Sulla CNN, l’analista Jeffrey Toobin ha dichiarato: “Questa è un’indagine sulla collusione. Il fatto che il Presidente continui a ripetere più e più volte, non c’è stata collusione, non c’è stata collusione, non è stato ancora dimostrato, ed in infatti ci sono molte prove che la collusione abbia avuto luogo… “

Ciò che era stato stabilito però, sebbene sia Toobin sia altri commentatori, per non parlare del pubblico in generale non lo sapessero all’epoca, era che Mueller non poteva dire che la “cospirazione” o il “coordinamento” avessero avuto luogo. Gli americani non hanno saputo nulla in modo definitivo fino al rilascio del Rapporto Mueller, nell’aprile 2019, quasi due anni dopo l’inizio delle indagini del procuratore speciale. 

“L’indagine non ha potuto stabilire se i membri della campagna di Donald Trump abbiano cospirato o se si fossero coordinati con il governo russo nelle sue attività di interferenza elettorale”, afferma il rapporto. Ha ripetuto questa affermazione più volte in un documento di oltre 400 pagine.

Alla fine, dopo tutte le accuse, c’è stato un verdetto, da parte di un investigatore che aveva avuto tutti i soldi di cui poteva aver bisogno, tutto il personale di cui aveva necessità, tutto il tempo di cui c’era bisogno ed i pieni poteri di applicazione della legge del governo degli Stati Uniti. La collusione – l’inganno – semplicemente non aveva avuto luogo. Mueller ha potuto indagare su tutti i personaggi maggiori e minori della campagna elettorale di Trump – Manafort, Gates, Flynn, Papadopoulos e Page – e non ha mai accusato nessuno di loro di alcun crimine che implicasse “cospirazione” o “coordinamento” con la Russia.

Tuttavia, l’accusa di “frode” è andata avanti e avanti ancora – da metà del 2016 fino a metà del 2019. Tutto è iniziato ed è stato portato avanti dai Democratici, che hanno cercato di accusare Trump di aver “barato” nelle elezioni del 2016. Alcuni ci si aggrappano ancora oggi. In ogni caso, ha segnato profondamente ed ingiustamente la Presidenza Trump. Molti Democratici speravano che potesse persino essere utilizzata per rimuovere Trump dall’incarico prima cioè della scadenza del suo mandato.

Ora, i Democratici dicono che è tempo di “guarire” le ferite. E il Presidente eletto Joe Biden chiede che gli accusatori e coloro che lo hanno presi di mira “gli diano una possibilità” nella nuova amministrazione democratica. 

Sicuramente nessuno sarà sorpreso se ciò non accadrà.

Perché, molto semplicemente, “si raccoglie ciò che si semina” diciamo noi.

WashingtonExaminer.com

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